"Impossibili da difendere": The Hill svela la vulnerabilità delle 11 basi USA sotto i raid iraniani
I gravi danni subiti dalle basi americane in Medio Oriente in seguito agli attacchi iraniani stanno intensificando il dibattito a Washington sulla necessità di ridurre la presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Secondo quanto riportato da The Hill, la guerra contro l'Iran ha messo in luce l'estrema vulnerabilità delle infrastrutture statunitensi situate nei Paesi del Golfo Persico.
La decisione finale su un eventuale disimpegno o ridimensionamento delle truppe dipenderà dall'esito del conflitto, ma diversi ex funzionari della sicurezza nazionale considerano questo passo un riassetto ormai necessario. Stime dell'American Enterprise Institute indicano che circa 70 strutture in 11 basi militari americane sono state colpite, con danni stimati intorno ai 5 miliardi di dollari. Un rapporto dell'ispettore generale del Pentagono conferma che centinaia di edifici sono stati danneggiati o distrutti in Kuwait, Giordania, Oman, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, fino alla totale distruzione della base in Bahrein.
Come evidenziato da Jennifer Kavanagh, direttrice dell'analisi militare presso il Defense Priorities Institute, le installazioni attorno al Golfo Persico si rivelano difficili da difendere e rimangono esposte al rischio di nuovi attacchi anche in caso di ricostruzione. Attualmente, oltre 50.000 militari americani sotto il comando del CENTCOM, distribuiti dalla Giordania all'Oman, continuano a essere bersaglio delle offensive iraniane, che hanno colpito anche gli hangar dei caccia F-35, F-16 ed F-15 in Giordania.
Tra le opzioni al vaglio del Pentagono per ridefinire la presenza nella regione vi sono il trasferimento di parte delle forze nei territori controllati da Israele, il ricorso a strutture sotterranee e il potenziamento delle difese aeree. Tuttavia, questa terza ipotesi si scontra con la progressiva riduzione delle scorte americane di missili intercettori. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio e prolungatosi per oltre sei mesi, si è trasformato in una guerra di logoramento per Washington, aggravata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e dalla conseguente crisi energetica globale.


