"La costruzione dell'Alba mediterranea fuori dall'euro e dall'Ue: la nostra nobile Utopia"
Luciano Vasapollo: "Dopo il fallimento riformista eurocentrico di Tsipras, la lotta di classe contro l'imperialismo dell'Unione Europea deve trovare nuova linfa"
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Pubblichiamo alcuni estratti dell'intervista rilasciata dal Prof. Luciano Vasapollo a Ettore Gallo su Nuestra America
(Qui la versione completa)
- Il problema del dibattito su Euro ed Europa non riguarda tuttavia la sola contrapposizione fra difensori del modello tedesco e keynesiani vecchi e nuovi, ma si estende a tutta quella sinistra di alternativa e riguarda anche se non soprattutto gli intellettuali che si confessano marxisti. Come dovrebbero interfacciarsi i movimenti sociali e anticapitalisti con le proposte che nascono quotidianamente di ritorno alla sovranità economico e monetaria?
Per rispondere alla domanda vorrei tirare in causa un documento politico firmato qualche anno fa da diversi esponenti della sinistra euroscettica spagnola che rappresenta perfettamente molte dinamiche che si vanno sviluppando anche in Italia. Nel maggio 2013 politici, intellettuali ed esponenti della sinistra sovranista spagnola sottoscrissero un manifesto in cui si auspicava la creazione di un “secondo euro”, attuando una strategia radicale di fuoriuscita dall’ “euro 1” che prevedeva al limite un ritorno alle vecchie monete nazionali. Il manifesto era sostanzialmente ispirato all’idea di una sovranità monetaria ed economica nazionale che, al di là delle contraddizioni con un approccio internazionalista, risulta oggi improponibile e incompatibile con l’attuale stato dei processi di globalizzazione. Il “secondo euro” dovrebbe essere finalizzato alla svalutazione e alla ristrutturazione del debito pubblico complessivo, mettendo in campo anche politiche di nazionalizzazione di alcune imprese e politiche industriali volte al miglioramento della produttività.
La proposta, pur avendo il merito di porre la questione della rottura della gabbia europea, risulta assolutamente insostenibile economicamente e finanziariamente nella fase dell’attuale mondializzazione finanziaria del capitale. In pratica, pensare di creare una discontinuità con il polo imperialista europeo ritornando a una vecchia sovranità monetaria costituisce un tentativo privo di reali possibilità attuative per le forti pressioni protezionistiche e soprattutto per la sicura fuga di capitali che abbasserebbe le capacità di investimento del sistema.
L’idea di un Euro del Sud e un Euro del Nord non è di per sé inattuabile, ma nulla può aggiungere al piano ultimo della rasformazione della società in senso socialista; non è un caso che, anche se con finalità totalmente diverse, sia stata proposta in tempi recenti dal Ministro delle Finanze tedesco Wolgang Schäuble in merito alla questione greca.
- Il capitalismo si evolve mantenendo le proprie caratteristiche fondamentali e, come detto, viene modificandosi sempre più il contesto produttivo. Ha ancora senso parlare nel XXI secolo di imperialismo come sistema, alla stessa maniera di come hanno fatto in passato Marx e Lenin con i suoi famosi cinque punti?
«1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.»
L’analisi dell’imperialismo, che Lenin mutua da Marx va sicuramente rivista e attualizzata, ma nei punti chiavi rimane senz’altro valida. Lenin nell’opera che dedicò alla questione individuò in maniera molto precisa cinque segni economici dell’imperialismo che pongono una differenza fra la società borghese nella sua fase monopolistica e il capitalismo basato sulla libera concorrenza.
In tutta franchezza, non mi sento di poter smentire o criticare questi 5 punti; sono tutti assolutamente attuali e anzi si si adattano perfettamente a descrivere lo sviluppo storico della società capitalistica del XXI secolo e il sistema economico nella sua fase di crisi strutturale. La concentrazione del capitale è un dato di fatto nell’era delle grandi corporations, delle multinazionali capaci di modificare significativamente le condizioni di mercato, forti di un reddito prodotto che può arrivare addirittura a essere maggiore del PIL di uno Stato di medie dimensioni. Tutti i recenti eventi economico-finanziari nella crisi – dallo scoppio della bolla cinese fino all’affaireVolkswagen – ci insegnano che, a dispetto di quanto sostenevano molti economisti prima del 2008, non si possano separare il piano economico-produttivo e quello finanziario, in quanto entrambi sono espressione degli stessi aspetti produttivi e riproduttivi del capitale. Specie dopo la caduta del blocco sovietico sono emersi chiaramente quelle che sono le caratteristiche del nuovo capitalismo mercantilista e finanziario: una grande propensione a modelli export-oriented (come testimoniato dal modello germano-nipponico) in un quadro in cui prevalgono pochi poli imperialisti.
In un altro scritto sull’argomento, Lenin annota:
“L’imperialismo è la fase suprema dello sviluppo del capitalismo. Il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli Stati nazionali, ha sostituito alla concorrenza il monopolio, creando tutte le premesse oggettive per l’attuazione del socialismo.”
