Il nuovo conflitto tra Israele e Hamas in un Medio Oriente instabile

L’offensiva israeliana è la quarta dopo Summer Rains, Cast Lead e Pillars of Defense

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Il nuovo conflitto tra Israele e Hamas in un Medio Oriente instabile

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di Mara Carro
 

Il ritrovamento dei corpi senza vita dei tre studenti israeliani rapiti il 12 giugno a Gush Etzion, in Cisgiordania, e l’intensificarsi del lancio di razzi che hanno colpito obiettivi in territorio israeliano hanno innescato un’escalation delle tensioni tra Hamas e il governo israeliano, con il secondo che sin dalle prime ore dopo il rapimento aveva accusato il movimento palestinese di essere dietro alla sparizione dei tre ragazzi. Nonostante i vertici di Hamas abbiano dichiarato la loro estraneità rispetto all’accaduto, pur approvando il ricorso ai rapimenti come arma di propaganda, Israele ha inizialmente intensificato le operazioni di ricerca dei colpevoli e arrestato centinaia di militanti di Hamas per poi mobilitare l’esercito israeliano attorno a Gaza, facendo aumentare il rischio di un’operazione militare su larga scala, richiamare 40.000 riservisti e, in risposta al lancio massiccio di razzi che da Gaza hanno colpito il sud di Israele, lanciare l’operazione “Margine di Protezione” (Protective Edge), una serie di attacchi aerei diretti a colpire obiettivi strategici del movimento a Gaza:  siti di lancio missilistico, campi di addestramento e basi militari.
 
L’uccisione dei tre studenti ha scatenato la reazione violenta anche nella comunità dei coloni israeliani. In ritorsione all'uccisione di tre studenti, Mohammed Abu Khedeir, un palestinese sedicenne, è stato rapito e arso vivo nel distretto di Shuafat, a Gerusalemme est.  
 
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha escluso il cessate il fuoco e ha avvertito che l’offensiva attuale, la quarta dopo Summer Rains, Cast Lead e Pillars of Defense, sarà una campagna lunga mirante alla distruzione del maggior numero di infrastrutture militari e depositi di armi che Hamas avrebbe accumulato dall’ultimo cessate il fuoco risalente al 2012 e non ha escluso un’offensiva terrestre. Da Gaza, Ismail Haniye, leader del movimento palestinese nella Striscia, ha risposto che Hamas è pronta a combattere a lungo e che un cessate il fuoco sarà possibile solo se verrà eliminato il blocco su Gaza e scarcerati i 56 prigionieri palestinesi rilasciati nell’ambito dell’accordo sulla liberazione soldato israeliano Gilad Shalit e nuovamente arrestati il mese scorso durante l’operazione in Cisgiordania per ritrovare i tre giovani coloni rapiti. 
 
 Le guerre di "auto-difesa" israeliane condotte contro la Striscia di Gaza per indebolire Hamas - nel 2008 e di nuovo nel 2012 - si sono rivelate inutili. Rispetto al passato, Hamas ha ampliato la gamma e la precisione dei suoi razzi e più volte - rispetto ai lanci che a malapena hanno raggiunto Tel Aviv e Gerusalemme nel 2012 -  ha colpito a nord nel territorio israeliano, fino ad Hadera, 117 km a nord di Gaza. 
 
 Israele non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo dichiarato di indebolire la capacità di Hamas di colpire all'interno del territorio israeliano. Apparentemente, quindi, gli unici effetti duraturi degli attacchi aerei sono le vittime civili. 
 
Come di consueto nelle cicliche crisi tra Hamas e lo Stato ebraico si è pensato ad una mediazione del governo egiziano. Il tentativo del neo-presidente Abdel Fattah al-Sisi di aprire un canale di comunicazione con gli islamisti  è stato risolutamente respinto. Considerata l’ostilità del governo de Il Cairo nei confronti della Fratellanza Musulmana, di cui Hamas è diretta emanazione e che molti egiziani considerano come il "braccio armato dell'organizzazione terroristica dei Fratelli Musulmani", affidare il compito di mediazione ad Al Sisi appare inadeguato. Mentre in passato il sistema di Mubarak, del generale Suleiman, e anche la stessa opera di mediazione condotta nell’autunno del 2012 dall’allora presidente islamista Mohammed Morsi, erano risultate credibili agli occhi dei due belligeranti, oggi il governo di Al Sisi non convince nelle vesti di mediatore.

