La "lotta" degli Stati Uniti all'Isis: una bussola utile per orientarvi in un fallimento programmato
"Dove erano i bombardieri americani quando Ramadi e Palmyra sono state prese?". Un generale libanese: "Per gli Stati Uniti e Israele avere l’ISIS è meglio che avere un Iran, una Siria e un Iraq forti
5685
La strategia degli Stati Uniti per sconfiggere lo Stato islamico si fonda su attacchi aerei contro obiettivi del gruppo militante e la formazione delle truppe irachene. Ma al momento non sembra funzionare. E' infatti un brutto momento per i nemici dell’ISIS. Lo Stato islamico ha segnato una tripletta invadendo il capoluogo della provincia a maggioranza sunnita di Anbar, Ramadi, ha occupato l’antica città siriana di Palmira e ha preso il controllo di Al-Tanf, l'ultimo valico di confine con l'Iraq ancora non occupato.
E la coalizione internazionale guidata dagli americani per contrastare lo Stato Islamico (IS, ex ISIS) non ha fatto nulla per impedire tutto ciò.
Questa débâcle ha portato Baghdad e Washington ad accusarsi reciprocamente.
Il segretario alla Difesa Ash Carter ha duramente criticato la volontà delle forze di difesa irachene nella caduta di Ramadi nelle mani dello Stato islamico:
"Le forze dello Stato Islamico erano in notevole inferiorità numerica. Tuttavia le Forze irachene non sono state in grado di combattere e hanno lasciato la zona", ha detto Carter, citato dal New York Times. “Questo dice a me e, credo, alla maggior parte di noi che c'è un problema con la volontà degli iracheni di combattere lo Stato Islamico e difendersi", ha concluso con forza il Segretario della Difesa.
Carter ha detto che gli attacchi aerei della Coalizione anti-ISIS “sono efficaci ma né i raid aerei né tutto quello che facciamo può sostituire la volontà degli iracheni di combattere. Sono loro che devono combattere l'ISIS e batterlo. Possiamo partecipare alla sconfitta dell'Isis ma non possiamo fare dell'Iraq un posto decente in cui vivere... non possiamo sostenere la vittoria, soltanto gli iracheni possono farlo. E in questo caso in particolare le tribù sunnite dell'ovest''.
Carter deve aver dimenticato che gli iracheni hanno scongiurato un'occupazione di Ramadi da parte dei miliziani dell’ISIS per quasi 18 mesi. Deve aver dimenticato che sono stati gli iracheni a difendere e / o recuperare Amerli, Suleiman Beg, Tuz Khurmatu, Jurf al-Sakhar, Jalula, Saadiyah, Khanaqin, Muqdadiyah, Baquba, Habbaniyah, Haditha, Al-Baghdadi, la diga di Mosul, il Monte Sinjar, Zumar, Erbil, Gwer, Makhmur, decine di villaggi cristiani nella piana di Ninive, Tikrit, Samarra, Balad, Dhuluiya, Dujail, Ishaqi, Al-Alam, Al-Dour, Albu Ajil, Awja, Al- Mutassim, Mukayshifa, i giacimenti petroliferi i Ajil e Alas, le montagne di Hamrin, la raffineria di petrolio di Baiji, decine di villaggi nelle province di Salaheddine, Diyala, Kirkuk, Anbar, e Babil - e la capitale, Baghdad.
Da parte loro, gli iracheni hanno respinto la valutazione di Carter, dando la colpa alla strategia fallimentare e, ironia della sorte, al supporto aereo inadeguato. Si sono espressi in questo senso il parlamentare Hakim al-Zamili e il vice primo ministro Saleh Mutlaq, egli stesso un sunnita della provincia di Anbar. Inoltre, la politica statunitense di reclutamento delle tribù sunnite per la lotta, è arrivata "troppo tardi" – ed è "importante ma non sufficiente"
Se mai ci fosse un eufemismo, è proprio questo, come riconosce l’analista Sharmine Narwani, esperta in questioni mediorientali.
