Il grande inganno dell'economia di guerra: così riarmo e Ddl Sicurezza schiacciano i lavoratori (col silenzio dei sindacati)
di Federico Giusti
Un aspetto saliente della nostra riflessione è legato agli scioperi di settembre e ottobre 2025 che, per via dell’ampia partecipazione, non possono rappresentare il parametro di confronto per ogni futura mobilitazione. Un’analisi critica della realtà impone infatti di aprire un dibattito su argomenti divisivi come la riconversione della manifattura da civile a militare, l’economia di guerra in tutti i suoi risvolti, l’ampliamento degli organici militari e la Legge di iniziativa popolare. Quest’ultima, a nostro avviso, rappresenta un compromesso inaccettabile con cui settori del pacifismo entreranno in relazione con il sistema bellico, convinti invece di rifiutarlo in toto.
Non c’è però da meravigliarsi: basti ricordare che il ritorno della stessa CGIL nell’alveo della concertazione – ad esempio con la firma dei contratti nazionali della Pubblica Amministrazione – si rivelerà confortante in caso di un eventuale successo elettorale del centrosinistra. In sostanza, si eviteranno contenziosi sulle tematiche del lavoro, sui processi di riorganizzazione salariale e contrattuale, sul welfare e molto altro.
E che dire, infine, dei processi di militarizzazione che in molti territori sono partiti da anni senza trovare attenzione nemmeno da parte dei settori pacifisti? Nel caso delle basi USA e NATO, dobbiamo ritenere inutile una mobilitazione? È una domanda forse provocatoria, ma pertinente alla luce di quanto avviene tra Pisa e Livorno.
Dovremmo chiederci, ad esempio, perché ampi settori sindacali non abbiano mai preso posizione sulla riconversione da militare a civile. Aspettarsi che lo facciano ora, mentre si smantella parte della manifattura ipotizzando di salvare l'occupazione producendo armi, ci pare significativo. Quale sarà, poi, il rapporto tra la spesa militare e il complesso della spesa pubblica?
Si dice spesso che ogni soldo sottratto al welfare vada in armi, ma dovremmo sforzarci di quantificare l’entità delle risorse destinate alla difesa rispetto ad altre priorità di bilancio. Dobbiamo capire se, fino ad oggi, gli stanziamenti siano stati equilibrati ed equi rispetto a capitoli cruciali come welfare, sanità, istruzione e manutenzione del territorio. Che l’economia di guerra sia destinata a comprimere ulteriormente le tutele sociali è un dato di fatto, specie se si considera che l’attuale sistema di welfare è da tempo del tutto inadeguato alle sue funzioni.
Vi sono poi altri capitoli di riflessione, a partire dal ruolo ideologico del riarmo e dell'economia di guerra. Oggi è ormai impossibile discernere tra spese militari e civili, o tra tecnologie duali, specialmente quando si spinge l’economia verso il riarmo e le mire speculative finanziarie trovano nei titoli dei produttori di armi un volano per investimenti redditizi.
L’industria della difesa in tempo di guerra è stata al centro del dibattito NATO ad Ankara. Prenderne atto significa comprendere che i luoghi di lavoro saranno investiti direttamente dal riarmo. I paesi NATO spendono per le armi capitali enormi, di gran lunga superiori a quelli di Cina e Russia; proprio per questo, la strategia offensiva dell’Alleanza avrà bisogno di costruire nell’immaginario collettivo pericoli e minacce, facendo un ricorso sistematico a quelle politiche securitarie indispensabili a tale scopo.
L’Unione Europea spinge, al pari della NATO, a considerare una minaccia la presenza della Russia e, in parte, della Cina, ma persino quella di quei paesi che scelgono legittimamente di non cedere le proprie terre rare a basso costo. Per quale ragione siamo davanti a questa corsa al riarmo e, soprattutto, quali saranno le conseguenze dell’economia di guerra?
È possibile che una parte significativa della classe lavoratrice pensi che la guerra sia lontana e non la riguardi direttamente. Questa granitica certezza, alimentata da una disinformazione imperante, porta inevitabilmente a sottovalutare l’economia di guerra e i suoi effetti ideologici. Quando si parla di militarizzazione delle scuole e delle università, credere che la guerra sia un problema altrui significa ignorare processi in atto come la riscrittura dei libri di testo, le nuove linee guida per l’insegnamento di storia e geografia, e la diffusa tendenza a giudicare le tecnologie duali come un valore aggiunto per la ricerca.
Per quale ragione, invece, la classe lavoratrice oggi dovrebbe rifiutare la nozione di "nemico" e contrastare l’economia di guerra, insieme al restringersi degli spazi di libertà e democrazia nel Paese? Il pacchetto sicurezza è un’arma lanciata a folle velocità anche contro il protagonismo dei lavoratori: è bene ricordarlo.
Perché questa corsa al riarmo? Qual è il vero nemico che si intende contrastare? Mentre si ridefiniscono i rapporti di forza all’interno dello stesso blocco occidentale, non dimentichiamo che paesi come la Germania, storicamente forti nel welfare, sono oggi in prima fila nella riconversione industriale da civile a militare. All'ombra di questi processi si stanno consumando la chiusura di interi siti produttivi e licenziamenti di massa. Ciò che accade in Germania presto potrebbe riguardare anche l'Italia.
Legare il rifiuto dell'economia di guerra alla difesa del potere d'acquisto, alla contrattazione e al contrasto ai decreti sicurezza dovrebbe essere il pane quotidiano per i movimenti e le realtà sindacali. Molti di essi, invece, guardano a queste tematiche con un'attenzione spasmodica ai simboli, ignorando i contenuti concreti e la materialità del riarmo in tutte le sue sfaccettature.
Il riarmo, infine, determinerà nuovi equilibri all’interno dell’area europea. Tanto maggiore sarà il conflitto contro le spese militari, l’austerità salariale e l'individualismo sfrenato, quanto più forti emergeranno le contraddizioni del sistema. Davanti all’erosione del potere d’acquisto e all'impossibilità materiale di arrivare a fine mese o di mantenere i figli agli studi, il riarmo e l'innovazione tecnologica militare saranno davvero la ciambella di salvataggio per il sistema capitalistico? E soprattutto: quanti avverseranno questo stato di cose riusciranno a conservare l'agibilità sindacale, sociale e politica per portare avanti le proprie istanze?