Il governo egiziano accusa, infatti, Hamas per la sua alleanza con Fratelli Musulmani e il suo coinvolgimento in numerosi attentati terroristici contro civili e soldati egiziani. Hamas e gli altri gruppi islamici radicali rappresentano una grave minaccia per la sicurezza nazionale egiziana. Ecco perché, durante lo scorso anno, le autorità egiziane hanno adottato severe misure di sicurezza non solo contro Hamas, ma anche nei confronti di tutta la popolazione della Striscia di Gaza. Queste misure includono la distruzione delle decine di tunnel che corrono lungo il confine tra la Striscia di Gaza e l'Egitto e la designazione di Hamas come organizzazione terroristica.
 
Molti sono ancora gli egiziani e gli arabi che simpatizzano con Hamas, soprattutto alla luce del suo confronto con Israele, ma la scorsa settimana, diverse voci provenienti dall’Egitto e altri paesi arabi hanno pubblicamente sostenuto l'operazione militare israeliana contro il movimento islamico nella Striscia di Gaza.
 
La crisi attuale segna la fine del periodo di tregua stabilita tra l’organizzazione islamista e le autorità israeliane nel novembre del 2012 e il fallimento del recente tentativo di riaprire il negoziato da parte del Segretario di Stato americano John Kerry.  Quest’ultima offensiva segue, inoltre, l’insediamento a Ramallah, il 2 giugno, di un governo di unità nazionale a seguito di un accordo di riconciliazione tra le due fazioni palestinesi: l’Autorità palestinese guidata da Abu Mazen e la formazione islamista guidata da Ismail Haniyeh. L’accordo è stato immediatamente osteggiato da tutte le forze politiche israeliane e il governo di Netanyahu ha chiuso al dialogo “con un governo di terroristi”.
 
Sebbene il governo sia di natura tecnica e quindi senza ministri affiliati a Hamas e il suo programma aderisca alle condizioni avanzate dal Quartetto per il Medio Oriente dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi del 2006, Tel Aviv ha visto nell’accordo un atto di legittimazione per il movimento islamico e quindi non è da escludere che la volontà israeliana di delegittimare il patto di governo palestinese potrebbe essere il motivo delle accuse di responsabilità rivolte ad Hamas e lo sfondo della nuova offensiva su Gaza.
 
Hamas si trova oggi in una condizione di debolezza per cause interne ed esterne. A livello interno, permane il conflitto tra le due anime del movimento che fanno capo rispettivamente ad Haniye, in fermo controllo di Gaza, e Khaled Meshal, che dopo aver lasciato Damasco risiede stabilmente in Qatar. Il movimento palestinese affronta poi una crisi economica e politica senza precedenti. La sua autorità all’interno della Striscia è stata più volte contestata dalla galassia dei gruppi jihadisti e salafiti, ora attratti dai successi dello Stato Islamico in Iraq e Siria ,che approfittano del momento per accrescere il loro consenso tra la popolazione. A fronte di questo indebolimento, la leadership politica di Hamas sarebbe quindi stata spinta ad optare per una riconciliazione con l'Autorità palestinese in Cisgiordania con l’intenzione di liberarsi dell'onere della gestione quotidiana di Gaza, mantenendo però il controllo generale e forze armate indipendenti. A fronte del no di Fatah di farsi carico degli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza, l'ala militare di Hamas avrebbe quindi optato per l’intensificazione del conflitto con Israele al fine di migliorare la posizione del movimento, aumentare la popolarità di Hamas e riunificare moralmente tutti i palestinesi, a Gaza, nella West Bank o nella diaspora in tutto il mondo.
 
Sul fronte internazionale, invece, dopo la deposizione del presidente egiziano islamista Mohammed Morsi, Hamas non può più contare sui Fratelli musulmani. Dall’inizio della crisi siriana, la presa di posizione a favore dei ribelli siriani sunniti ha alienato al movimento palestinese il sostegno di alleati tattici – in quanto sciiti -  come l'Iran, la Siria e Hezbollah.      
 
Il problema per Israele in ogni cessate il fuoco è che questo sarebbe funzionale solo al mantenimento dello status quo: Hamas conserverebbe i suoi razzi e la capacità di colpire Israele sempre più in profondità, e darebbe al movimento palestinese il tempo e la possibilità di ottenere modelli sempre più sofisticati, accrescendo il senso di insicurezza in Israele. Un cessate il fuoco sarebbe una vittoria per Hamas. E sotto certi aspetti anche per Israele, se si considera il costo in termini di vite umane e risorse che comporterebbe un’operazione via terra per distruggere le capacità militari di Hamas. C’è poi da considerare che l'occupazione di Gaza sarebbe costosa e complessa. Gli israeliani temono che Hamas sia meglio preparata per un attacco di quanto non fosse durante Piombo Fuso. Senza poi dimenticare le conseguenze politiche, di condanna internazionale, che si aggiungerebbero ad un tale attacco.  Una prima incursione di terra nel territorio della Striscia di Gaza è stata compiuta dall’Esercito israeliano nella notte di sabato.      

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