La "bolla" del riarmo europeo sta per esplodere: ecco perché i leader ora frenano sulle spese militari
L'argomento è scomodo ed evitato come la peste, se si escludono pochi coraggiosi: parliamo della “bolla” (definizione di Analisi Difesa) del riarmo europeo. Detto in altri termini, siamo arrivati al punto in cui la strategia bellica statunitense sta creando infiniti problemi al Vecchio Continente. La crisi economica innescata dall'aumento dei costi e del debito, unita ai rincari scaricati direttamente su famiglie e imprese, sta spingendo i governanti a ridiscutere gli impegni assunti in sede Nato.
L'effetto provocato dalle guerre geopolitiche di Trump si sta rivelando contorto e controproducente: se alla fine l’Europa non garantirà la spesa militare prevista, i primi a pagarne il fio saranno proprio i sostenitori del conflitto in Ucraina.
Nel frattempo, l’Italia potrebbe presto ridimensionare la sua adesione al fondo SAFE (Security Action For Europe). Contrarre nuovo debito per calmierare i costi dell'energia sembra infatti preferibile rispetto alle spese militari, oltre a essere decisamente più spendibile in campagna elettorale per intercettare il consenso. Resta da vedere se una scelta del genere sarà indolore per la compagine di governo guidata dalle destre. È noto, infatti, che il ministro della Difesa Crosetto stia chiedendo spiegazioni da aprile al collega Giorgetti: le imprese degli armamenti premono, e con esse tutti gli interessi che ruotano attorno all'aumento del budget per la difesa.
La richiesta di flessibilità avanzata dall'Italia alla Ue è un escamotage per uscire dall'angolo in cui l'alleato americano l'ha costretta. Questo spiega anche le ultime posizioni di Giorgia Meloni che, a differenza del passato, appare assai più cauta, se non tiepida o persino critica, verso la linea Trump.
In attesa di capire se si riusciranno a salvare capra e cavoli — ovvero la spesa energetica e quella per la difesa —, l’Italia si dice pronta a tagliare la seconda se non arriveranno rassicurazioni da Bruxelles. Rassicurazioni che, ironia della sorte, l'Europa dovrebbe esigere direttamente da chi questa situazione l'ha provocata in chiave anti-Ue: lo stesso Trump.
Un segnale cruciale è arrivato pochi giorni fa, quando Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Canada hanno respinto la proposta del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, di destinare lo 0,25% del Pil agli aiuti militari per l’Ucraina. Gli unici favorevoli sono rimasti i tedeschi.
Da qui la notizia che Kiev stia già lavorando a un nuovo piano per fermare la guerra, nel timore concreto di essere scaricata dai finanziatori europei. I prossimi giorni forniranno maggiori dettagli; tuttavia, la narrazione che attribuisce all'Ungheria la colpa del blocco dei fondi per l'Ucraina è destinata a infrangersi con la sconfitta elettorale di Orbán.
Se questi sono gli scenari, le prossime settimane saranno decisive per comprendere le mosse non solo dell'Italia, ma dell'intera Unione Europea. Del resto, i governi più “bellicisti” si trovano a dover affrontare test elettorali durissimi: in Inghilterra, il crollo del Partito Laburista insegna che i fautori della guerra possono, nel segreto dell'urna, subire severe lezioni dal proprio elettorato.


