Iran, tra meme e numeri: così la guerra dell'informazione si combatte (anche) online
Una foto-scenetta dal Canada diventa "prova" della rivolta. I dati di un'ONG sostenuta da Washington sono assunti come verità assoluta. Il caso studio di come le crisi internazionali siano sempre più narrate attraverso strumenti opachi e interessati.
di Francesco Fustaneo
Due notizie, apparentemente scollegate, esplose nel giro di pochi giorni, offrono uno spaccato perfetto delle regole (sporche) della comunicazione nell'era delle crisi internazionali. Da una parte, una fotografia potentissima che fa il giro del mondo: una giovane e bella ragazza accende una sigaretta con la fiamma che brucia il ritratto della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei. Un'immagine di sfida assoluta, perfetta per i titoli e i social media. Dall'altra, numeri drammatici che diventano la metrica ufficiale della repressione: numero di arresti, numero di morti nelle proteste. Cifre riprese senza esitazione da gran parte della stampa internazionale.
C'è un problema, in entrambi i casi. Quasi nessuno, nella corsa alla viralità e al titolo a caldo, si è fermato a chiedere: Da dove viene questa informazione? Chi la produce? E perché?
La foto-simbolo (fuori contesto)
La ricostruzione dei fatti, come riportata da diversi autori testate è lampante: quella foto non è stata scattata in Iran e nemmeno di recente. È l'opera di un'attivista digitale conosciuta online come Morticia Addams (@melianouss su X), nota per contenuti ultra-provocatori e anti-Repubblica Islamica costruiti per essere meme. L'immagine è stata realizzata in un parcheggio a Richmond Hill, Ontario, Canada. Un gesto simbolico, una performance per i suoi follower. Tra le disamine più puntuali della foto che pervengono alla ricostruzione sopra enunciata , va citata quella di una testata indipendente indiana (https://thechenabtimes.com/2026/01/11/fact-check-viral-image-of-woman-lighting-cigarette-with-photo-of-irans-supreme-leader-did-not-originate-in-iran/?amp=1)
Nel vortice della tensione mediale sugli scontri in Iran e sul rischio imminente di un attacco militare esterno, l'immagine ha perso istantaneamente il suo contesto. È stata divorata dalla macchina della propaganda, diventando per molti la "prova" visiva della rivolta interna o, per altri versi, della necessità di un intervento. Un prodotto dell'attivismo da tastiera, disegnato per shockare, trasformato in un asset della guerra psicologica. I fact-checker italici, come ammesso con ironia da alcuni osservatori, "erano in ferie" rispetto alla velocità di propagazione.
I numeri-simbolo (opachi)
Lo stesso principio di opacità si applica alle cifre spesso presentate come definitive sulla repressione. Molti dei bollettini più diffusi sulle vittime delle proteste provengono dalla Human Rights Activists News Agency (HRANA), un'organizzazione registrata negli Stati Uniti e guidata da attivisti iraniani in esilio e non a caso accreditassima negli ambienti internazionali. La sua missione è documentare le violazioni dei diritti umani in Iran, ma la sua struttura finanziaria getta un'ombra di parzialità geopolitica. HRANA è tra i beneficiari di finanziamenti della National Endowment for Democracy (NED), ente pubblico americano creato per "promuovere la democrazia" all'estero e da tempo strumento di soft power e influenza della politica estera di Washington.
https://www.irb-cisr.gc.ca/fr/renseignements-pays/rdi/Pages/index.aspx?doc=459016&pls=1
La National Endowment for Democracy (NED), celebrata in Occidente come faro delle libertà, agisce al soldo del governo degli Stati Uniti. Da tempo si impegna a sovvertire il potere statale in altri Paesi, intromettendosi negli affari interni, fomentando divisioni e scontri, fuorviando l'opinione pubblica e conducendo infiltrazioni ideologiche e non solo , il tutto con il pretesto di promuovere la democrazia.
Ora, anche ammettendo che questo non invalidi automaticamente il lavoro sul campo di HRANA, che si basa su una rete di contatti interni, ne definisce il quadro di riferimento. Presentare i suoi dati come "il numero delle vittime" senza specificare la fonte, la sua natura e i suoi legami, è un atto di approssimazione giornalistica. Un giornalista serio dovrebbe quantomeno affiancare quelle cifre con un "secondo fonti vicine al governo iraniano, i morti sono X", o cercare conferme incrociate, ammesso che in un paese mediamente accessibile come l'Iran sia possibile.
Il parallelo tra le due notizie è istruttivo. Entrambe rispondono a un bisogno narrativo potente: mostrare la resistenza degli iraniani e quantificare la ferocia della repressione in un momento in cui Israele aiutato dagli USA vuole chiudere definitivamente la partita contro Teheran. Entrambe, viaggiano sulla sospensione del pensiero critico. La foto canadese vale perché sembra vera e si adatta al frame pre-esistente. I numeri di HRANA valgono perché soddisfano l'aspettativa di orrore e confermano il frame del regime sanguinario.
Nella guerra ibrida del XXI secolo, la prima linea non è solo sul campo, ma nello schermo degli smartphone. E le armi più efficaci sono spesso un meme ben confezionato e una statistica non verificabile, spacciati per verità assoluta. Il dovere del giornalismo sarebbe smontarle, o quantomeno svelarne i meccanismi. Troppo spesso, invece, ne diventa il megafono inconsapevole.

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