L’obiettivo a lungo dichiarato di Washington di mettere insieme una forza di combattimento sunnita - o una sua equivalente nella forma di una Guardia Nazionale – non è stato altro che un pretesto per evitare di affrontare le realtà.
Una cosa che abbiamo imparato dalle conquiste dell’ISIS di piccole e grandi città sunnite è proprio che il gruppo estremista si vanta di avere cellule dormienti e alleanze all'interno di queste aree. Le tribù sunnite e le famiglie sono divise sul loro supporto all’ISIS. Quindi la probabilità che all’improvviso emerga una significativa, ben addestrata ed equipaggiata forza di combattimento sunnita anti-Isis è pari a zero.
Destinata al fallimento è anche l'idea che i raid aerei di una coalizione guidata dagli Stati Uniti possano sconfiggere lo Stato islamico. Washington ha condotto un numero di raid in Siria e Iraq nei nove mesi dall’inizio della sua campagna aerea pari a quelli che Israele ha condotto in tre settimane a Gaza nel 2008-09.
Dove erano i bombardieri americani quando Ramadi e Palmyra sono state prese? E perché la US Air Force sembra impegnarsi seriamente solo quando ad essere minacciati sono gli alleati curdi - come a Kobanê (Ain al-Arab), Siria, o a Erbil in Iraq?
Gli Stati Uniti dicono di essere così cauti nel bombardare alcuni obiettivi dello Stato islamico (noto anche come ISIS, ISIL e Daesh) per il timore di colpire i civili, oltre ai militanti. Così la guerra aerea è decisamente contenuta. Questa cautela nella guerra aerea mette in evidenza un problema più grande con la strategia degli Stati Uniti - senza una forza di terra alleate capace, è difficile contrastare le tattiche sempre più sofisticate adottate dai miliziani dell’ISIS.
Se le azioni sono più eloquenti delle parole, le mosse di Washington in Medio Oriente sono state assordanti.
Dimenticate i proclami per un 'Iraq unificato' con un 'forte governo centrale'. E dimenticare anche gli obiettivi di "formazione di forze moderate in Giordania e Turchia da inviare poi a combattere in Siria”. Solo chiacchiere.
Uno sguardo obiettivo agli interessi degli Stati Uniti nella regione dipinge un quadro completamente diverso. Gli americani cercano di mantenere l'egemonia assoluta in Medio Oriente, anche sobbarcandosi costose occupazioni militari, come in Iraq e Afghanistan. I loro interessi primari sono:
1) l'accesso al petrolio a basso costo e al gas,
2) sostenere Israele,
3) minare l'influenza russa (e cinese) nella regione.
Conservare l’egemonia sarebbe molto più semplice senza la presenza di una potente, indipendentemente Repubblica Islamica dell'Iran, che continua a mettere i bastoni tra le ruote in molti dei progetti regionali di Washington.
Quindi l’egemonia passa anche dalla necessità di indebolire l'Iran - e le alleanze che lo sostengono.
Con la rimozione di Saddam Hussein in Iraq, gli Stati Uniti hanno inavvertitamente esteso l’arco di influenza dell'Iran secondo una direttrice geografica che arriva fino alla Palestina, rendendo vulnerabile il progetto coloniale israeliano. L'ex presidente George W. Bush ha immediatamente fatto proprio il compito di distruggere quest’Asse della Resistenza, tentando di sterilizzare gli alleati iraniani, Hezbollah, Siria e Hamas, ma non c’è riuscito.
La primavera araba ha presentato una nuova opportunità di riorganizzarsi: gli Stati Uniti e i suoi alleati turchi e del Golfo Persico sono entrati in azione per creare le condizioni per un cambio di regime in Siria. L'obiettivo? Rompere questa linea geografica dall'Iran – che, attraverso l'Iraq, la Siria e il Libano – raggiunge la Palestina. (Ma anche sbarazzarsi di un capo di Stato che si opponeva al progetto americano di portare in gas dal Qatar all’Europa, a detrimento degli interessi energetici della Russia).
