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Il messaggio di Yvan Gil, vice-ministro degli esteri venezuelano, all'Europa: "Pronti al dialogo in qualunque momento."

 

"Il Meccanismo di Montevideo è un’ottima base di partenza ma il problema è che oggi l’opposizione non ha autonomia. Subisce le pressioni degli Stati Uniti e tutte le sue decisioni sono prese da Washington."



In visita in Europa, il vice-ministro Yvan Gil ha fatto tappa questa settimana anche in Italia dove ha tenuto incontri istituzionali. Come AntiDiplomatico abbiamo avuto modo di rivolgergli alcune domande sulla situazione in Venezuela. A 3 settimane dal golpe dell’autoproclamazione ordita da Washington, il governo mantiene tutta l’autorità su tutte i ministeri e le forze militari. Quei paesi che hanno riconosciuto prematuramente il golpista hanno commesso una grave violazione del diritto internazionale, così come la strategia di colpire il paese attraverso sanzioni illegali – le sole legittime per il diritto internazionale  sono quelle approvate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ex Capitolo VII della Carta Onu – rende la sfida in Venezuela uno spartiacque. Da una parte il multilateralismo, il diritto internazionale, la sovranità e autodeterminazione dei popoli e dall’altra chi cerca di strumentalizzare una crisi economica indotta per produrre l’ennesimo golpe e intervento “umanitario” al fine di destituire un governo che ha scelto una via indipendente dai diktat del neo-liberismo.
 

L’Intervista:
 

Ministro, sui media italiani in questo periodo si è parlato più di Venezuela che dei problemi italiani. Si enfatizza e si parla in continuazione di “crisi umanitaria”. Qual è la situazione?
 
In Venezuela non c’è nessuna situazione di crisi umanitaria. Tutti gli indicatori di salute, alimentazione e sanità sono chiaramente intaccati dalle sanzioni economiche e finanziarie. Ci sono studi che quantificano in 350 miliardi le perdite subite dalla nostra economia dal 2013. È una guerra economica spietata. Abbiamo milioni e milioni di fondi bloccati in tutte le parti del mondo, compreso qui in Europa. Se qualcuno vuole aiutare davvero il Venezuela deve aiutare a sbloccare questi fondi che sono soldi con cui il governo bolivariano può affrontare la crisi economica che attraversiamo. Una crisi umanitaria è tutta un’altra cosa: la popolazione venezuelana, con molta difficoltà per le sanzioni e l’embargo, ha accesso ad una buona sanità e ad una buona alimentazione. Chi realmente vuole aiutare il Venezuela reclami il più forte possibile la fine del blocco degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contro il nostro popolo.
 




Come giudica la posizione italiana fino ad oggi e quali aspettative avete dal Gruppo di contatto creato in ambito europeo?
 
C’è un primo punto di riferimento per noi imprescindibile: i problemi devono essere affrontati e risolti dai venezuelani, senza ingerenza straniera, attraverso il dialogo e il rispetto della Costituzione. Per il resto l’agenda è aperta. Se l’Italia, ed è questo che ho detto alle autorità dello Stato italiano che ho incontrato, vuole aiutare a creare le condizioni del dialogo noi possiamo solo dire: benvenuti. Se l’Europa e il gruppo di contatto vuole creare le premesse del dialogo nel rispetto della nostra Costituzione e senza ingerenza: benvenuti.
 
 
Il Gruppo di Contatto creato dall’Unione Europea, al contrario del Meccanismo di Montevideo, impone però elezioni presidenziali entro 90 giorni. Una chiara ingerenza che non va nella direzione che indicava?
 
Non si può iniziare dal risultato una mediazione. Bisogna prima sedersi a negoziare e il nostro Presidente è disposta a trattare qualunque tema. L’agenda deve essere aperta. Il primo passo deve essere sedersi al tavolo delle trattative senza ingerenze, senza diktat, senza scadenze e senza imposizioni. Tutti coloro che vogliono aiutare il Venezuela troveranno sempre le porte aperte nel nostro paese. Il Meccanismo di Montevideo è un’ottima base di partenza ma il problema è che oggi l’opposizione non ha autonomia. Subisce le pressioni degli Stati Uniti e tutte le sue decisioni sono prese da Washington. Se l’Europa vuole dare un contributo per la pace in Venezuela per prima cosa deve fare pressioni alle destre a sedersi al dialogo ed evitare lo scontro. Noi siamo disposti in qualunque momento, con chiunque e in qualunque luogo.
 
 
L’opposizione delle destre venezuelane è unita o frammentata dopo il golpe del 23 gennaio?
 
L’opposizione è un ente costituito da diverse fazioni. Sono oltre 14 partiti, con interessi diversi e contrapposti, uniti solo nell’eseguire gli ordini di Washington. Sono uniti solo nella loro volontà di abbattere la rivoluzione bolivariana che da 20 anni governa in Venezuela. Non hanno potuto fino adesso attraverso un’elezione. Non hanno potuto destituire il Presidente Maduro con un’elezione: 23 delle ultime 25 elezioni hanno visto il trionfo della Rivoluzione bolivariana. Più di un’elezione all’anno.
L’opposizione dopo ogni elezione persa era sempre più frantumata. C’è una parte della destra che è violenta e come abbiamo visto nelle ultime manifestazioni marcia con le bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Alcuni, ripeto una parte, sono rappresentanti dell’agenda dell’Impero in Venezuela. Un’altra parte dell’opposizione, al contrario, è patriottica e nazionalista, ma, purtroppo, subisce la pressione degli Stati Uniti.

 
 
Con questa parte più patriottica è fiducioso che a breve potrà iniziare il dialogo?
 
L’opposizione non ha altra possibilità che il dialogo. Se vuole un futuro politico e offrire al popolo un’opzione credibile per i suoi sostenitori, l’unica via è il dialogo.
Negarsi al dialogo è negare a creare un’opzione politica. Non farlo significa scomparire. Nascerà una diversa opposizione. La maggior parte della base dell’opposizione chiede il dialogo, fino ad oggi non è stato possibile perché la dirigenza è sotto scacco e minacciata degli Stati Uniti. Ma se vogliono essere sovrani delle loro decisioni devono sedersi al tavolo e iniziare il dialogo.

 
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