La mia corrispondenza con un condannato a morte: la storia di Manuel Fernando Garza ucciso dal Texas
La pena di morte non uccide il peggiore dei peggiori, ma il più debole fra i deboli.
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Manuel Fernando Garza veniva giustiziato in Texas la scorsa settimana. In Italia non ne ha parlato nessuno di questo ragazzo ispano-americano, perché nell'immaginario collettivo deve regnare l'illusione che sia solo l’Isis a praticare la barbaria della pena di morte.
Martina di Giorgio, nella stesura della sua tesi con il Prof. Paolo Becchi all’Università di Genova, ha avuto modo di entrare in contatto direttamente con Manuel e ha ricostruito per l’AntiDiplomatico tutta la sua storia. Una storia che aiuta a comprendere come la società americana sia una fucina di ingiustizia e di disparità sociale, un modello sociale e di sviluppo (così lo chiamano) che continua a produrre centinaia di miglia di detenuti ogni anno: la popolazione carceraria degli Stati Uniti è la maggiore del mondo con più di 2 milioni di persone all’interno.
In questi giorni di polemiche sulle violenze della polizia americana, sono stati resi noti alcuni dati dal Dipartimento della Giustizia americano, drammatici: negli Stati Uniti vengono uccise dalla polizia una persona ogni 6,5 ore e nel mese di marzo del 2015 sono stati uccise più di 100 persone, una cifra impressionante se si pensa che nel Regno Unito sono state uccise dalla polizia britannica 100 persone nell’arco del XX secolo.
In questi giorni di polemiche sulle violenze della polizia americana, sono stati resi noti alcuni dati dal Dipartimento della Giustizia americano, drammatici: negli Stati Uniti vengono uccise dalla polizia una persona ogni 6,5 ore e nel mese di marzo del 2015 sono stati uccise più di 100 persone, una cifra impressionante se si pensa che nel Regno Unito sono state uccise dalla polizia britannica 100 persone nell’arco del XX secolo.
Qui di seguito la storia ignorata in Italia di Manuel Fernardo Garza.
Di Martina di Giorgio
Quasi sei anni fa decisi di iniziare una corrispondenza con un condannato a morte e contattai la Coalizione Italiana contro la pena di morte. Sentii per la prima volta pronunciare il nome di Manuel Fernando Garza.
Manuel aveva 29 anni quando ricevette la mia prima lettera e aveva trascorso già dieci anni in quella prigione, dove stava scontando una condanna a morte pronunciata nel 2001 per l'omicidio di un poliziotto.
Manuel nacque l'8 agosto 1980, secondogenito di una coppia di genitori appena maggiorenni. Il padre era un uomo molto geloso, fisicamente ed emotivamente violento. La madre era molto debole e sottomessa al marito, che per Manuel rappresentava l'unico modello da imitare o seguire.

Il mondo della criminalità non era a lui sconosciuto, infatti sin da bambino, droga, rubare, scappare o finire in galera erano per lui avvenimenti comuni della vita. Il padre finì in galera più volte, ed in quei momenti Manuel si sentiva spesso perso e depresso. Il padre di Manuel faceva uso di droga e una volta andò anche in overdose, ma venne salvato, la seconda volta invece gli fu fatale. Manuel aveva 13 anni.
Finire in galera rappresentava per Manuel un passaggio, una fase della vita, che suo padre prima di lui e tutte le persone vicino a lui avevano vissuto. Anche Manuel quindi all'età di 15 anni venne incarcerato presso il TYC (Texas Youth Commission) dove trascorse un anno e sei mesi.


Prima di entrare nel braccio della morte era un ragazzo di strada, di certo un ladro, ma non un ragazzo violento. "Ero un ladro perchè ero innamorato del denaro e della vita facile. So di aver sbagliato. Ho perso mio padre all'età di 13 anni, fu dura per me credo che non mi importò più nulla dopo la morte di mio padre e da quel momento divenni un ribelle. La strada mi insegnò come vivere. Droga e mafia erano cose normali da conoscere e vedere...ero un prodotto del mio ambiente...ma sono cresciuto. Sono un uomo migliore ora, ma la gente vede in me solo i miei guai e non la mia lotta", mi ha scritto in una delle lettere.
