"In prima linea da otto anni". L'auto ammissione del Corriere della Sera che sbugiarda la sua propaganda

Mentre invoca armi a Kiev e chiede all'Europa di "unirsi" contro la Russia, il giornale di Via Solferino si fa sfuggire la verità sul conflitto in Ucraina

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"In prima linea da otto anni". L'auto ammissione del Corriere della Sera che sbugiarda la sua propaganda

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 di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


C'è poco da fare; ogni tanto la lingua, senza volerlo, è più veloce dell'occhio e allora capita che finiscano sulla carta stampata ammissioni come quella che è toccato leggere sul Corriere del 23 febbraio. Nel bel mezzo di un sermone tra il lirico e l'apologetico, uno degli eroi dell'articolista, tale “Roman” che, a quanto pare, parla «da una postazione di combattimento, scritto appena ha finito di pulire la casa dove si trova il suo plotone» (ma allora è vero che le truppe di Kiev si attestano negli edifici civili; non sono invenzioni della propaganda di Mosca; che diamine) confessa di essere «in prima linea da otto anni. Probabilmente ho visto tutto quel che c’era da vedere».

Ma come, la guerra non è cominciata soltanto tre anni fa? Sono tre anni che ci convincono che, prima del 24 febbraio 2022, l'Ucraina fosse il paese più pacifico della terra e solo “la guerra scatenata da Putin” abbia costretto gli ucraini a prendere le armi per «difendere la propria democrazia contro l'autocrate russo»; e ora Roman dice di essere in prima linea da otto anni. Cosa faceva nei cinque anni prima del 2022? Contro chi sparava nel 2017 o nel 2020? C'era forse una guerra da quelle parti? Chi combatteva contro chi? Ma tu guarda: otto anni in prima linea e “l'aggressione russa” solo tre anni fa. Un rompicapo che potrebbe fare il paio con quell'essere strano che al Corriere della Sera chiamano «Trumputiano, un ircocervo giallo-verde, metà Trump e metà Putin. Si era come assopito nelle nostre coscienze e ora ha ripreso vigore». Come si spiega? Uno rimane «in prima linea da otto anni», ma la guerra è cominciata solo nel 2022. È l'enigma del «Trumputiano», che altri non è che «un pacifista che vuole un tavolo della pace senza l’Ucraina... dimentica che Putin continua a massacrare avversari e innocenti come se niente fosse». Già, mentre Roman, da “otto anni in prima linea”, agli ordini di Petro Porošenko prima e di Vladimir Zelenskij poi, ha continuato a sparare sui civili del Donbass; mentre qualche commilitone di Roman assassinava con le bombe a mano qualche vecchio negli scantinati di una casa a Russkoe Porechnoe. Chissà. Tutto è possibile in «questo contesto pacifista o filo-putinista che dir si voglia», si dice in altra pagina del Corriere, meno bucolica ma almeno più diretta: chi è per la pace è per Putin e dunque, per definizione, non può essere dei “nostri”. Vade retro.

In ogni caso, ora la faccenda è chiara: seguendo le indicazioni di Roman, «L’Europa deve unirsi» nella guerra contro Mosca. Lo ha ribadito anche il primo ministro della junta ucraina, Denis Šmygal, al vertice che ha riunito a Kiev la crème de la crème dell'aristocrazia “politica” europeista per “Support Ukraine”, fino alla vittoria. Non certo fino alla pace: solo fino alla vittoria, perché, ci insegnano da via Solferino, essere “pacifisti” (sì: al Corriere, è d'obbligo scrivere la parola tra virgolette) significa lavorare per Mosca, mentre l'Europa deve invece puntare tutto sulla “resistenza”, sul “Nulla sull'Europa senza l'Europa”. Perché, come ha detto Šmygal, il «Cremlino sta cercando di dividere la UE per dominare ogni paese separatamente; solo insieme possiamo resistere all'aggressione. In questo momento, nessun paese al mondo ha più esperienza di guerra dell'Ucraina. Se stiamo spalla a spalla, niente e nessuno può sconfiggerci... Abbiamo guadagnato tempo per l'Europa, per adottare misure concrete e decisive per salvare il continente dalla catastrofe»: cioè dalle “aggressioni” che Mosca sta architettando contro ogni paese europeo. Dunque, ha tuonato il ministro francese per gli Affari europei Benjamin Haddad, «le prossime settimane saranno molto importanti per l'Ucraina e per il continente europeo... non si deve decidere nulla sull'Ucraina senza l'Ucraina. La pace deve essere giusta... l'aggressione russa è una minaccia al continente europeo e ora l'Europa mette tutto in gioco». Bravo! Bis! Ha ragione Zelenskij, quando dice che i paesi in cui vive anche popolazione russofona sono a rischio di invasione russa: non solo l'Ucraina, ma anche Moldavia, Estonia, Lituania, Lettonia. E perché no: anche la Finlandia. Del resto, ha detto el jefe de la junta, «anche voi avete enormi confini con la Russia. Ecco perché la nostra esperienza, come proteggere, difendere esattamente la linea di demarcazione o il fronte e le tecnologie che aiutano a proteggere il confine saranno molto utili per i vostri Paesi».

