La coalizione dei "pro Europei" si sgretola in Romania. E intanto Simion vola nei sondaggi

Austerità, sostegno a Kiev e russofobia: le ricette che dividono il governo e spingono gli elettori tra le braccia della destra. La crisi romena è solo l'ultimo capitolo

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La coalizione dei "pro Europei" si sgretola in Romania. E intanto Simion vola nei sondaggi

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La crisi di governo in Romania racconta una storia che a Bruxelles farebbero meglio a prendere sul serio, invece di liquidarla come ennesima manifestazione di populismo da est europeo. Il centrodestra filoeuropeo, il centrosinistra e i liberali - uniti in una coalizione intrisa di neoliberismo e russofobia - si stanno sbranando a vicenda mentre l’opinione pubblica guarda altrove. E quel 'altrove' ha un nome e un cognome: George Simion, leader del partito nazionalista AUR, che nei sondaggi vola verso il 35%, lasciando i socialisti al palo con venti punti.

Simion non è una novità. L’anno scorso ha perso la corsa alla presidenza, ma oggi si trova nella posizione di chi può dettare le condizioni per un nuovo esecutivo. E le sue condizioni sono esattamente ciò che l’Unione Europea non vuole sentire: stop all’invio di fondi per l’Ucraina, rifiuto delle quote migranti comuni, fine delle ingerenze della Commissione sulla spesa pubblica. Aggiungiamo una piena sintonia con Donald Trump e una rete di rapporti con Giorgia Meloni e Marine Le Pen, e il quadro è completo.

La reazione dei partiti cosiddetti mainstream? Escludere Simion a tutti i costi, anche se questo significa tenere in vita una maggioranza artificiale. Il primo ministro Bolojan, del PNL, viene abbandonato dai socialisti per via delle misure di austerità imposte dalla necessità di tappare un buco di bilancio che Bruxelles, con la sua ossessione per i parametri fiscali, ha contribuito a rendere ancora più profondo. I socialisti a loro volta accusano il premier di non averli ascoltati. I liberali gridano al tradimento. Intanto il Paese rischia di perdere 16,6 miliardi di euro dai fondi europei per la difesa e dieci miliardi dal Recovery Fund.

E Simion aspetta. Dice che la crisi sarà lunga e che è pronto a parlare con tutti, ma a sue condizioni: riduzione dei parlamentari, taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti. Condizioni che i partiti considerano inaccettabili. Ecco allora che l’unica via percorribile diventano nuove elezioni.

Non è solo un problema romeno. Viktor Orban (che recentemente è stato sconfitto dall'europeista Magyar) è stato per anni l’antagonista solitario di Bruxelles, ma oggi il fronte dei leader politici che sfidano le linee guida europee si allarga. In Slovacchia, Robert Fico ha costruito il suo ritorno al potere proprio opponendosi alla linea guerrafondaia verso Mosca e alle sanzioni che stanno dissanguando le economie europee. In Bulgaria, ha vinto l'ex presidente Rumen Radev con un programma che mette al centro il recuperò della sovranità, quindi basta armi all'Ucraina e neoliberismo sfrenato. La Russiafobia strumentale, l’austerità mascherata da rigore, la spinta verso un riarmo che Bruxelles presenta come necessità storica: tutto questo produce rigetto.

La domanda che i palazzi di Bruxelles non vogliono porsi è semplice: quanti altri George Simion devono arrivare al potere perché si capisca che le politiche antipopolari e guerrafondie non sono solo impopolari, ma controproducenti? 

I socialdemocratici romeni, attraverso il loro eurodeputato Victor Negrescu, ammettono la situazione: "Matematicamente siamo bloccati, se vogliamo tenere fuori AUR e gli altri estremisti". Parole che sanno di resa più che di strategia. Perché quando la matematica si mette contro di te, forse è il caso di cambiare politiche, non di difendere a oltranza un castello di carte che gli elettori hanno già abbandonato.

Simion chiede democrazia: alternanza al potere, rispetto del voto popolare. È una provocazione, certo, ma contiene un nocciolo di verità che i partiti cosiddetti pro-europei farebbero meglio a non ignorare. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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