Il nuovo corso di Delcy Rodríguez: un chavismo addomesticato dagli USA
Il discorso di Delcy Rodríguez all’Assemblea Generale dell’ONU fotografa con una certa nitidezza la nuova fase aperta in Venezuela dopo l’attacco USA e il sequestro di Nicolás Maduro. Non è più il linguaggio della contrapposizione frontale con Washington, né quello della continuità senza condizioni con la precedente leadership. È il linguaggio di chi ha accettato di buon grado che, nella nuova realtà venezuelana, i margini di manovra vengono definiti altrove. Rodríguez prova così a costruire la propria legittimità presentandosi come volto di un chavismo rinnovato, depurato dal conflitto politico che aveva caratterizzato l’epoca di Maduro. «Transizione democratica», «riconciliazione nazionale», «riforma della giustizia», «elezioni libere» e «competizione equa» diventano le parole chiave, evidenzia La Tabla, di un nuovo vocabolario destinato soprattutto alle cancellerie occidentali. Il problema è che questa trasformazione è una normalizzazione sotto tutela statunitense.
Il passaggio è evidente anche nel modo in cui Rodríguez parla oggi degli Stati Uniti: l’accordo energetico con Washington viene presentato come una svolta storica, mentre la condizione politica che ha reso possibile l’attuale scenario rimane sullo sfondo. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più profonda. Dopo la violazione della sovranità venezuelana rappresentata dal sequestro di Maduro, la nuova leadership avrebbe potuto porre al centro del proprio discorso la difesa dell’indipendenza nazionale. Rodríguez sceglie invece un’altra strada: rassicurare Washington, garantire gli interessi energetici e presentarsi come interlocutrice affidabile nella nuova architettura politica. Il suo tentativo non è necessariamente quello di abbandonare il chavismo, ma di rifondarlo in una forma accettabile per gli Stati Uniti. Un chavismo senza Maduro, senza la precedente conflittualità e soprattutto senza mettere in discussione i nuovi rapporti di forza imposti dall’esterno.
Anche il richiamo alle migrazioni, alla sicurezza e alla lotta al narcotraffico contribuisce a costruire un linguaggio perfettamente compatibile con quello delle potenze occidentali. Caracas sembra così adottare categorie che per anni erano state utilizzate contro il governo bolivariano. La domanda diventa allora inevitabile: quanto può ancora definirsi sovrano un progetto politico quando le sue principali scelte vengono calibrate sulle esigenze della potenza che ha contribuito a determinare il nuovo scenario? Rodríguez sembra voler dimostrare di poter governare il Venezuela meglio di Maduro agli occhi di Washington. Ma proprio questa ricerca di legittimazione rischia di trasformarsi nella sua principale debolezza. Perché il punto non è soltanto prendere le distanze da Maduro. È capire quanto lontano da Washington sia disposta ad andare Delcy Rodríguez. E, almeno per ora, il suo comportamento è quello di una leadership che ha scelto di allinearsi alle nuove condizioni USA piuttosto che sfidarle.
Il rischio, per il chavismo, è evidente: non una sconfitta attraverso l’abbandono dei suoi simboli, ma una trasformazione progressiva in qualcosa di politicamente innocuo per chi, dall’esterno, ha sempre cercato di annichilirlo.
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