Il premier palestinese dà buca a Bibi, colloqui di pace appesi a una lettera

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Il premier palestinese dà buca a Bibi, colloqui di pace appesi a una lettera

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Tasse, maledette tasse. Sono sempre loro a far saltare i vertici. C’erano quasi riuscite anche questa volta, anche se sono state tirate in ballo solo come scusante per cancellare un faccia a faccia ai massimi livelli, forse non ancora maturo. A consegnare al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, la tanto attesa lettera del presidente Abu Mazen è stato infatti Saeb Erekat, negoziatore palestinese di lunga data. All’ultimo minuto il primo ministro palestinese Salam Fayyad è rimasto a Ramallah.
Per il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, il premier palestinese non si è mosso dal suo ufficio come forma di protesta contro il versamento a singhiozzo nelle casse dell’Anp delle imposte che gli israeliani raccolgono in Cisgiordania. Solo dopo diverse ore questa ricostruzione è stata smentita da alcune fonti palestinesi, secondo le quali Fayyad ha ritenuto inopportuno incontrare Netanyahu nella “giornata del prigioniero palestinese”, che ha visto ieri tre quarti dei 4700 detenuti nelle carceri israeliane rifiutare il cibo. Ipotesi però che non convince più di tanto: l’incontro era stato fissato da tempo e Fayyad doveva sapere della ricorrenza.
C’è chi legge invece dietro la cancellazione all’ultimo minuto una possibile spaccatura all’interno della dirigenza palestinese sui contenuti della lettera del presidente Abu Mazen. Tesi anche questa tutta da dimostrare, dal momento che i toni della missiva sono molto amari ma allo stesso tempo diplomatici, proprio come voleva Fayyad. E non sarebbe potuto essere altrimenti visto che numerose bozze della lettera sono state oggetto di pressioni diplomatiche internazionali. «Il testo è stato annacquato, specialmente sotto pressione degli americani», ha rivelato un diplomatico occidentale al Guardian. E Fayyad non dovrebbe essere dispiaciuto per questo. Nonostante tutto, però, Abu Mazen non risparmia le sue critiche a Netanyahu.
«Dobbiamo aiutarci a vicenda», perché «entrambi sappiamo che la violenza non ci porterà da nessuna parte», ma «credo che tu possa capire come le attività di costruzione negli insediamenti stiano erodendo la fiducia dei palestinesi nel tuo impegno per la riconciliazione e l’idea di due stati come soluzione al conflitto», scrive il presidente palestinese. «Se sei favorevole alla costituzione di uno stato palestinese, perché costruisci nel suo territorio?», domanda a Netanyahu. Abu Mazen non si ferma alle critiche ma lancia la sua formula per arrivare alla pace: «Costituzione di uno stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme est capitale e definizione di una giusta e concordata soluzione per i profughi palestinesi».
I confini tra i due stati – suggerisce – potranno essere sorvegliati «da una terza parte dislocata in territorio palestinese». Se non si procederà lungo questa strada «l’Anp non ha più ragion d’essere» e noi palestinesi cercheremo «l’attuazione piena e completa del diritto internazionale» che stabilirà una volta per tutte «le responsabilità di Israele come potenza occupante».
Per il momento Netanyahu prende tempo. «Risponderò con un’altra lettera entro due settimane», ha dichiarato alla fine dell’incontro con Erekat. «Entrambe le parti sperano che questo scambio di lettere possa aiutare a trovare un modo per rilanciare il dialogo», si legge in un comunicato congiunto.
Per il Jerusalem Post, Netanyahu sarebbe pronto a negoziati di alto livello purché avvengano senza precondizioni iniziali. Tra un anno, in Israele, si tornerà a votare per cui è probabile che il premier israeliano lavori nel breve e medio periodo per amministrare piuttosto che risolvere il conflitto. Un giorno rimuove un posto di blocco, l’altro, o addirittura lo stesso, legalizza un avamposto illegale in Cisgiordania.
Come tra l’altro è successo ieri, quando in mattinata ha annunciato che il governo legalizzerà gli avamposti di Bruchin, Sansana e Rachalim, mentre nel pomeriggio ha riaperto il dialogo con i palestinesi. D’altronde, è proprio a causa della continua espansione degli insediamenti che i colloqui di pace ad alto livello sono fermi dal settembre 2010. «Siamo realisti, nel 2012 non registreremo nessun passo in avanti. La questione principale è come arrivare alla fine dell’anno senza una grave crisi», ammettono i diplomatici del Quartetto. Messa così, la riapertura del dialogo, sebbene attraverso lo scambio epistolare, allontana di poco gli scenari più cupi. 

Maurizio Debanne

Fonte:europaonline.it
http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=134124

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