Dunque, fa da spalla a distanza a Zelenskij l'oracolo del Corriere, Michael Walzer, tenete bene a mente che il «dominio russo in Europa orientale fu così brutale che provocò resistenza, sollevazioni». E noi, criptocomunisti, che pensavamo che le sollevazioni fasciste fossero state organizzate dalla CIA, mettendo in campo i rottami dei vecchi regimi filo-hitleriani. Che ingenui eravamo. Ma, badate bene: «questo può accadere di nuovo», assicura Walzer. «Mi interessa molto vedere come i finlandesi e gli svedesi vedranno il loro impegno nella Nato, poiché il loro ingresso è stato un segno della loro consapevolezza delle reali intenzioni di Putin». Ancora una volta: Putin überall, se non proprio in der Welt, quantomeno in der Osteuropa! «Immagino che i Paesi Baltici e la Polonia siano molto preoccupati del loro futuro politico»: prima i carri armati di Brežnev, ora gli ipersonici “Orešnik di Putin. Ah, c'è poco da fare: comunisti (insomma...) o borghesi, i russi non cambiano mai!

L'ha capito prontamente la premier danese Mette Frederiksen, che esorta a «liberarci di qualsiasi “linea rossa” nella nostra testa» e mobilitare l'Europa prima che «sia troppo tardi»: massimizzare dunque le spese per la “difesa” e per l'appoggio militare a Kiev, «non domani, ma oggi!», perché, dice la socialdemocratica bellicista, «un cessate il fuoco senza una pace duratura porterà a grandi pericoli per tutti noi e darà alla Russia l'opportunità di rafforzarsi e attaccare nuovamente l'Ucraina o un altro paese europeo. Non ho mai creduto che questa guerra riguardi solo l'Ucraina». Già, rafforzarsi e attaccare di nuovo; proprio come nel 2014 e 2015 con i “Minsk 1 e 2”: una tregua garantita dalle facce di bronzo di Hollande e Merkel per consentire a Porošenko di riorganizzare le forze, dopo la disfatta di Debaltsevo. Così, Mette intona il ritornello caro al nazigolpista-capo, per cui la garanzia di sicurezza più «economica e semplice» per Kiev sarebbe l'adesione alla NATO, ma dato che «ci sono alleati che sono contrari, è necessaria un'alternativa». Quale? Da convinta socialdemocratica: «come europei, accrescere in proporzione e accelerare la difesa dalla Russia. E il 3% non sarà sufficiente. Non è abbastanza!». No, non basta, perché la guerra contro la Russia, nella visione di questa tagliagole, sembra essere così vicina, tanto da profetizzare «che abbiamo solo pochi mesi per prendere tutte le decisioni importanti o sarà troppo tardi». Sbrighiamoci, dice, anche perché l'armistizio potrebbe essere più pericoloso della guerra: una sentenza su cui concorda il generale Sergej Krivonos, consigliere di Zelenskij: se le si concede una tregua, dice, Mosca può velocemente riarmarsi e impadronirsi dei paesi baltici e di parte della Polonia. Dunque, «per l'Europa è meglio aiutare l'Ucraina a battersi e vincere i russi che non, dio non voglia, l'Ucraina venga messa fuori da questa guerra e allora l'intero potenziale della Russia si riverserebbe sull'Europa».

Armarsi, quindi, e in fretta. E, se ci sono “alleati contrari”, allora, come insegna Nicola Zingaretti su l'Unità, si deve agire come «dice Draghi: dobbiamo ragionare come se fossimo un unico Stato» e, soprattutto, por mano a « riforme coraggiose come la rimessa in discussione dell’unanimità su determinate materie», facendola finita col «diritto di veto, che ha mortificato la capacità di agire e di essere soggetto politico». Che diamine, se qualcuno non vuole armare Kiev, che si faccia da parte e al diavolo l'unanimità, perché contro «la grande illusione del nazionalismo», il PD è sicuro che «l’unico antidoto anche per il rilancio di una politica atlantista è unire l’Europa, renderla forte e protagonista», pronta a muovere le proprie armi al di là del vecchio continente e, dunque, «mi lasci dire, abbiamo fatto bene a votare la Commissione von der Leyen», che a Kiev ha promesso altri miliardi alla junta nazista già entro marzo. Dieci anni fa, a Minsk, erano facce di bronzo. Oggi sono facce di...

