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Il Venezuela senza Chavez descritto da Geraldina Colotti. Carlo Amirante recensisce 'Dopo Chávez. Come nascono le bandiere'

 

Con questo volume-inchiesta, che segue il precedente dal titolo Talpe a Caracas (2012), l’autrice ritorna a fare il punto sulla situazione economica e costituzionale del Venezuela



di Carlo Amirante
 

Contro il corus line che crocifigge il presidente del Venezuela Maduro, e le sue politiche, Geraldina Colotti ha ricostruito sulla base di eventi e fatti spesso vissuti in prima persona, dunque al di là di posizioni preconcette e acriticamente ideologiche, la situazione oggettivamente difficile se non drammatica del Venezuela e della sua economia.


Con questo volume-inchiesta, che segue il precedente dal titolo Talpe a Caracas (2012), l’autrice ritorna a fare il punto sulla situazione economica e costituzionale del Venezuela. Di un paese, cioè, che con la rivoluzione chávista e l’appoggio di Cuba (sostenitrice del nuovo corso bolivariano soprattutto nelle politiche sanitarie e culturali) aveva tentato, anche con la fondazione dell’ALBA (l’organizzazione politico-economica dei paesi latino-americani, volta a stabilire rapporti di solidarietà e cooperazione fra gli stati membri) di ridare autonomia e dignità politica e sociale alle popolazioni latino-americane.


Se il ‘diluvio’ previsto per il dopo Chávez non è riuscito a travolgere la presidenza Maduro – malgrado l’ampio schieramento a guida statunitense che ha sostenuto e legittimato le violenze dell’opposizione - ha messo, però, a dura prova la resistenza del nuovo regime politico. L’attacco frontale che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno portato contro tutti paesi latino americani schierati con il Venezuela e con Cuba ha messo in ginocchio proprio quei ceti popolari che la Costituzione fortemente voluta da Chávez si era proposta di riscattare da secoli di schiavitù economica e sociale e da una soggezione politica che la Costituzione abrogata contribuiva ad eternare.


L’Autrice, in una carrellata della recente storia venezuelana ripercorsa come esperienza autobiografica, descrive l’emozione del paese per la morte del Presidente Chávez, il ruolo determinante del Partito Socialista Unito da lui fondato, l’elezione di Maduro, le difficili prove che il nuovo Presidente ha dovuto affrontare per fronteggiare un’opposizione sempre più determinata. Pur ricorrendo, infatti, anche alla violenza omicida per di porre fine all’esperienza socialista avviata dal Presidente Chávez, l’opposizione non è riuscita a delegittimare il Governo del Presidente Maduro che, anziché affidarsi ad una repressione autoritaria, ha preferito lanciare la sfida pacifica di una nuova Assemblea Costituente.


L’annuncio e l’apertura di una nuova Assemblea Costituente, come via politicamente efficace “per costruire un’uscita alternativa non violenta a una crisi” che rischiava di condurre il Parse in un vicolo cieco, sono stati però boicottati da un’opposizione decisa a creare una sorta di governo parallelo alla presidenza Maduro, legittimato e sostenuto da un parlamento la cui maggioranza era nelle mani delle stesse opposizioni.


L’iniziativa presidenziale, pienamente legittima secondo l’Art.

348 della Costituzione Bolivariana, non si è però proposta di stravolgere il testo della Costituzione del ’99 per rafforzare i poteri del Governo – come affermano le opposizioni – ma di ristabilire pacificamente l’ordine, coinvolgendo l’intero paese nel processo di revisione costituzionale anche istituzionalizzando alcuni significativi esperimenti di partecipazione popolare.


In realtà, l’opposizione alla Presidenza Maduro, sostenuta soprattutto da un Parlamento delegittimato da comportamenti in evidente provocatorio contrasto con la Costituzione Bolivariana e in aperto conflitto con il Tribunale Supremo di Giustizia, di cui ignora e disattende le decisioni, ha tentato di tutto per far fallire il disegno pacificatore del Presidente. Ha, infatti, organizzato un plebiscito (istituto non previsto dalla Costituzione Bolivariana) sostenuto dagli Stati Uniti e dai media internazionali, lanciando uno sciopero generale di quarantotto ore, seguito da minacce per chi si fosse recato a votare per l’Assemblea Costituente.


Malgrado tutto ciò e ignorando anche gli atti di violenza, le minacce e gli spari contro chi andava a votare per Costituente, la partecipazione è stata massiccia (8.089.230 votanti): la ‘vittoria popolare’, legittimata da osservatori internazionali neutrali, è stata dunque inequivocabile. Ciò nonostante, l’Argentina, il Cile, Il Perù, la Colombia, il Brasile, il Messico, Costa Rica e Panama, paesi fra i quali non mancano dunque importanti ex alleati di Chávez, non hanno riconosciuto la validità di questo voto.


La stimolante ricerca della Colotti – una delle poche voci libere in un coro di critiche preconfezionate a una delle esperienze pacifiche e partecipate dal basso di socialismo del secolo XX proposta dal Presidente Chávez, si chiude con alcune interviste a figure rappresentative della Rivoluzione Bolivariana; ma anche con qualche amara considerazione sulle celebrazioni della Rivoluzione d’Ottobre, talora occasione di rilancio di una democrazia borghese… oggi in crisi irreversibile e per una condanna senz’appello - anche da sinistra - all’esperienza della Rivoluzione Bolivariana, che pure non pochi avevano già osannato.

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