Quando il cambio di regime non è riuscito, si è passati al piano B: dividere la Siria in blocchi diversi concorrenti, indebolendo lo Stato centrale e creando una zona cuscinetto filo-americana lungo il confine con Israele.
Anche l'indebolimento del governo centrale in Iraq, dividendo il paese lungo linee settarie - curdi, sunniti e sciiti - , è stata una priorità per gli americani.
Basta guardare le recenti azioni americane in Iraq per vedere questo piano in azione. La maggior parte degli attacchi aerei di Washington fino ad oggi hanno avuto luogo quando la città curda di Erbil e i suoi dintorni erano minacciati dall’ISIS. Il Congresso ha violato tutte le norme internazionali decidendo di armare direttamente le milizie curde e sunnite e bypassando il governo centrale di Baghdad. E nonostante le promesse e gli impegni, gli americani hanno fallito nell’addestrare ed equipaggiare l'esercito e le forze di sicurezza irachene.
Un Iraq debole, diviso, non potrà mai diventare una potenza regionale alleata con l'Iran e l’Asse della Resistenza. Lo stesso vale per una Siria debole e divisa. Ma senza il controllo statunitense su questi governi centrali, l'unico modo per raggiungere questo obiettivo è:
1) attraverso la creazione di conflitti settari ed etnici che potrebbero ritagliare zone filo-statunitensi all’interno di questi
stessi Stati della "Resistenza” e / o
2) attraverso la creazione di una “zona sunnita” ostile per rompere questa linea che dall'Iran porta alla Palestina.
Il Generale Walid Sukariyya, un membro sunnita del parlamento libanese, è d'accordo. "Per gli Stati Uniti e Israele avere l’ISIS è meglio che avere un Iran, una Siria e un Iraq forti ... Se ci riusciranno, uno stato sunnita in Iraq dividerà la resistenza dalla Palestina. "
Mentre Washington ha a lungo cercato di creare una zona sunnita in Iraq sul confine siriano, ha letteralmente passato anni cercando - e non riuscendo - a trovare leader iracheni sunniti.
Un esempio di questo fallimento è la delegazione dell’Anbar che il Generale americano John Allen ha selezionato con cura lo scorso dicembre per un tour DC, che ha escluso i rappresentanti delle due tribù sunnite più importanti nei combattimenti in Iraq - la Albu Alwan e Albu Nimr. Un portavoce della tribù, che ha parlato al quotidiano Al-Jarida, ha commentato: "Stiamo combattendo l’ISIL e soffriamo di carenza di armi. Nel frattempo, gli altri sono a Washington per ottenere fondi e per essere nominati nostri leader ".
Ma perché ignorare gruppi sunniti che si oppongono all’ISIS senza riserve? Non dovrebbero essere questi i naturali interlocutori degli americani in Iraq?
I gruppi estremisti servono ad uno scopo per Washington. L’ISIS ha avuto la capacità di trasformare il 'progetto americano di una zona sunnita in Iraq, per spezzare l’asse geografico della resistenza’ in una realtà fisica. E Washington non ha avuto bisogno di inviare uomini, investire denaro o altro per ottenere il lavoro fatto.
Un documento del Pentagono recentemente declassificato dimostra che già nel 2012 l'intelligence USA aveva predetto la nascita dello Stato islamico in Iraq e Siria, ma piuttosto che delineare chiaramente il gruppo come un nemico, lo vedeva come "un'opportunità strategica" per "isolare" Bashar al Assad e ridurre "l'espansione sciita".
Un documento della Defense Intelligence Agency degli Stati Uniti, pubblicato da 'Judicial Watch', dimostra che i governi occidentali si sono deliberatamente alleati con Al Qaeda e altri gruppi estremisti islamici per rovesciare il regime del presidente siriano Bashar al Assad, che da anni si è distinto per la sua opposizione ad un gasdotto che potrebbe portare il gas dal Qatar in Europa, un progetto che potrebbe spodestare la Russia come fornitore dominante per l'Europa.
