Il Pentagono ammette: oltre 750 soldati statunitensi feriti nella guerra contro l'Iran
Mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran supera il traguardo dei cinque mesi, il Dipartimento della Difesa ha reso noti i dati aggiornati sulle perdite subite dalle forze armate statunitensi, rivelando che oltre 750 militari sono rimasti feriti dall'inizio delle ostilità, il 28 febbraio scorso. Secondo il database ufficiale delle vittime di guerra, aggiornato al 19 agosto, i feriti ammontano a 757, mentre i decessi accertati restano 18. Lo riporta The Cradle.
Il computo, tuttavia, è al centro di un acceso dibattito. Il totale ufficiale risulta dalla somma di due distinte voci del sistema di analisi del Pentagono: le perdite registrate sotto l'etichetta "Operazioni all'estero" e quelle relative all'Operazione Epic Fury. Una distinzione che, secondo quanto denunciato da un funzionario statunitense citato da The Intercept, sarebbe stata introdotta proprio con l'intento di «oscurare il conteggio» e mettere in atto un «insabbiamento delle vittime».
La nuova categoria «Operazioni all'estero» è stata istituita dal Pentagono il 7 luglio, in coincidenza con la notifica della Casa Bianca al Congresso dell'avvio di una nuova fase del conflitto con l'Iran. Da allora, la pagina ha registrato 273 feriti o morti aggiuntivi, che sommati ai 431 di Epic Fury portano il totale ufficiale a 704 – un incremento dell'83 per cento rispetto al cessate il fuoco dell'8 aprile. Tuttavia, il Dipartimento della Difesa non ha chiarito a quale teatro operativo si riferiscano le nuove vittime, né ha fornito dettagli sulle circostanze in cui il personale è stato colpito, alimentando ulteriori perplessità sulla trasparenza dei propri resoconti.
The Intercept ha documentato ripetute anomalie, tra cui un inspiegabile calo del conteggio di Epic Fury, sceso da 500 a 431 nel giro di pochi giorni. Escludendo le vittime non registrate, il sito ha stimato che il numero reale di militari statunitensi uccisi o feriti superi ormai i 900, gettando un'ombra sulla credibilità delle cifre ufficiali.
Il nodo strategico: un ridispiegamento delle forze nel Golfo
Le perdite subite stanno costringendo Washington a riconsiderare la propria postura militare nella regione. Il Washington Post ha riferito il 18 agosto che il Pentagono sta valutando un ridispiegamento delle forze dai paesi del Golfo Persico, dove le basi statunitensi hanno subito oltre 200 attacchi dall'inizio delle ostilità, con strutture danneggiate o distrutte.
Secondo Michael Ratney, ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita, possibili destinazioni per le truppe trasferite includono Giordania, Israele e la costa saudita del Mar Rosso. Tuttavia, lo stesso Ratney ha riconosciuto che la maggiore distanza da Teheran non offrirebbe una protezione assoluta, poiché i missili iraniani hanno già colpito tutti e tre i paesi nel corso del conflitto.
L'amministrazione Trump si trova così a dover gestire un duplice fronte: da un lato, la necessità di contenere le perdite militari e l'usura delle forze; dall'altro, l'impegno a mantenere una pressione credibile su Teheran, in una partita che si gioca su più tavoli – militare, diplomatico ed economico – e che continua a tenere il Medio Oriente e il mondo intero con il fiato sospeso.


