"Il vincitore si prende tutto": Trump ammette all'ONU il vero scopo dell'attacco al Venezuela
Dal sequestro del presidente Maduro all'espropriazione dei giacimenti: la confessione di un'aggressione neocoloniale in diretta globale
C'è un momento, nei discorsi dei potenti, in cui la maschera cade e resta solo la faccia vera. Donald Trump l'ha avuto all'81ª Assemblea Generale dell'ONU, quando ha spiegato al mondo - senza alcun pudore, senza nemmeno provare a camuffare la cosa - che l'"operazione militare massiccia" condotta a gennaio contro il Venezuela serviva a mettere le mani sul petrolio.
"El vencedor se lo lleva todo", ossia “il vincitore si prende tutto”. Ha detto proprio così, in spagnolo, con quel tono da padrone che ormai è il suo marchio di fabbrica. E non era una metafora. Parlava del bombardamento della capitale venezuelana Caracas, un'operazione che si è conclusa con il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Un'aggressione militare in piena regola contro uno Stato sovrano, presentata come un'operazione di polizia internazionale, e rivendicata con la frase che i rapinatori usano nei film di serie B.
Trump ha poi avuto l’ardire di spiegare che, a seguito di quell'aggressione bellica e neocolonialista, la sua amministrazione sta "collaborando strettamente con i leader del Venezuela per forgiare un futuro molto migliore per il popolo venezuelano". Il popolo venezuelano, evidentemente, non è stato interpellato. Il suo presidente è stato sequestrato, le sue istituzioni decapitate, il suo territorio bombardato. Ma il "futuro migliore" è in arrivo, parola di chi ha ordinato l'attacco.
Poi il pezzo forte. Trump ha ricordato la firma del "più grande accordo petrolifero della storia, che copre 65.000 miliardi di barili di petrolio", un accordo che, secondo lui, "avvantaggerà enormemente sia il Venezuela che gli Stati Uniti e aiuterà a ridurre i costi dell'energia in tutto il mondo". Ecco il punto. Ecco perché i bombardieri sono partiti, perché Maduro è stato portato via in manette, perché un paese intero è stato messo in ginocchio. Non per la democrazia, non per i diritti umani, non per il narcotraffico. Come cianciano i media mainstream. Si tratta solo delle più grandi riserve petrolifere mondiali.
"Lo sappiamo tutti: il processo è già in corso, le più grandi compagnie petrolifere del mondo stanno entrando in gioco e le cifre sono assolutamente incredibili. Se sommiamo le risorse di Stati Uniti e Venezuela, contiamo oltre il 60% del petrolio mondiale". Parole sue. Non di un oppositore, non di un giornalista critico, non di un leader del Sud globale che denuncia l'imperialismo. È il presidente degli Stati Uniti che, dal podio dell'ONU, rivendica l'aggressione militare come strumento di acquisizione di risorse energetiche. In diretta mondiale.
Questa non è politica estera. È rapina a mano armata, con tanto di dichiarazione di intenti. Il modello è quello del rapace imperialista di vecchia scuola: prima si bombarda, poi si saccheggia, e alla fine si spiega che era tutto per il bene delle vittime. Trump non ha nemmeno provato a nasconderlo dietro il solito paravento umanitario. Ha detto le cose come stanno, con la brutalità di chi sa che nessuno lo fermerà.
Il "vincitore si prende tutto" è, in fondo, la sintesi perfetta dell'ideologia che anima questa amministrazione: il mondo è una giungla, la forza fa diritto, e chi ha i bombardieri ha anche il petrolio. Il Venezuela, in questa visione, non è una nazione con una storia, un popolo e una sovranità. È un giacimento con una bandiera.
Il "vincitore si prende tutto". Sì. Ma la storia insegna che i vincitori di oggi sono i perdenti di domani, e che nessun impero, per quanto arrogante, è eterno. Il Venezuela è stato rapinato sotto gli occhi del mondo. Quel mondo che adesso si sta organizzando affinché questa tracotanza sia bandita.