Il documento del 2012 rivela che in coordinamento con gli Stati del Golfo e la Turchia, l'Occidente ha intenzionalmente sponsorizzato gruppi islamici violenti per destabilizzare Bashar al Assad. Secondo questi documenti, il Pentagono ha previsto il probabile sviluppo dello Stato islamico come risultato diretto della strategia, ma ha descritto questo risultato come una "opportunità strategica" per "isolare il regime siriano".
"L'Occidente, i Paesi del Golfo e la Turchia sostengono l'opposizione siriana (...) E' possibile stabilire un principato salafita dichiarato e no nella Siria orientale, e questo è esattamente ciò che le forze che sostengono l'opposizione vogliono per isolare il regime siriano", dice il documento.
Il documento del Pentagono offre una straordinaria conferma di come la coalizione guidata dagli Stati Uniti, che attualmente sta combattendo l'ISIS, tre anni fa ha accolto con favore la nascita di un "principato estremista salafita nella regione, come un modo per minare Bashar al Assad e bloccare l'espansione strategica dell'Iran. Nel documento, l'Iraq viene individuato come parte integrante di questa "espansione sciita".
"I salafiti, la Fratellanza Musulmana e AQI (Al-Qaeda in Iraq) sono le forze principali che guidano l'insurrezione in Siria." "L'Occidente, Paesi del Golfo e la Turchia sostengono l'opposizione."
Il governo siriano ha concentrato le sue priorità sulla sicurezza delle aree pro-governative e le principali vie di comunicazione, che significa "il regime ha ridotto la concentrazione delle sue forze nelle zone adiacenti ai confini iracheni (al Hasaka e Der Zor)."
"Le forze di opposizione stanno cercando di controllare le zone orientali (Hasaka e Der Zor) adiacenti ai confini occidentali iracheni (Mosul e Anbar) ... i paesi occidentali, il Golfo e la Turchia stanno sostenendo questi sforzi."
"Il deterioramento della situazione ... crea l'atmosfera ideale per AQI di tornare alle sue vecchie roccaforti di Mosul e Ramadi ..."
"E' possibile stabilire un principato salafita dichiarato e no nella Siria orientale, e questo è esattamente ciò che le forze che sostengono l'opposizione vogliono per isolare il regime siriano che è considerato strategico per l’espansione sciita (Iraq e Iran)"
Il documento chiarisce che l'escalation del conflitto in Siria creerà ulteriormente il settarismo e la radicalizzazione, che aumenterebbero la probabilità di uno 'Stato islamico' sul confine siriano-iracheno.
Quindi cosa ha fatto Washington quando ha ricevuto queste informazioni? Ha mentito. Ricordate il presidente americano quando definì i miliziani dell’ISIS una "squadra di riserve di basket"?
Meno di un mese dopo la pubblicazione del rapporto della DIA, il segretario di Stato americano John Kerry ha dichiarato alla Commissione Affari Esteri del Senato questo riguardo l'opposizione siriana: "Io non sono d'accordo che la maggioranza sono di Al-Qaeda. Non è. vero. Ci sono dai 70.000 a 100.000 oppositori ... Forse dal 15 al 25% potrebbe essere parte di un gruppo o un altro che riteniamo essere ‘i cattivi’ ... Una vera opposizione moderata esiste. "
Usando il frame dei "ribelli moderati" che hanno bisogno di assistenza per combattere il 'regime siriano criminale', il governo degli Stati Uniti ha mantenuto il ronzio del conflitto siriano, ben sapendo che il risultato sarebbe stato la costituzione di un'entità estremista sunnita che attraversa il confine siro-iracheno ... che potrebbe paralizzare quella che gli americani chiamano "la profondità strategica dell’espansione sciita."
