La Libia continua la sua corsa verso il baratro. La "Comunità Internazionale" ora dov'è?

Sulla sponda sud del Mediterraneo, due governi rivali rivendicano il controllo delle principali istituzioni, la supremazia militare e la legittimità

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La Libia continua la sua corsa verso il baratro. La "Comunità Internazionale" ora dov'è?

di Mara Carro
 

Mentre l'attenzione del mondo è rivolta agli sviluppi in Siria e in Iraq, la Libia continua la sua discesa verso l’anarchia che la caratterizza dai tempi della ribellione contro Gheddafi del 2011. Si tratta di un processo che sembra interessare poco la Comunità Internazionale nonostante la situazione libica e la sua trasformazione in un “paradiso” per i militanti islamici di tutta la regione ponga una grave minaccia ai paesi europei, soprattutto a quelli situati sulla sponda nord del Mediterraneo. 
 
Nel paese due governi rivali, entrambi sostenuti da potenze regionali, rivendicano il controllo delle principali istituzioni, la supremazia militare, e in ultima analisi la legittimità, esacerbando il conflitto tra i secolaristi e islamisti.
 
Il 6 novembre la Corte suprema libica ha decretato l’illegittimità e lo scioglimento della Camera dei Rappresentanti, il Parlamento di Tobruk, riconosciuto dalle Nazioni Unite ma sempre più marginalizzato perché costretto, a causa delle precarie condizioni di sicurezza delle due principali città del Paese e sedi istituzionali, Tripoli e Bengasi, a riunirsi nella città della Libia orientale dopo le elezioni dello scorso giugno.
 
La Corte ha accettato il ricorso presentato dal parlamentare Abderrauf al-Manai che, insieme ad altri deputati, ha boicottato le sedute del Parlamento a Tobruk.  Questo gruppo di parlamentari dissidenti sostiene che il Parlamento è incostituzionale perché non si riunisce né a Tripoli o a Bengasi come prevede la Costituzione e ha oltrepassato la sua autorità invocando l'assistenza militare straniera contro le milizie.
 
La sentenza della Corte, che invalida di fatto tutte le decisioni che ne hanno fatto seguito al voto del 25 giugno, mette in discussione la legittimità stessa del governo del primo ministro libico al-Thinni, che ha assunto le sue funzioni lo scorso 29 settembre dopo aver prestato giuramento di fronte al Parlamento libico insediatosi a Tobruk il 4 agosto.

L’insediamento del governo di Tobruk arriva sulla scia di una serie di avvenimenti che vedono la discesa in campo del Generale Khalifa Haftar, un ex generale dell’Esercito libico, l’avvio dell’operazione anti-islamista “Dignità” e della contro-operazione “Alba” e il voto del 25 giugno, che ha visto il trionfo delle forze laiche e la sconfitta delle formazioni islamiste. 
 
Queste ultime e le milizie ad esse fedeli, che non hanno riconosciuto il risultato delle urne, si sono coagulate attorno al ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) di Tripoli, istituito nel 2012 per sostituire il Consiglio Nazionale di Transizione e che sarebbe dovuto decadere dopo le elezioni del nuovo Parlamento. Il Congresso e il governo “di salvezza nazionale” guidato dal premier Omar al-Hassi si sono posti come alternativa alle istituzioni di Tobruk, attorno alle quali si sono radunate le milizie secolariste, in particolare le forze di Haftar, e che possono contare sul sostegno di importanti attori internazionali, quali Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Al contrario, il CNG di Tripoli gode del sostegno di Qatar e Turchia.
 
La sentenza della Corte alimenta ora i timori di ulteriori disordini. Solo il giorno prima della pronuncia della Corte un commando di uomini armati ha occupato i pozzi di El Sharara, uno dei principali giacimenti di petrolio nel sud della Libia. La paralisi dei pozzi di El Sharara rischia di determinare un calo della produzione nazionale di almeno 200mila barili al giorno dagli 800mila attuali.

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