“La crisi ucraina è stata il risultato di un'azione concertata tra Usa e Francia”. Prof. Sinagra
Con la globalizzazione ritornano gli imperi della guerra fredda.
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di Simone Nastasi
La crisi ucraina e la successiva annessione della Crimea alla Russia, mediante referendum, hanno riacceso i riflettori sul ritorno della Russia come competitor degli Stati Uniti d'America. Messa in questi termini, verrebbe da aggiungere che la storia, con buona pace di Francis Fukuyama, non era affatto finita.
Quella di oggi è infatti la storia di un mondo non più bipolare ma multipolare in cui a contendersi il potere sono poche grandi potenze. Ci sono gli Stati Uniti d'America, che dopo il 1989 sono rimasti gli unici a mantenere il ruolo di “superpotenza” e c'è la Cina che secondo le previsioni, nel 2015, diventerà la prima potenza economica mondiale in termini di prodotto interno lordo. Ma nella grande scacchiera della politica mondiale, tra le grandi potenze, c'è anche la Russia post-comunista di Vladimir Putin. Il ruolo della Russia ha riportato una parte della critica a parlare di logiche di Yalta e il perché è presto spiegato. Nel 1945 a Livadija, pochi chilometri a ovest di Yalta, si incontrarono i capi politici delle tre potenze alleate nella guerra alla Germania nazista: Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica. Le decisioni prese in quel summit ebbero profonde ripercussioni sulla storia mondiale, almeno fino alla dissoluzione dell'Unione Sovietica avvenuta nel 1991. Oggi si torna a parlare di Yalta, per evidenziare il ruolo della Russia, nei giochi della politica mondiale e le ragioni sono da cercare negli esiti della crisi ucraina e nel ruolo rivestito dalla Russia di Putin.

L'analisi della crisi ucraina e delle sue conseguenze in termini geopolitici, è stato l'argomento del convegno organizzato a Roma, presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università “La Sapienza”, dall'ISAG (l'Istituto di Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e dal titolo piuttosto evocativo: “Ritorno a Yalta?" in cui oggetto dell'analisi da parte dei relatori sono state la crisi ucraina, la questione della Crimea e i rapporti con la Russia.
Il punto di partenza nell'analisi dei relatori è stata proprio la crisi ucraina, iniziata nel marzo di quest'anno e ancora lontana dall'essere definitivamente risolta. Della crisi e degli attori di politica internazionale che avrebbero svolto un ruolo importante, soprattutto in qualità di promotori, ha parlato il professor Sinagra dell'Università La Sapienza secondo il quale “ la crisi è stata il risultato di un'azione concertata tra Stati Uniti e Francia”. Ufficialmente la crisi ucraina è stata raccontata come una rivoluzione compiuta da una parte del popolo ucraino, contrario alla scelta del governo guidato da Viktor Yanucovich di non firmare il trattato di associazione tra Ucraina e Unione Europea. All'indomani della mancata firma, quella parte di popolo favorevole all'ingresso dell'Ucraina nell'UE, avrebbe dato inizio alle proteste, che trasformatesi in vere e proprie rivolte, avrebbero toccato il loro apice di violenza, nel giorno in cui a piazza Maidan negli scontri con la polizia ucraina, sarebbero rimaste uccise 88 persone.


Ma le sommosse non sono state soltanto il risultato dell'azione del popolo ma, proprio come accadde nella crisi libica del 2011, un'azione elaborata da potenze occidentali come gli Stati Uniti e la Francia. Le modalità con le quali infatti si è giunti a defenestrare il governo di Muammar Gheddafi sembrerebbero le stesse che in Ucraina hanno portato all'esilio del presidente legittimo. Yanucovich infatti venne eletto presidente nel febbraio del 2010 quando risultò il vincitore delle elezioni, vincendo con uno scarto del 3,48% sull'allora presidente in carica Yulia Tymoschenko. Ma secondo una parte della critica, della quale evidentemente fa parte anche il professor Sinagra, nelle sommosse di piazza Maidan, il braccio e la mente non sono stati evidentemente interni al popolo ucraino. Se il ruolo del braccio è stato ricoperto dal popolo, la mente andrebbe cercata altrove, nelle stanze del potere tra Washington e Parigi.


Ma se, come è noto, la Francia non prese parte ai negoziati di Yalta, e oggi al contrario sembra invece ricoprire un ruolo importante nelle crisi che hanno cambiato e stanno cambiando lo scenario geopolitico dell'Europa, perché parlare di ritorno a Yalta?
La risposta, durante il convegno, prova a fornirla il professor Marconi il quale, nella situazione attuale intravede “segnali di continuità” con l'epoca della guerra fredda e la spiegazione andrebbe trovata nella crisi dello stato-nazione, in ragione della quale, sarebbe venuto meno il principio di non ingerenza. Ma l'aspetto che Marconi vuole porre in luce è anche un altro: “con la sovranità che viene meno – aggiunge – a contare di più sono i centri di potere ai quali gli Stati fanno riferimento”. E al momento, nella geopolitica europea, i centri di potere più importanti secondo Marconi sono due: gli Stati Uniti d'America e appunto la Russia. I due vecchi “imperi” appunto, della Guerra Fredda che Marconi preferisce definire tali ma non nel senso di una mera politica di potenza ma, soprattutto nel caso della Russia come “un'alternativa di carattere regionale” al potere statunitense. Per questo alla luce dei fatti avvenuti in Ucraina, sarebbe corretto parlare di ritorno a Yalta.


