Il referendum in Scozia: una rivolta contro il regno congiunto di finanza e imperialismo

Una rivolta contro l'austerità imposta dal governo di Cameron. Hilary Wainwright

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Il 18 settembre, gli scozzesi voteranno a favore o contro l'indipendenza dal Regno Unito. Secondo i sondaggi recenti, l'ipotesi di una vittoria del “si”, impensabile fino a pochi mesi fa, non è più improbabile.  La campagna per l'indipendenza scozzese è sostenuta da un ampio movimento popolare democratico, che ha attirato le simpatie di gran parte della sinistra e degli ambientalisti, nella stessa Gran Bretagna. 
 
In Francia come nel resto d’Europa, l'indipendenza scozzese è spesso affrontata da un punto di vista "folcloristico" come una manifestazione di nazionalismo classico, o dando spazio ai messaggi negativi delle élite britanniche sulle conseguenze economiche di una scissione. Ma dietro al Partito nazionale scozzese e il suo leader Alex Salmond, la causa dell'indipendenza scozzese è anche - e soprattutto - un vasto movimento democratico nella società scozzese.  
 
Un'altra parte della sinistra britannica ha preso posizione contro l'indipendenza. Il partito laburista britannico è anche il partito che più ha da perdere nel breve periodo da una indipendenza della Scozia. La Scozia tradizionalmente vota a sinistra. La perdita di questi voti potrebbe compromettere le possibilità del partito di tornare al potere a Londra nelle elezioni generali del 2015.
 
Come sottolinea Hilary Wainwright in un articolo per la rivista Red Pepper, ripreso da Basta!, la causa dell'indipendenza scozzese è la manifestazione di una rivolta contro l'austerità imposta dal governo conservatore di David Cameron. E' anche, più profondamente, una rivolta contro il regno congiunto di finanza e imperialismo che caratterizza, agli occhi di molti scozzesi, la politica di Londra. Ma la questione del referendum è soprattutto la liberazione dell’immaginazione democratica e la riapertura di diverse prospettive future rispetto alla perpetuazione della camicia di forza neoliberista.
 
"C'è oggi in Scozia un movimento politico che va ben oltre quello che sarebbe controllabile o anche comprensibile in termini di politica parlamentare classica, con le sue elezioni senza una vera scelta ogni quattro anni. Molti di noi a sud del confine scozzese, insensibili per così tanto tempo dinanzi alle promesse di cambiamento non mantenute abbiamo tardato a svegliarci da questa realtà - ma dobbiamo aprire gli occhi".
 
Il referendum è anche diventato un invito a dire di no a una superpotenza le cui guerre, come quella contro l'Iraq, sono sempre state considerate aberranti dal popolo scozzese; la possibilità di dire di no a decenni di ingiustizia sociale e di sacrificio sull'altare del mercato mondiale decisi dai governi conservatori e laburisti a Westminster. E', infine, la possibilità di rifiutare una democrazia senza sostanza dove i parlamentari, a 500 miglia di distanza o più, sono troppo lontani per essere ritenuti responsabili o soggetti alla pressione popolare.

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