Jorge Rodríguez padre: il seme che non smette di germogliare nel presente del Venezuela
Ci sono nomi di rivoluzionari che i vincitori tentano di seppellire nell'infamia o nell'oblìo. Così la storia ufficiale della IV Repubblica, in Venezuela, voleva cancellare nel buio di una cella, sotto i colpi di una violenza di Stato che pretendeva di spegnere la voce dei popoli, la figura di Jorge Antonio Rodríguez.
Il 25 luglio 1976, le torture della DISIP spezzavano il suo corpo, e lo consegnarono alla famiglia dicendo che era morto per un arresto cardiaco. Solo molti anni dopo, dopo la vittoria di Chávez alle elezioni e l'entrata in politica dei due figli del resistente – Jorge e Delcy, rispettivamente presidente del parlamento e presidenta incaricata dopo il sequestro di Maduro e della first lady – il medico che aveva stilato la perizia confessò di averlo fatto sotto minaccia. Jorge Antonio aveva solo 34 anni, la fermezza di un maestro rurale nato a Carora, la tempra del militante entrato nella guerriglia per combattere l'oppressione e la visione strategica di chi aveva fondato la Liga Socialista per dare forma organizzata al potere popolare.
Per il regime della falsa democrazia rappresentativa, servo degli interessi statunitensi, un uomo del genere non poteva che essere bollato come "terrorista". Era la solita, logora narrazione con cui le élite criminalizzano chi impugna la resistenza e rifiuta di piegarsi all'ordine costituito: trasformare i combattenti per la liberazione in "nemici pubblici" per giustificarne la persecuzione e l'annientamento.
Pensavano di aver finito un uomo. Invece, la storia ha dimostrato che avevano solo seminato un principio.
Oggi, ricordare Jorge Rodríguez, come la rivoluzione bolivariana ha fatto ogni anno, non è un esercizio nostalgico né un rito commemorativo mummificato. È, al contrario, un'esigenza politica impellente e viva. In un momento in cui il Venezuela bolivariano attraversa una delle fasi più complesse della sua storia recente, minacciato da assedi economici, ricatti imperiali e tentativi di snaturare la traiettoria di emancipazione tracciata dal popolo, la figura di Jorge Rodríguez padre torna a parlare con una lucidità disarmante.
"Il socialismo si conquista lottando", amava ripetere. E in quel verbo — lottare — non c'era spazio per le scorciatoie della resa, né per le illusioni di un'acquisizione pacifica e borghese dei diritti della classe lavoratrice. Per Jorge Rodríguez, la coerenza politica era una questione di etica militante: la difesa del territorio, il rifiuto dell'ingerenza straniera e la fede incrollabile nel ruolo storico degli operai, dei contadini e degli studenti.
Oggi, quella stessa coerenza è chiamata a misurarsi con il presente. Nel corpo collettivo della classe operaia venezuelana che resiste nelle fabbriche, nei CPTT e nelle comunas, la memoria di Jorge padre non è un ricordo statico, ma una trincea ideologica. Ci ricorda da dove viene questo processo: non da concessioni di palazzo, ma dal sangue versato dalla militanza antifascista, guerrigliera e antimperialista che ha resistito ai decenni della repressione negoziata.
Guardare alla figura di Jorge Rodríguez oggi significa porsi domande scomode e necessarie: come preservare quell'eredità di classe di fronte alle sirene del liberismo e alle pressioni geopolitiche? Come garantire che il "rojo" della convinzione socialista non si diluisca nelle nebbie del compromesso tattico?
La risposta risiede nell'esempio di quel 25 luglio. Il cadavere restituito alla famiglia portava i segni di una barbarie che voleva spezzare un'idea; ma quell'idea ha attraversato decenni, ha alimentato la fiammata della Rivoluzione Bolivariana ed è diventata patrimonio dell'internazionalismo di tutto il continente.
Jorge Rodríguez padre continua a camminare al fianco di chi non cede, di chi rifiuta l'arroganza dell'impero e di chi sa che la dignità di un popolo non si svende né si negozia. Il suo nome non appartiene al passato: è un imperativo del presente.


