"Kalashnikov e Bazooka contrabbandati in Europa sono il vero pericolo, non i barconi"

Il prof. Dottori: “Seguiamo i traffici di armi per arrivare a chi aiuta i terroristi. Partiti islamici europei condizioneranno la politica dei nostri Stati”

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"Kalashnikov e Bazooka contrabbandati in Europa sono il vero pericolo, non i barconi"

 
di Francesca Morandi
 
“Il vero pericolo per l’Europa non viene dai barconi ma da kalashnikov e bakooza contrabbandati nel nostro continente”. Lo afferma Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso l’Università Luiss-Guido Carli di Roma, secondo il quale “gli jihadisti possono certamente imbarcarsi sulle cosiddette ‘carrette del mare’  ma la preoccupazione maggiore è legata ai traffici di armi” e  “armamenti da guerra come quelli che abbiamo visto usare nei recenti attacchi a Parigi non possono essere contrabbandati né sulle imbarcazioni dei migranti né sugli aerei di linea”. 
Occorre allora concentrare ogni sforzo dell’Anti-terrorismo sul flusso di armi che finisce nelle mani degli jihadisti europei, cercando di capire chi lo gestisce e come. Potremmo così scoprire chi aiuta il Califfato islamico e lavorare alla radice del problema”, aggiunge Dottori che parla a poche ore dalla diffusione, da parte dei media libici, di un documento in cui lo Stato islamico (Isis) minaccia di usare i canali dell’immigrazione clandestina dalla Libia verso l’Italia per infiltrare terroristi e “trasformare  la situazione in questi Paesi del Sud dell’Europa in un inferno”, anche al fine di mettere in atto un ricatto per “attenuare la pressione” sull’Iraq e la Siria.  

 
- A fronte di questa minaccia alla nostra sicurezza nazionale, come è possibile vigilare sulle frontiere Sud dell’Italia? 

“Per un Paese come il nostro, che ha la maggioranza dei suoi confini nell’acqua e che ha sottoscritto la Convenzione di Montego Bay, chiudere le frontiere è un’impresa quasi impossibile. L’unico modo per gestire i flussi, controllarli e ridurli al minimo è stipulare accordi con gli Stati sorgente, possibilmente prevedendo anche forme di sorveglianza congiunta delle loro coste. Era quello che abbiamo fatto con la Libia e continuiamo a fare con l’Albania. I respingimenti in mare verso i porti di partenza sono giuridicamente ammissibili solo al limite delle acque territoriali degli Stati sorgente. La costa Sud non è poi l’unico problema, sta infatti riprendendo quota la direttrice che congiunge la Turchia alle nostre regioni adriatiche, che pare servirsi principalmente dei traghetti di linea: un fenomeno opaco e che proprio in quanto tale suscita minor allarme sociale, ma non per questo è meno consistente. Si dovrebbe allora coinvolgere il governo di Ankara in seri colloqui. Ma non è così semplice perché la Turchia è uno Stato più forte del nostro, la cui leadership resiste con successo anche alle sollecitazioni provenienti dall’America. Il presidente turco Erdogan è un osso duro persino per Barack Obama”.

 
- Il terrorismo islamista dilaga dal Nord Africa all’Afghanistan. Quali altri pericoli vede per l’Europa?
 
