Italia, UE e Cina: il corto circuito tra sanzioni e dialogo
di Vito Petrocelli
Mentre una delegazione di parlamentari italiani è in visita in Cina e un’altra delegazione del Parlamento europeo si prepara a recarsi a Pechino, i rapporti commerciali e politici restano tesi a causa delle discussioni in corso nell'UE su nuove strette nel settore della sicurezza informatica e sui dazi.
Mi risulta difficile immaginare una rappresentazione più evidente delle contraddizioni che attraversano oggi il rapporto tra Europa, Italia e Repubblica Popolare Cinese.
Non mi sembra che siamo di fronte a una strategia coerente, ma piuttosto si tratterebbe di una diplomazia parlamentare che procede con il freno a mano tirato da una parte e l’acceleratore premuto dall’altra.
Da anni l’Unione europea definisce la Cina contemporaneamente come partner, concorrente economico e rivale sistemico. Una formula che, nella pratica, ha prodotto una politica estera spesso ambigua: da un lato si moltiplicano i tavoli di dialogo, le missioni parlamentari, gli incontri commerciali e i forum economici; dall’altro si discutono sanzioni, restrizioni tecnologiche, controlli sugli investimenti e critiche alla gestione degli affari interni cinesi.
Il punto non è negare che esistano divergenze tra Bruxelles (e quindi Roma) e Pechino su diritti umani, sicurezza, politica industriale o rapporti internazionali.
Il punto è chiedersi quale credibilità possa avere una relazione politica che alterna aperture diplomatiche e minacce sanzionatorie senza una chiara visione delle regole fondamentali dei rapporti internazionali.
Se, come credo, la Cina è un interlocutore indispensabile per la stabilità economica globale, allora il dialogo dovrebbe essere rafforzato e reso strutturale. Se invece si ritiene prioritario l’inasprimento del confronto, allora bisogna spiegare ai cittadini europei quali costi economici e geopolitici comporterà questa scelta.
Per l’Italia la questione è ancora più delicata, visto che il nostro sistema produttivo ha bisogno di esportazioni, di accesso ai mercati asiatici e di relazioni economiche stabili, soprattutto nei settori della meccanica, della moda, dell’agroalimentare e della componentistica.
È evidente che negli ultimi anni Roma ha progressivamente ridotto gli spazi di autonomia, con l’uscita dal Memorandum sulla Via della Seta e con un crescente allineamento alle posizioni euro-atlantiche più rigide.
Il governo Meloni non segue una politica estera orientata al proprio interesse nazionale, al contrario ogni sua scelta viene immediatamente ricondotta alla necessità di non discostarsi dalla linea prevalente di Bruxelles e Washington.
Allora il paradosso è evidente: si inviano delegazioni a Pechino per dialogare e, contemporaneamente, si prepara un possibile irrigidimento delle relazioni. È difficile pensare che le autorità cinesi non leggano questa sequenza come un segnale contraddittorio o addirittura come un affronto.
L’obiettivo delle missioni parlamentari, io lo so molto bene, dovrebbe essere quello di costruire fiducia reciproca. Se invece le visite si riducono solo ad atti simbolici, per calmare le acque, mentre le decisioni reali vengono prese a prescindere, il rischio è quello di svuotare il ruolo delle istituzioni parlamentari.
Come minimo.
L’Europa attraversa una fase di crescita debole, con costi energetici elevati e difficoltà industriali in diversi settori.
Possibile che in questo contesto non si valuti che un’ulteriore escalation con la Cina avrebbe effetti disastrosi?
Chi sostiene nuove sanzioni dovrebbe almeno spiegare quale beneficio concreto ne deriverebbe per i cittadini europei e perché tale beneficio supererebbe i costi potenziali.
C’è quindi una grande contraddizione, un corto circuito tra l’assenza di una strategia italiana ed europea autonoma e la tendenza a reagire agli eventi seguendo impulsi o equilibri politici esterni.
Continuare a mandare delegazioni a Pechino mentre si preparano nuove sanzioni può forse servire a guadagnare tempo, ma difficilmente può sostituire una visione strategica.
E senza una visione strategica il declino italiano ed europeo crescerà sempre più in fretta.