Come combattere questo "Frankenstein" americano
Fonti militari hanno chiarito che la coalizione guidata dagli Stati Uniti ignora molte delle richieste irachene di copertura aerea durante le operazioni di terra.
Il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi è visto come un capo di Stato 'debole' - un funzionario relativamente filo-americano che lavorerà diligentemente per mantenere un equilibrio tra gli interessi degli Stati Uniti e quelli del potente vicino di Iraq, Iran.
Ma dopo la rovinosa caduta di Ramadi, e altre cattive notizie dall'interno della Siria, Abadi ha poca scelta per invertire le cose, e rapidamente. Il primo ministro ha autorizzato l'impiego di gruppi paramilitari sciiti (Hashd al-Shaabi) in Anbar per riprendere il controllo di Ramadi. E questo - insolitamente – ha ricevuto la benedizione delle tribù sunnite di Anbar.
Ai miliziani sciiti si uniranno qualche migliaio di combattenti sunniti. Se l'operazione di Ramadi va bene, questo sforzo congiunto tra sunniti e sciiti (che ha avuto successo anche a Tikrit) potrebbe fornire all'Iraq un modello da riproporre altrove.
Le recenti sconfitte in Siria e in Iraq hanno galvanizzato gli avversari dell’ISIS dal Libano all'Iran alla Russia, con impegni a mettere a disposizione armi e fondi. Se Ramadi sarà riconquistata, questo raggruppamento è improbabile che fermerà la sua marcia, e si spingerà al confine siriano, nel cuore dello Stato Islamico.
La soluzione per combattere i militanti jihadisti dal Levante al Golfo Persico si trova solo all'interno della regione, in particolare all'interno di quegli Stati la cui sicurezza è più compromessa o minacciata: Libano, Siria, Iraq e Iran.
Questi quattro stati dovrebbero aumentare la loro cooperazione militare mentre le battaglie si intensificano e devono essere gli unici a fornire truppe di terra in questa lotta.
Ma la copertura aerea è una componente necessaria delle operazioni offensive di successo, anche in situazioni di guerra non convenzionale. Se gli Stati Uniti e la loro fragile coalizione non è in grado o non vuole fornire la ricognizione necessaria e la copertura aerea desiderata, come guidati da un comando militare irachena centrale, l'Iraq dovrebbe cercare altrove per aiuto.
Iran e Russia sarebbero i primi interlocutori.
Iraq e Siria hanno bisogno di fondere le loro strategie militari in modo più efficace - di nuovo, un settore in cui gli iraniani e i russi sono in grado di fornire preziose competenze.
Anche il gruppo libanese Hezbollah può fare la sua parte. Il suo segretario generale Hassan Nasrallah ha recentemente promesso che Hezbollah non di limitaerà geograficamente, e andrà, se necessario, a contrastare i miliziani dell’ISIS. Gli attori non statali che compongono il nucleo centrale dell’ISIS sono imbattibili dagli eserciti convenzionali. E questo è il motivo per cui le milizie locali, abituate alla guerra asimmetrica, sono le più adatta per queste battaglie.
Criticando la risposta del tutto inesistente degli Stati Uniti per la débâcle Ramadi ieri, l Generale responsabile delle attività paramilitari iraniane in Medio Oriente ha detto che gli Stati Uniti e le altre potenze stanno fallendo nel confrontarsi con l'ISIS e solo l'Iran è impegnato in un questo compito.
Il Maggior Generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds d'élite responsabile per la tutela degli interessi della Repubblica islamica all'estero, è diventato un volto familiare sui campi di battaglia dell'Iraq.
"Oggi, nella lotta contro questo pericoloso fenomeno, nessuno è presente, tranne l'Iran". "Obama non ha fatto un bel niente finora per affrontare il Daesh: questo non rende evidente che l'America non ha nessuna intenzione di affrontare il problema?" "Come è possibile che l'America afferma di proteggere il governo iracheno quando a pochi chilometri di distanza a Ramadi avvengono omicidi e crimini di guerra e non interviene?"