L’incendio islamista può propagarsi all’Europa, anche se da noi assumerebbe forme necessariamente diverse. Non si tenterebbe, infatti, di instaurare Emirati, ma si spianerebbe forse la via alla formazione di partiti islamici europei che non potrebbero conquistare il potere, ma condizionerebbero comunque le vite politiche dei nostri Stati, a partire dalle loro relazioni internazionali.
L’Europa potrebbe allontanarsi da Israele, ad esempio, e rinunciare alla tutela dei cristiani che rischiano di scomparire dalle terre dove il Cristianesimo è nato.  A mio avviso, l’Europa rimane però un teatro secondario, seppur utile come bacino di reclutamento ed occasionalmente importante qualora si voglia condizionare la politica estera di uno dei suoi Stati di maggior prestigio: Francia e Gran Bretagna, potenze nucleari con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dipenderà molto dalle nostre reazioni agli attacchi jihadisti in territorio europeo se le comunità islamiche residenti nel nostro continente sperimenteranno o meno una reazione identitaria forte, suscettibile di provocare la creazione di veri e propri partiti politici confessionali musulmani. Chi ci attacca, certamente lo auspica. Conteranno anche i numeri. Minoranze esigue possono restare a lungo senza rappresentanza politica, specie se sparpagliate sul territorio. Quelle consistenti no, specialmente se si generasse al loro interno la sensazione di subire discriminazioni pesanti ed apparentemente immotivate. Ora come ora, il più cospicuo Islam europeo, che è quello francese, è pari al 7% della popolazione. I musulmani in Italia sono attualmente di meno, ma possono aumentare rapidamente in caso di deflussi migratori improvvisi dall’Africa settentrionale. Occorre quindi attenzione. Quanto alle misure controproducenti, temo che sull’esercizio del diritto alla preghiera possa scoppiare prima o poi una battaglia di maggiori proporzioni e dalle implicazioni imprevedibili, che forse conviene evitare. Ecco perché l’elaborazione di una risposta politica a questa emergenza è compito di grande complessità”.

 
- La Libia dista solo 500km dalle nostre coste ed è nel caos. Quanto è preoccupante per noi la situazione in questo Paese? 
 
“La situazione in Libia è molto complessa, perché il Paese è sprofondato nella guerra civile e vi operano tantissimi attori armati. La Fratellanza Musulmana è padrona di Misurata e di Tripoli, mentre l’Est è conteso. L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti sostengono il generale Haftar e le istituzioni che hanno scelto di basarsi a Tobruk. Ma in Cirenaica agiscono anche l’Ansar al Sharia, qaedista, ed elementi che si sono rivolti al Califfato, probabilmente infiltrati da transfughi della Fratellanza Musulmana che si sono “salafizzati” dopo la defenestrazione del presidente egiziano Morsi. Nessuno sa, in effetti, cosa stia succedendo dentro il movimento della Fratellanza. La Libia si sta frammentando e radicalizzando, ed era prevedibile. E’ il prezzo che paghiamo per il naufragio della “Primavera Araba”. Intelligence ed Anti-terrorismo servono a contenere la minaccia ma non possono risolvere il problema, che affonda le proprie radici nella guerra civile siriana e, più in generale, nella lotta intestina che sta sconvolgendo tutti i Paesi musulmani”.
 

- L’Italia è meno esposta di Paesi come la Francia nella guerra in Siria e Iraq, in quanto non sta partecipando ai bombardamenti, tuttavia resta un bersaglio altamente simbolico per i terroristi dell’Isis che hanno annunciato più volte di voler conquistare Roma, culla della cristianità. Quanto è alto l’allarme in Italia?
 
Il Califfato potrebbe mirare ad allentare la pressione militare nei suoi confronti, colpendo qualche Paese della coalizione che lo bombarda, per condizionarlo o farlo defezionare. In questo senso, il modello è rappresentato dagli attacchi dell’11 marzo 2004 a Madrid, che determinarono la vittoria di Zapatero e l’uscita della Spagna dall’Iraq (ma non dall’Afghanistan). Sotto questo profilo, l’Italia è relativamente protetta dalla sua irrilevanza geopolitica nella lotta che dilania il mondo musulmano. Contiamo poco in Iraq ed ancor meno in Siria. Siamo fuori anche dal format che negozia con l’Iran: chi volesse ostacolare seriamente il processo di riconciliazione con Teheran non sprecherebbe le sue risorse contro di noi. Allo stesso modo, non è estromettendo Roma dalla coalizione che bombarda l’Isis che il Califfato migliora decisivamente la sua situazione politico-strategica, tanto più che a legarci le mani basterebbero verosimilmente pochi sequestri “in loco”. A mio avviso, l’Italia è più interessante come bersaglio per qaedisti che fossero in cerca di pubblicità. Il Califfato li sta privando di reclute. Un attentato in una nostra città d’arte, rivolto contro il nostro patrimonio culturale, avrebbe infatti un’eco globale immediata. E potrebbe attirare reclute da spendere nella battaglia che conta davvero per questa gente, battaglia che non è a casa nostra, ma a casa loro”.  

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