La Cina risponde agli USA: Pechino guida la rivoluzione economica globale e ridicolizza dazi e sanzioni
Dal trilione di dollari di scambi con l'ASEAN al nuovo triangolo strategico con l'India: la Cina costruisce l'asse eurasiatico che cancella il monopolio economico dell'Occidente
Mentre a Washington viene celebrata l'approvazione di un nuovo pacchetto di sanzioni che mira a colpire l'export energetico russo e i suoi principali acquirenti, nel resto del mondo si ha la netta percezione che il baricentro del potere si sia ormai spostato in modo irreversibile. Il Congresso ha dato luce verde a una misura, intitolata al guerrafondaio e russofobo senatore repubblicano Lindsey Graham, che permette all'amministrazione Trump di imporre dazi fino al cento per cento sui paesi che continuano a comprare petrolio e gas da Mosca. Un chiaro messaggio alla Cina, che però non ha intenzione di fare un passo indietro proprio alla vigilia del tanto atteso viaggio di Xi Jinping negli Stati Uniti.
Pechino ha risposto per le rime. Il portavoce del ministero degli Esteri ha ribadito il netto rifiuto verso quella che definisce una “giurisdizione extraterritoriale, priva di qualsiasi fondamento nel diritto internazionale e non autorizzata dall'Onu”.
La tempistica non è casuale. Nel fine settimana i vertici economici cinesi e il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent si incontreranno per preparare il terreno, ma le posizioni restano distanti. Trump usa i dazi come un'arma geopolitica, un'abitudine che ha esteso anche all'Iran per isolare Teheran e, di riflesso, punire chi fa affari con gli ayatollah.
Il risultato, tuttavia, è che la Cina rimane il primo compratore di greggio russo, assorbendo metà dell'export di Mosca dalla fine del 2022. E mentre a Nuova Delhi i paesi BRICS discutono di come slegare i commerci dal dollaro, Washington pensa che basti una firma su un pezzo di carta per fermare le rotte energetiche eurasiatiche.
Eppure, la vera notizia non è l'ennesima stretta sanzionatoria, ma il fatto che l'economia statunitense, pur restando la più grande del pianeta ancora per un paio di decenni, ha perso il monopolio del comando. L'era in cui gli Stati Uniti dettavano le regole del gioco è finita. La retorica dell'America First sta ottenendo l'effetto opposto a quello desiderato: spinge alleati e partner a cercare alternative, a diversificare le rotte e a costruire reti commerciali blindate rispetto ai capricci di Washington.
Al centro di questa mutazione genetica del capitalismo globale c'è un nuovo triangolo d'acciaio formato da Cina, India e ASEAN. Non si tratta più di un'ipotesi da manuale di economia, ma di una realtà tangibile che le multinazionali occidentali faticano a decifrare. L'Asia sta vivendo un ritorno al suo ruolo storico. Fino all'Ottocento, Pechino e Nuova Delhi erano le fabbriche del mondo. Oggi sono tornate ad esserlo, ma con una consapevolezza nuova. Hanno assorbito la tecnologia, il mercato e la scienza occidentale, ma hanno rifiutato di occidentalizzarsi. La modernizzazione asiatica viaggia su binari propri, alimentata da una fiducia culturale che i manager europei e statunitensi continuano a sottovalutare.
Ecco il nodo cruciale. In Occidente un contratto firmato è la fine della trattativa. In Asia è solo l'inizio di una relazione basata sulla fiducia. Le aziende che continuano a presentarsi a Pechino o a Giacarta con lo stesso manuale di istruzioni usato a Francoforte o a New York sono destinate a fallire. Il marchio Stati Uniti, un tempo una chiave passepartout per il continente asiatico, oggi è appannato da guerre commerciali, blocchi migratori e chiusure verso gli studenti internazionali.
E poi c'è l'ASEAN, un blocco gigante, complesso e sfaccettato che gli osservatori esterni faticano a leggere. Undici nazioni, centinaia di milioni di persone divise tra islam, buddhismo, induismo e cristianesimo. A guardarla nel breve periodo sembra un'organizzazione che cammina come un granchio, facendo due passi avanti e uno di lato. Ma se si allunga lo sguardo al decennio, l'ASEAN dimostra una capacità di resistenza che l'Unione Europea, alle prese con le sue fratture interne e un ottuso neoliberismo, può solo sognarsi. Il commercio tra Cina e ASEAN ha superato il trilione di dollari, e l'India sta rinsaldando i suoi legami storici e culturali con il Sud-Est asiatico.
Ma è la Cina il vero perno di questo nuovo ordine. Pechino non si limita a partecipare al triangolo asiatico, lo tiene in piedi con la forza della sua economia, la portata dei suoi investimenti e la capillarità delle sue infrastrutture. Mentre Washington minaccia dazi e sanzioni, la Cina costruisce porti, ferrovie, reti digitali e corridoi energetici che legano il Sud-Est asiatico al subcontinente indiano in un tessuto produttivo sempre più integrato. Non è più la fabbrica a basso costo di vent'anni fa: è il laboratorio dove si sperimentano le tecnologie del futuro, dall'intelligenza artificiale alle energie rinnovabili, dai veicoli elettrici alla bioingegneria.
Pechino ha capito prima di altri che il potere nel ventunesimo secolo non si misura più solo in portaerei o in basi militari, ma in catene di approvvigionamento, in standard tecnologici, in monete di scambio. Lo yuan si sta facendo strada nei contratti commerciali dell'ASEAN, le piattaforme cinesi dominano l'e-commerce in tutta la regione, e le università di Shanghai e Shenzhen attirano studenti da Bangkok a Giacarta con la stessa forza magnetica che un tempo aveva Harvard. La Cina non chiede ai suoi partner di allinearsi politicamente, chiede di fare affari. Offre cooperazione win-win. E in un mondo sempre più frammentato, questa pragmatica offerta di cooperazione ha un valore enorme.
Chi avrà la lungimiranza di adattarsi a questo nuovo asse non si limiterà a sopravvivere, ma detterà i ritmi della prossima era economica. Mentre a Washington si preparano nuove misure per strangolare l'economia russa e punire i suoi partner, la Cina sta semplicemente costruendo il futuro.
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