L’analisi delle premesse oggettive può essere dibattuta, ma ciò che risulta davvero rilevante è l’incredibile attualità delle prime righe: l’imperialismo sorpassa gli Stati nazionali come di fatto è avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale e, come invece è accaduto negli anni ’70 e ’80 con il crollo del Welfare State, eleva al massimo grado la valorizzazione del capitale, liberandosi progressivamente di ciò che ritiene superfluo: i diritti, laddove i rapporti di forza siano sbilanciati a favore dei capitalisti, ma anche lo stesso Stato borghese.
Riassumere e attualizzare in queste poche righe un concetto chiave della teoria marxista è sicuramente fuorviante, ma è utile quantomeno per rilevare che le logiche dell’imperialismo sono attuali e in espansione anche negli anni della terza rivoluzione industriale.
L’imperialismo è un modus operandi del capitalismo; continueremo a sottostare a logiche imperialiste fino a quando esisterà il modo di produzione capitalistico. Esempi di imperialismo si hanno oggi dovunque vi siano guerre militari,economiche, finanziario-monetarie, sociali, fomentate o “portate” dall’Occidente del capitale: penso in particolare all’Ucraina e alla Siria, al momento al centro del dibattito internazionale, ma anche a vaste aree del Medio Oriente e dell’Africa e in particolare del Nord Africa delle cosiddette “Primavere arabe”,o con la guerra economica come ad esempio contro il Venezuela, Cuba e tutti i Paesi dell’ALBA.
Vorrei soffermarmi in particolare sulla Siria, caso drammatico che racchiude un altro elemento individuato da Lenin, ossia la caratteristica dell’imperialismo di sfruttare in maniera sistematica i lavoratori più poveri e immigrati. Lenin fa notare come l’imperialismo determini “il parassitismo dei paesi imperialisti ricchi che corrompono anche una parte dei propri lavoratori con paghe e retribuzioni più alte, mentre sfruttano oltre misura e senza ritegno il lavoro degli operai stranieri a buon mercato". Inutile dire come una simile intuizione risulti oltremodo attuale, in un tempo il conflitto bellico potrebbe risultare assolutamente utile e funzionale alla risoluzione totale o parziale della crisi di sovrapproduzione. A cosa sono funzionali i milioni di profughi in fuga dalle guerre create dallo stesso Occidente se non a costituire forza lavoro a basso costo nei Paesi che li accoglieranno?
Ragionare in questi termini, leggendo come l’evoluzione storica del capitalismo stia tendendo al monopolio come già scriveva Lenin cento anni fa, significa porre in essere quella necessaria attualizzazione al presente delle logiche imperialiste.
- La realtà oggi ci consegna in Europa un quadro particolarmente complesso: da un lato il fallimento del governo a guida Syriza in Grecia che non è riuscito a incidere in maniera decisiva nelle trattative con le istituzioni europee, dall’altro una realtà politica che si va affermando come primo partito in Spagna- Podemos- che molto, ma solo ad una lettura poco attenta e di facciata, si rifà alle soggettività post-capitalistiche dell’America Latina. Inoltre, notizia di qualche giorno fa è la vittoria per la leadership del Labour di Jeremy Corbyn, un esponente della sinistra radicale inglese.
La Third Way di Tony Blair sembra aver perso nelle sinistre di mezza Europa quel mordente che poteva vantare negli anni passati (unica eccezione forse è rappresentata proprio dall’Italia a guida Renzi). Seppur non si possa parlare di una chiara soggettività anticapitalista non si può negare che in Europa- e non solo nell’Europa dei PIGS- vanno affermandosi spinte al cambiamento e, in alcuni casi, al sovvertimento di questa Unione Europea.
Come dovranno interfacciarsi le intellettualità militanti e le forze politiche sinceramente marxiste e rivoluzionarie con questi processi in atto?
Vorrei prioritariamente partire dalla situazione greca, che rimane ancora la chiave di volta per comprendere e individuare le contraddizioni che si muovono in questa Europa. Come già detto in precedenza, il governo Tsipras ha fallito, anche per il suo approccio fondamentalmente eurocentrico-riformista nel quadro politico dell’Unione Europea.
Ciò significa forse che le sinistre in Europa non dovranno più tentare di sfidare la cosiddetta Troika, che le intellettualità militanti europee dovranno abbandonare il già debole tentativo di sfida alle élite capitalistiche? Assolutamente no! L’errore commesso dai quadri politici greci non è stato quello dellla troppa audacia, ma della scarsa capacità di analizzare il carattere oppressivo della gabbia europea.
Come abbiamo più volte sottolineato l’Unione Europea è stata e continua a essere un progetto finalizzato al consolidamento strategico del polo imperialista funzionale e strumento della borghesia transnazionale europea; a queste condizioni non c’è alcuno spazio di trattativa né di riformabilità in senso democratico e progressista della UE.