Anche perché, come ha tuonato il presidente ceco Petr Pavel, «in nessun caso la guerra dovrebbe essere fermata a condizioni inaccettabili per la junta. Lui, generale tutto d'un pezzo, non ha «dubbi che l'obiettivo finale di questa aggressione sia quello di cancellare l'Ucraina dalla mappa del mondo... vogliamo una pace duratura in Ucraina. Ma non una pace ad ogni costo. Una pace costruita sull'umiliazione della vittima, cioè quando premiamo la Russia per l'aggressione, non sarebbe una vera pace. Sarebbe un tradimento... Ogni negoziato deve iniziare con un chiaro riconoscimento di chi sia l'aggressore e chi la vittima. Non ci devono essere ambiguità!». Il solito “storicismo” liberalmeschino: “aggredito” e “aggressore”; tutto ciò che c'è stato prima non esiste; solo i vetero-comunisti continuano a pensare che la guerra sia «la continuazione della politica».

Quindi, signor Pavel: nessuna ambiguità. Certamente. Men che mai ora che, con le uscite di Donald Trump, riprendono corpo «Orgoglio antiucraino. Orgoglio antieuropeo», sussurra il medesimo “poeta” che cita Roman, «in prima linea da otto anni». Con le uscite di Trump, «Espressioni riaffiorano alla superficie, “la guerra per procura degli Stati Uniti in Ucraina”, “l’allargamento della Nato a est”, “gli interessi di Zelensky”, le farneticazioni varie sulla “pace”». Tutte fandonie. Volete mettere. E quando mai la NATO si è spinta “di un solo pollice a est”! Noi al Corriere la conosciamo la verità: quella pace «ecco di cos’è fatta: di falsità, di sottomissione ma anche di un elemento che non avevamo previsto – l’estorsione... la guerra che uccide gli ucraini è passata di nuovo sopra le teste degli ucraini. Kiev esclusa dal tavolo negoziale. Il martirio sovrascritto». Vangelo secondo il Corriere. Perché, se Roman è «in prima linea da otto anni», allora da chi è stato sopportato quel martirio? Da chi? Avete mai sentito parlare dei bambini di Gorlovka, Stakhanov, Jasinovataja, Alcevsk, uccisi dalle bombe a grappolo di Kiev? Quante volte ne hanno scritto sul Corriere, di quel martirio?

Ma, si sa, ci rammenta uno “storico” di vaglia del Corriere, «Ancora un altro piccolo passo e il 24 febbraio 2022 sarà ricordato nei libri di storia come il giorno in cui l’Ucraina invase la Russia e i carri armati mandati da Kiev si spinsero fino alle porte di Mosca. A questo punto potrebbe succedere». E perché mai? I libri di “storia” europeisti non ci assicurano forse che gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, avendo come alleate Gran Bretagna e Francia, punto e a capo? L'Unione Sovietica? Ma fate il piacere: Stalin si spartì con Hitler la Polonia. La storia è tutta qui; almeno quella che si insegna al Corriere. Del resto, si rammarica quello “storico” raitelevisivo, Trump si è permesso «quella prima incredibile affermazione», secondo cui “Zelensky non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra”, quelle sono parole «ad ogni evidenza incredibili e gravemente oltraggiose... indirizzate a tutti i leader europei che negli anni passati hanno sostenuto la causa del leader ucraino». Indirizzate a quell'Europa «pur rimproverata anche su queste colonne di non aver fatto quel passo in più che sarebbe stato necessario per mettere gli ucraini in condizione di contrastare adeguatamente l’offensiva russa»: per esempio, tutto quel malaugurato «tentennamento, incertezza, ritardo di troppo» nel fornire ai nazisti di Kiev armi a lunga gittata per colpire in profondità il territorio russo. Ah, fossero ancora i tempi di Lotta Continua, sembra dire sconsolato lo “storico” di vaglia. E invece, eccoci qua, alle prese con un buzzurro della genia di Trump che, «accecato da una visione rancorosa e mercantile della politica... non ha compreso il valore simbolico che per gran parte del mondo occidentale — non solo l’Europa, perciò — ha avuto in questi tre anni la resistenza ucraina». Una “resistenza” che, bontà sua, anche un anticomunista come lui ha qualche remora a «paragonare al conflitto che insanguinò la penisola iberica tra il 1936 e il 1939», e che però, noi, per parte nostra, potremmo accostare (non ce ne vogliano gli eredi degli eroi sovietici del 1941-1945, se queste righe sembrano accomunare i loro padri e nonni, che balzavano dalle trincee al grido di “Comunisti avanti!”, ai militari della Russia d'oggi) a quella delle SS tedesche e dei volontari filo-hitleriani da Francia, Finlandia, Belgio, Ungheria che rimasero a difesa della cancelleria del Reich finché non furono sloggiate dall'Esercito Rosso.

Non c'è che dire: la “storia” disegnata dal Corriere è proprio quella di Roman, «in prima linea da otto anni», a fare una guerra cominciata solo tre anni fa. È proprio vero quanto scrive il Corriere: «La fortuna dei predicatori falsi è che non mollano mai»; soprattutto quelli di casa a via Solferino.

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