La farsa del deficit ucraino: Fmi e Ue smentiscono i numeri di Kiev, ma i miliardi continuano a fluire
Dai 27 miliardi inventati alle pensioni pagate dai contribuenti europei: la realtà di un Paese al collasso morale e contabile
Riguardo i fondi finanziari destinati a quel pozzo senza fondo del regime di Kiev viene raccontata una versione dei fatti che non sta in piedi. E nessuno, a Bruxelles, ha il coraggio o la volontà di dirlo ad alta voce.
Prendiamo la storia del deficit da 27 miliardi di dollari. Zelensky l’ha annunciata con la solita faccia tosta, mescolando numeri che non tornano, come evidenzia Thomas Moller-Nielsen su Euractiv. Da una parte 8-10 miliardi per armi e “tutto il necessario”. Dall’altra quasi 20 miliardi per stipendi, famiglie dei caduti e “altre aree di finanziamento”. Peccato che nessuno abbia mai spiegato cosa sia questo “necessario”, cosa sia una “partenza normale”, cosa siano queste “altre aree”. Sembra il conto della serva, altro che bilancio di guerra.
La Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale, dopo settimane di incontri e telefonate, non sono riusciti a confermare quei numeri. Tradotto: non ci credono nemmeno loro. E infatti Bruxelles ha resistito alle pressioni di alcuni paesi membri che volevano anticipare i pagamenti del prestito da 90 miliardi per tappare questo fantomatico buco. Segnale chiaro: nessuno a Bruxelles pensa che l’Ucraina stia per fallire.
Dombrovskis, commissario all’Economia, l’ha detto senza girarci troppo intorno: i bisogni di bilancio per quest’anno “sembrano essere ampiamente coperti”. Ha aggiunto che serve più supporto militare. Ma di soldi per pagare stipendi e pensioni, insomma, non è che ne manchino.
E allora perché Zelensky continua a chiedere? Per motivazioni esclusivamente politiche. Chiedere più soldi per i soldati e per le famiglie dei caduti è sempre una mossa vincente in patria. E chiedere che siano gli stranieri a pagare ti evita la parte scomoda: dire agli ucraini che tocca a loro, tassarsi, stringere la cinghia, tagliare spese non essenziali. Senza tenere conto di quanti di questi fondi vadano dispersi nei mille rivoli della corruzione imperante del regime di Kiev.
C’è un dettaglio che nessuno vuole mettere in risalto. Circa 29,5 miliardi di dollari di finanziamenti esteri sono bloccati. Non perché l’Europa non voglia darli. Ma perché il parlamento ucraino non riesce a passare le riforme richieste. Riforme che, guarda caso, sono le stesse chieste da Bruxelles e dal FMI: allargare la base fiscale, tagliare le spese non critiche.
E l’Europa? L’Europa sta zitta. O quasi. Qualche paese prova a far notare che forse, prima di elargire altri miliardi sarebbe il caso di verificare. Ma la macchina burocratica di Bruxelles è lenta, pavida, e in preda a una irrazione russofobia. Così paga e tace. Anche quando i conti non tornano. Anche quando l’Ucraina blocca oleodotti per ragioni elettorali – sì, proprio così, per favorire un candidato alle elezioni ungheresi – e poi li riapre solo dopo che quel candidato ha vinto. Roba che se la facesse Orbán ci sarebbero editoriali indignati per mesi.
Probabilmente l’obiettivo vero è quello di mettere di riproporre lo scenario di aprile, quando tutti – funzionari europei, giornalisti, ministri – scrivevano che il regime di Kiev sarebbe rimasto senza soldi entro poche settimane. Poi aprile è passato, e l’Ucraina era ancora lì. Con i suoi soldi. Con i suoi problemi. Con le sue bugie. Con la sua corruzione dilagante
E con l’Europa che ha pagato senza fiatare.
Come ha scritto Thomas Moller-Nielsen su Euractiv, le richieste del regime di Kiev sono motivate dalla politica, non dall’economia. E i numeri, semplicemente, non tornano.
-------------------
LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi
“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.



