Il pane e l'acciaio: perché la sinistra senza memoria è una sinistra senza futuro

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Il pane e l'acciaio: perché la sinistra senza memoria è una sinistra senza futuro

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di Geraldina Colotti

C'è un momento, nella storia delle rivoluzioni e delle loro sconfitte, in cui il nemico non ha bisogno di sparare per vincere: gli basta spuntare le armi della critica a chi dovrebbe stare dall'altra parte della barricata. Oggi, mentre il socialismo bolivariano subisce l'attacco più feroce — militare, economico e simbolico — la sinistra italiana ed europea sembra trovarsi in balia di tutti i venti, incapace di riconoscere nell'aggressione a Caracas l'aggressione a se stessa. Questa narrazione egemonica, che demonizza e criminalizza ogni tentativo di rottura con l'ordine costituito, non mira solo ad abbattere un governo: mira a toglierci il diritto alla memoria delle rivoluzioni. Togliendoci il ricordo dei processi che hanno osato sfidare il capitale, ci hanno tolto il diritto alla lotta di classe e, di conseguenza, la possibilità di costruire una pace basata sulla giustizia sociale.

Proprio per contrastare questo svuotamento delle coscienze, l'Internazionale antifascista ha recentemente proposto cinque linee d'azione durante un incontro virtuale coordinato da Ronald Gomez. Le proposte, riassunte dal deputato Nicolas Maduro Guerra — figlio del presidente, musicista ed economista marxista — sono un manifesto di mobilitazione permanente: inondare di lettere la Casa Bianca e le carceri dove sono rinchiusi i sequestrati; portare la denuncia del rapimento in tutte le sedi istituzionali; costringere i media a informare sulla realtà di un doppio sequestro che viola le leggi internazionali; realizzare murales in ogni città; attivare countdown pubblici e affiggere le foto di Nicolas e Cilia in ogni casa e sede politica. È un appello a fare la nostra parte, proprio ora che il Pentagono attacca e la rivoluzione insorge.

Dobbiamo guardare con estrema attenzione a quanto accade a Caracas. Il governo guidato da Delcy Rodríguez è un governo “incaricato”, e lei è una presidente “facente funzioni”: una formula costituzionale per ribadire che la presidenza di Nicolás Maduro non è cessata, ma è stata interrotta da un atto di forza esterno. In Venezuela, il popolo non ha smesso di marciare. Le mobilitazioni sono culminate nella marcia del 23 gennaio, data che commemora la cacciata del dittatore Pérez Jiménez nel 1958.

Una giornata che ricorda la “resistenza tradita” dai successivi accordi delle élite, un parallelismo amaro con la nostra Resistenza in Italia, svuotata del suo slancio rivoluzionario originario. In questo scenario, la propaganda tossica lavora a pieno regime, ma le sue bufale si infrangono contro la durezza dei fatti.

Variazione dell'ubiquità fantastica (quello che dicevano prima)

Ricordiamo la fabbrica di rumori prima del mortifero attacco del 3 gennaio. Ci vendevano un copione alla Queneau: Nicolás era in fuga, un fantasma che faceva colazione a Teheran e cenava a Mosca. I laboratori della calunnia provavano i loro "esercizi di stile" per anestetizzare il mondo. Mentre preparavano i droni e oliavano i fucili, ci raccontavano la favola di un presidente escapista, un prestigiatore della fuga. Era la cortina fumogena mediata prima della zampata reale.

 

Variazione del sequestro reale (la verità ferita)

Ma il 3 gennaio la finzione è morta. Il sequestro non è stato un esercizio letterario; è stato un atto di pirateria imperiale con martiri reali, con sangue versato difendendo una porta di legno che oggi è l'altare della sovranità bolivariana. Nicolás e Cilia non sono spariti nel nulla: sono stati strappati alla loro terra in una violazione atomica di ogni diritto umano e “lucreziano”. Il sequestro è reale, le catene dolgono e il silenzio della sinistra addomesticata in Europa è la complicità necessaria per questo crimine di guerra.

Variazione della telenovela del tradimento (le bufale odierne)

Oggi, con i corpi dei leader in cattività, la fabbrica tenta di sequestrare anche la nostra unità. Il copione ora è quello del "tutti contro tutti": che se Diosdado ha già firmato la resa, che se Delcy è ai ferri corti con Padrino, che se il chavismo è un arcipelago di slealtà. È il tradimento quantistico: tutti si vendono sui titoli della stampa di Madrid, Miami e Roma, ma nella realtà di Miraflores tutti impugnano lo stesso fucile della dignità. Come diceva Lucrezio, nil igitur fieri de nilo posse fatendumst — nulla nasce dal nulla. E queste calunnie nascono dal vuoto di potere di un imperialismo che, non potendo spezzare la resistenza di un popolo, tenta di inventarne la resa.

Il pane è la nostra giustizia sociale, l'acciaio è la nostra memoria, dicono le marce chaviste. Non permetteremo che le loro variazioni sull'assurdo nascondano la ferocia del rapimento. Usiamo l'ironia per ridere dei loro tradimenti inventati, ma teniamo il lutto e la rabbia per i nostri morti. Il 23 gennaio non è solo una data, è il ritorno del popolo che, com'è accaduto con Chávez, non aspetta il permesso dei vincitori per andare a riprendersi i suoi figli. Che sono anche i nostri.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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