Gli iraniani sono diventati figure centrali nella lotta contro il terrorismo, e sono geograficamente più esposti a differenza di Washington che si trova ad oltre 6.000 miglia di distanza.
Yaroslav Trofimov ha scritto sul Wall Street Journal la scorsa settimana che gli Stati Uniti hanno tre opzioni per la lotta contro ISIS: portare avanti con quello che stanno già facendo, intensificare la lotta, o rinunciare. Nessuna di queste opzioni è particolarmente attraente.
Se gli Stati Uniti sono realmente impegnati nella Guerra al Terrore dovrebbero concentrarsi su altre priorità, che non riguardano il combattimento ma che sono altrettanto essenziali per minare l'estremismo:
1) mettere in sicurezza i confini turchi e giordani per impedire qualsiasi ulteriore infiltrazione di jihadisti in Siria e Iraq,
2) sanzionare i paesi e le persone che finanziano e armano l’ISIS, molti dei quali sono fedeli alleati americani , ora ironicamente parte della 'coalizione' anti-Isis è, e
3) condividere l’intelligence sui movimenti jihadisti con i paesi impegnati nella battaglia.
E' tempo di minimizzare le perdite e portare alcuni pesi massimi in questa battaglia contro l'estremismo. Se la coalizione a guida USA non condurrà attacchi aerei sotto il comando esplicito di stati sovrani impegnati in questa lotta, potrebbe essere il momento di inibire lo spazio aereo iracheno e siriano ai caccia della coalizione, e riempire quei cieli con i caccia di altri partner.
Certo, non va poi dimenticato che, come in molti hanno riconosciuto, a partire dallo stesso presidente Obama, a Putin all’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Anna, “l’ISIS è una emanazione diretta di Al Qaida in Iraq” che è stata generata dall’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. Le sue radici affondano infatti nello smantellamento dello Stato iracheno e del suo esercito da parte dell’occupazione militare Usa.
Ma, ironia della storia, oggi, in Iraq, gli Usa bombardano molti degli stessi uomini contro i quali hanno già combattuto due volte. Quasi tutti i leader dello Stato Islamico sono ex ufficiali dell'esercito iracheno. Come riporta il Washington Post, l'attuale leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ha rimodellato il gruppo un tempo affiliato con al-Qaeda reclutando ex ufficiali dell'esercito di Saddam Hussein. Anche con l'afflusso di migliaia di combattenti stranieri, quasi tutti i leader dello Stato Islamico sono ex ufficiali iracheni, compresi i membri delle sue commissioni militari e di sicurezza, e la maggior parte dei suoi emiri e principi.
Ma, ironia della storia, oggi, in Iraq, gli Usa bombardano molti degli stessi uomini contro i quali hanno già combattuto due volte. Quasi tutti i leader dello Stato Islamico sono ex ufficiali dell'esercito iracheno. Come riporta il Washington Post, l'attuale leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ha rimodellato il gruppo un tempo affiliato con al-Qaeda reclutando ex ufficiali dell'esercito di Saddam Hussein. Anche con l'afflusso di migliaia di combattenti stranieri, quasi tutti i leader dello Stato Islamico sono ex ufficiali iracheni, compresi i membri delle sue commissioni militari e di sicurezza, e la maggior parte dei suoi emiri e principi.
Questi ex ufficiali hanno portato all'organizzazione consulenza militare e alcune delle agende degli ex baathisti, così come la conoscenza di reti di contrabbando sviluppate al fine di evitare le sanzioni nel 1990 e per facilitare oggi il traffico illecito di petrolio da parte dello Stato Islamico.
La crudeltà del regime baathista di Saddam, lo scioglimento dell'esercito iracheno dopo l'invasione degli Usa nel 2003, la successiva insurrezione e l'emarginazione dei sunniti iracheni dal governo dominato dagli sciiti si intrecciano con l'ascesa dello Stato islamico.

1.gif)
