Isola di Kharg e Stretto di Hormuz: il piano USA in Medio Oriente è un vicolo cieco
Oggi a Washington riaffiorano i soliti target strategici: l'isola di Kharg, lo Stretto di Hormuz, le isole contese (Abu Musa e le Tunb), Chabahar, il Khuzestan e la pista curda. Secondo il giornalista di The Cradle Anis Raiss, il dibattito si ostina a cercare quali aree occupare con la forza, ignorando un dato di fondo: la geografia non offre vie d'uscita e ogni punto d'ingresso spinge un eventuale intervento sempre più a fondo nel territorio iraniano.
Come osserva l'analista Anis Raiss, il vincolo che nel 1950 portò al permanente stallo della guerra di Corea — denunciato dal generale Omar Bradley sulla sproporzione tra esercito USA e massa continentale asiatica — incombe oggi sullo scacchiere medioorientale. Nonostante l'escalation e la chiusura dello Stretto di Hormuz a seguito delle minacce e degli attacchi americani, l'ex colonnello Douglas Macgregor ha ricordato un fatto strutturale: gli Stati Uniti non sono equipaggiati come potenza terrestre nell'emisfero orientale. Senza un dispiegamento di terra imponente, piegare l'Iran risulta irrealizzabile.
Mappa dell'escalation: i 6 fronti sotto l'lente di Raiss
In base a quanto evidenziato da Anis Raiss, l'analisi delle opzioni statunitensi traccia una mappa per l'escalation piuttosto che una strategia di vittoria:
- Isola di Kharg: Gestisce il 90% del greggio iraniano, ma occuparla non riaprirebbe lo Stretto di Hormuz. Per la studiosa Caitlin Talmadge (MIT), si tratta di una missione in cerca di giustificazione, il cui unico effetto sarebbe estendere il conflitto sulla terraferma.
- Stretto di Hormuz e Bandar Abbas: Gli attacchi aerei non sono bastati a neutralizzare i lanciatori antinave iraniani. Sconfiggerli richiederebbe il controllo della costa e della città fortificata di Bandar Abbas, trasformando la pressione marittima in una logorante guerra urbana.
- Abu Musa e le isole Tunb: Occupare questi avamposti difensivi (rivendicati dagli EAU) richiederebbe migliaia di soldati e li esporrebbe al fuoco della costa iraniana, coinvolgendo gli USA in dispute territoriali storiche senza reali vantaggi tattici.
- Chabahar: La distanza dalle infrastrutture vitali e la presenza di investimenti indiani rendono un'azione sul porto logisticamente complessa e politicamente rischiosa, senza risolvere il nodo centrale.
- Khuzestan: È la via d'accesso al cuore energetico iraniano, ma la memoria storica (l'invasione irachena del 1980) e il posizionamento delle milizie alleate (PMU) rendono questa strada un pozzo senza fondo.
- Il fronte curdo: L'ipotesi di sfruttare le fazioni curde a ovest è tramontata. Come sottolinea il reporter di The Cradle, un attacco sul confine compatterebbe la popolazione iraniana attorno al governo Teheran per la difesa della patria.
La trappola logistica e l'assenza di vie d'uscita
Infine, nell'analisi stilata da Anis Raiss emerge un drastico squilibrio economico e logistico: l'Iran combatte sul proprio territorio usando droni ed equipaggiamenti economici e facilmente rimpiazzabili, costringendo gli USA a consumare intercettori costosi e a spostare risorse attraverso l'oceano.
Questo scontro si trasforma così in una "escape room" senza via di fuga: ogni mossa tattica non fa che restringere le opzioni strategiche di Washington, spingendo le forze americane sempre più all'interno di un sistema privo di un punto d'arrivo definito.


