Istat, la verità sugli stipendi: perché le buste paga crescono ma siamo più poveri
I recenti dati Istat sulle retribuzioni spengono l'entusiasmo del Governo Meloni riguardo alla ripresa dell'economia e dei salari: gli stipendi non si sono mai davvero ripresi dalla grande inflazione del biennio 2022-2023 e dalla successiva crisi energetica.
Nulla di nuovo, a dire il vero, ma piuttosto la classica "scoperta dell'acqua calda". È noto a tutti che, finché gli aumenti contrattuali saranno legati all'indice IPCA (che esclude a priori dal calcolo del costo della vita i beni energetici, le cui impennate sono ben visibili nelle bollette e al distributore), i salari usciranno sempre sconfitti.
Il bilancio degli ultimi anni resta quindi negativo: non solo non abbiamo recuperato il potere d'acquisto perduto, ma abbiamo accumulato ulteriori perdite con gli ultimi rinnovi contrattuali, compresi quelli siglati dalla Cgil.
Nel secondo trimestre del 2026, come certificato dal report Istat sulle "Retribuzioni contrattuali (Aprile - Giugno 2026)", i salari reali sono tornati a scendere. Sebbene le retribuzioni crescano del 2,6% su base annua, i prezzi al consumo superano il 3%. Chi lavora guadagna apparentemente di più — poiché il valore assoluto della busta paga è aumentato —, ma in termini relativi e di potere d'acquisto effettivo recepisce meno di prima, subendo una netta erosione dei salari reali. A differenza di altri Paesi, l'Italia comprime la dinamica salariale da anni; pertanto, oggi possiamo affermare di non aver ancora recuperato il potere d'acquisto perso negli ultimi sette anni.
Rileggendo le decine di dichiarazioni, articoli e interviste "addomesticate" diffuse da radio e TV — che raccontavano di un'economia virtuosa e di stipendi in ripresa —, emerge chiaramente come siano state raccontate solo mezza verità, eludendo il nodo centrale: l'inarrestabile calo del potere d'acquisto.
La politica del taglio del cuneo fiscale e della detassazione degli aumenti contrattuali ha fallito. Bisogna essere laici e obiettivi: la riduzione delle tasse sul lavoro ha prodotto solo effetti temporanei e circoscritti, usata come scappatoia per non affrontare l'erosione del potere d'acquisto e l'inefficacia dei meccanismi di calcolo degli aumenti. Se la Premier Meloni avesse messo mano a questo sistema, si sarebbe inimicata sia le associazioni datoriali sia i sindacati, che sulla detassazione condividono la medesima visione di Confindustria.
Il dato oggettivo indica un probabile calo delle retribuzioni reali lorde. Se da un lato questa misura sembra portare benefici immediati in busta paga, dall'altro allenta la pressione dei sindacati sulle aziende e agevola fiscalmente le imprese, che spesso non reimpiegano questi vantaggi in nuovi posti di lavoro. Ormai nel calcolo degli aumenti contrattuali si tiene conto della detassazione come se dovesse essere la fiscalità generale — e non le imprese — a sostenere i salari. Un'aberrazione taciuta non solo dai datori di lavoro (diretti beneficiari), ma anche dai sindacati, che dovrebbero invece chiedersi quanto sia sostenibile un welfare sottoposto a continui tagli occulti. Inoltre, aumentare il netto anziché il lordo riduce nel lungo periodo i contributi pensionistici: una realtà di cui i futuri pensionati si renderanno conto solo tra qualche anno.
La fretta con cui si stanno rinnovando i contratti nazionali è funzionale alla prossima Manovra di Bilancio: l'obiettivo è arrivare a inizio autunno senza lavoratori in piazza e con sindacati appiattiti sulle politiche economiche, fiscali e contrattuali del Governo.
E il potere d'acquisto? Continua a erodersi. Nel frattempo si scopre che il tanto decantato Decreto Primo Maggio assicura al settore privato l'adeguamento al 50% dell'inflazione solo a poche categorie e con 9 mesi di ritardo.
Non sarà giunto il momento di rompere la luna di miele tra Governo e Sindacati prima di trovarci in una situazione ancora più drammatica?