A questo proposito permettimi ancora un breve passaggio su Corbyn. È vero come dici che la vittoria alle primarie del Labour del leader di sinistra seppellisce definitivamente la terza via blairiana; tuttavia basta leggere pochi approfondimenti, specie quelli delle riviste borghesi (notoriamente più solerti a cogliere il lato economico di ogni processo politico), per capire che la proposta di Corbyn, per quanto radicale, è essenzialmente keynesiana. La Corbynomics, anche se prevede programmi minimi di nazionalizzazione, è essenzialmente basata su programmi di investimento che, anche se orientati al sociale, riconducono la crisi economica a fattori di sottoconsumo, come erroneamente ritenuto dai keynesiani e dai post-keynesiani, e non da sovrapproduzione. È senz’altro positivo che si sia aperto un nuovo spiraglio nel panorama politico europeo, ma eviterei di esaltarsi per un diverso eurocentrismo-riformista del “nuovo” Labour Party di Jeremy Corbyn.
E questa stessa è stata l’idea guida dell’euroriformismo del governo a guida Syriza, dopo aver suscitato grandi speranze nell’intera Europa, rischia di far avvitare le sinistre d’alternativa in un panorama ancora più arrendevole, su un piano strategico che potrebbe abbassarsi su livelli inaccettabili per delle forze rappresentatrici della classe sfruttata.
Dico ciò perché ho avuto modo di interloquire a lungo, proprio a seguito del fallimento del governo greco, con molti militanti e compagni spagnoli e in genere in molti Paesi europei: la loro argomentazione era sostanzialmente incentrata sull’impossibilità di sfidare la Troika visto il fallimento greco e sull’opportunità di ripiegare su obiettivi maggiormente compatibili nel quadro dell’Unione Europea, magari prefiggendosi obiettivi di più lungo periodo.
Non posso che rifiutare con forza una simile argomentazione. In Spagna i movimenti sociali sono forti e, anche se fra mille criticità, un partito come Podemos potrebbe ottenere la maggioranza dei voti alle elezioni politiche di novembre; ma non bisogna assolutamente rinunciare al piano alto della rottura e uscita dall’euro e dall’UE nel quadro di una prospettiva di transizione verso il socialismo.


Tsipras e il suo governo in Grecia hanno fallito non perché hanno osato sfidare la Troika e le sue regole, ma perché lo hanno fatto senza mettere davvero in discussioni le basi e la legittimità a esistere di questo polo imperialista; il problema alla base del fallimento del tentativo greco sta tutto nell’aver accettato di trattare con istituzioni con cui si può solo rompere e, inoltre, di avere trattato inadeguatamente e senza una chiara prospettiva politica ed economica.
Il caso greco non ci dice che la sinistra di classe non debba più osare mettere in discussione il funzionamento degli apparati capitalistici, ma ci dice al contrario di farlo con maggior vigore e determinazione. I compagni spagnoli, dalla sinistra di Podemos sino agli altri partiti anticapitalisti e ai movimenti sociali devono tener conto che il ruolo storico che hanno in questa fase delicatissima è quella di mantenere il piano alto della trasformazione per i percorsi verso la transizione al socialismo, tenendo sì a mente quelle che sono le condizioni materiali in cui si colloca l’agire politico, ma non arrendendosi a facili autocommiserazioni.
Da quanto detto in questa lunga e ragionata intervista, di cui ti ringrazio sinceramente con la testa e con il cuore per la sua profondità anche di riaffermazione della necessità dello studio della teoria della prassi , o filosofia della prassi meglio, emerge come la strada per il Socialismo sia lunga e tutto sommato possa sembrare molto in salita, ma in una fase di crisi sistemica del Capitale le sinistre di classe di tutto il mondo non possono che tentare di ottenere il massimo: è il loro preciso ruolo storico, un fallimento ora potrebbe con tutta probabilità portare l’intera umanità verso un periodo più o meno lungo di barbarie.
È vero che la coscienza di classe è oggi molto bassa e i rapporti di forza assolutamente sfavorevoli, specie nei Paesi occidentali, ma ciò non può in alcun modo non può far rinunciare a percorrere la strada verso il Socialismo possibile – perchè necessario – del XXI secolo. Le esigenze di sviluppo e sovrapproduzione del capitalismo creano molte delle basi oggettive per rovesciare questo modo di produzione: ora tocca a noi, come recita una famosa frase attribuita a Lenin, dare alla Storia la spinta di cui ha bisogno.
Ecco il perchè della nostra nobile Utopia , con la U maiuscola , per camminare nei processi e percorsi dell’ internazionalismo proletario per la costruzione dell’ALBA Mediterranea , in una impostazione anche eurochavista , avendo da subito la capacità di saper determinare rapporti di forza per determinare l’uscita dall’ euro e dalla UE, in modo da conquistare qui ed ora spazi di potere di classe :
“ CADA NUEVO ESPACIO , UN ESPACIO SOCIALISTA “, come insegnava e praticava il Comandante Chavez.
Roma, ottobre 2015

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