Iran e Cina, un asse che si rafforza sullo Stretto di Hormuz
Teheran apre a Pechino un canale privilegiato nello stretto strategico, mentre avverte Washington: nessuna interferenza USA sarà tollerata
L'annuncio di un meccanismo congiunto tra Iran e Oman per la gestione del traffico navale nello Stretto di Hormuz non è solo una mossa logistica: è un segnale politico preciso, indirizzato a Washington. A renderlo esplicito è stato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, in un incontro con il vicepresidente del Comitato Permanente dell'Assemblea Nazionale del Popolo cinese, He Wei: da notare che la scelta dell'interlocutore non è affatto casuale.
L'intesa, fondata sull'articolo cinque del Memorandum d'Intesa tra Iran e Stati Uniti, entra ora nella fase operativa. Ma il punto politico è nella dichiarazione che l'ha accompagnata: "La Repubblica Islamica non permetterà alcuna interferenza statunitense nello Stretto di Hormuz". Teheran punta a estendere il coordinamento agli altri paesi del Golfo Persico, mentre prepara con Muscat un accordo più ampio sulla gestione amministrativa e i servizi marittimi dell'area, nel quadro del diritto internazionale e della sovranità degli stati costieri.
È nello stesso incontro che emerge il vero filo conduttore della strategia iraniana: l'appello a Pechino per rafforzare le relazioni strategiche bilaterali. Ghalibaf lo motiva con l'evoluzione della situazione regionale e con il recente conflitto, che a rendono necessario un riavvicinamento più stretto tra i due paesi. Non è una novità: la Cina è da anni il principale acquirente del greggio iraniano, aggirando le sanzioni occidentali attraverso reti commerciali parallele, e Hormuz - da cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale - è lo snodo obbligato di questo flusso.
In quest'ottica, la rivelazione che l'Iran ha già facilitato il transito delle navi cinesi attraverso lo Stretto assume un peso specifico: non è solo cooperazione bilaterale, è una dimostrazione di capacità, la prova che Teheran può garantire a Pechino un canale privilegiato in un'area che controlla militarmente. Ghalibaf lo inquadra esplicitamente come argine all'unilateralismo statunitense, presentando l'asse Teheran-Pechino come fattore di stabilità per il Golfo Persico e il sud-ovest asiatico.
Questa proiezione di sicurezza arriva mentre emergono retroscena inquietanti sul livello dello scontro sotterraneo con Israele e Stati Uniti. Il New York Times ha riportato che funzionari statunitensi e israeliani avrebbero valutato un attentato contro lo stesso Ghalibaf e contro il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, durante i negoziati sul cessate il fuoco della scorsa primavera: al punto che Washington avrebbe chiesto ad alcuni paesi della regione di avvertire Teheran, temendo che l'operazione facesse saltare le trattative. Ad aprile, poi, la sicurezza iraniana avrebbe intercettato due caccia israeliani mentre scortavano il rientro di Ghalibaf da Islamabad, costringendolo a un atterraggio d'emergenza a Mashhad e a otto ore di viaggio via terra.
Sono episodi che spiegano perché Ghalibaf accusi Israele di voler minare il Memorandum d'Intesa con gli Stati Uniti, pur dicendosi fiducioso nella deterrenza regionale iraniana. Una posizione ben chiara e ribadita anche dal ministro della Difesa ad interim, generale Majid Ebn al-Reza, che ha avvertito contro qualsiasi violazione del cessate il fuoco e contro i tentativi di potenze extraregionali di sfruttare lo Stretto, distinguendo, non a caso, tra alleati di cui l'Iran si fida e nemici di cui non si fida.
Il quadro che emerge è quello di un Iran che usa Hormuz come leva su due tavoli contemporaneamente: verso gli Stati Uniti, come strumento di pressione diretta; verso la Cina, come merce di scambio per consolidare un'alleanza economico-strategica che Teheran considera essenziale nel momento di massima pressione internazionale.