Sebbene Manuel non abbia mai avuto genitori esemplari e un ambiente sano in cui crescere, che lo avviò molto presto ad una carriera criminale, lui non imparò mai ad essere una persona violenta. Si specializzò nel rubare automobili, ma non voleva avere nulla a che fare con crimini violenti o abuso e spaccio di droga. "Rubavo perchè la mia famiglia era povera e rubare era l'unico modo col quale potevo avere le cose che gli altri ragazzini intorno a me dicevano essere importanti. Rubare e poi essere arrestati erano fatti della vita accettati dalla mia famiglia".
Il 4 febbraio 2001 venne arrestato e condannato a morte per l'omicidio di un poliziotto. Pochi giorni prima, di sera, Manuel aveva deciso di uscire e si stava dirigendo a casa di un amico. Aveva dei precedenti per furto e stava rischiando ad uscire perchè qualcuno l'avrebbe potuto arrestare. Un poliziotto tentò di fermarlo, ma Manuel scappò.
Dopo una breve fuga decise di arrendersi, il poliziotto iniziò a colpirlo e così cominciò una lotta fra i due fino a quando il poliziotto estrasse la pistola puntandogliela addosso. In quel tentativo però partì accidentalmente un colpo che uccise il poliziotto. "Scappavo perchè avrebbe potuto arrestarmi. Quando lo feci il poliziotto inziò a colpirmi e a ferirmi, così iniziai a difendermi, cercando di fuggire di nuovo, ma non ci riuscivo. Mi stava strangolando, ero spaventato, poi tirò fuori la pistola. Cosa avrei dovuto fare? Lasciarlo sparare? Presi la pistola e cercai di nuovo di scappare. Quando tentai di alzarmi e fuggire lui saltò sulla mia schiena e mi afferrò il braccio col quale tenevo la pistola. Cercava di prendere la pistola e io cercavo di allontanarla. Non durò molto, io ero sdraiato a pancia in giù e lui sopra di me sulla mia schiena, e un colpo partì. Vidi il sangue, mi alzai e scappai. Andai a casa di un amico lì vicino e vomitai. Stavo sanguinando ed ero spaventato da morire. Non sapevo che fare, quel poliziotto voleva uccidermi".
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Manuel non voleva che questa persona morisse, ma allo stesso tempo temeva per la sua vita, più volte mi ha raccontato che quel poliziotto l'avrebbe ucciso, dandomi la sensazione che ogni volta che ripensava a quei momenti, rivivesse ancora quella paura, convinto che quella sera, se non avesse lottato, sarebbe morto. Mi sono chiesta spesso cosa sarebbe successo se a morire fosse stato Manuel e non il poliziotto. Manuel mi rispondeva così: "sono sicuro che quel poliziotto avrebbe ottenuto una medaglia e nessuna punizione come spesso accade in questi casi per i poliziotti killer".
Manuel era già stato in riformatorio da ragazzino, ma l'accettare una reclusione forzata e solitaria come quella del braccio della morte fu straziante. "Dopo le mie prime settimane rinchiuso crollai. Ero irrequieto, chiedevo perchè? Perchè a me? Urlai e piansi per un giorno intero, e l'altro dopo ancora. Piangevo così tanto che mi faceva male".
Io non conobbi mai quel Manuel, il ragazzo di strada, il ragazzo disperato che piangeva e urlava e non si dava pace, quando conobbi Manuel era già diventato un uomo. "Ero un ladro, ma non un ragazzo violento. Quando questa tragedia accadde ero intenzionato a cambiare vita e volevo sposarmi. Ero un ladro perchè ero innamorato del denaro e della vita facile. So di aver sbagliato, ma non penso che questo mi ha reso inferiore ad altri uomini. Tutti attraversiamo momenti difficili e prove per crescere e diventare più consapevoli".
In questi anni di corrispondenza non ho mai sentito Manuel cedere o lamentarsi. "Ho cercato e cerco ancora di portare positività in tutti gli aspetti della mia vita non c'è spazio per drammi, rabbia o odio".
Tuttavia, per 14 anni, ha vissuto innegabilmente una situazione drammatica: rinchiuso per buona parte
del giorno, lontano dalla famiglia, non potendo lavorare, ma al massimo realizzare dei disegni da vendere in cambio di francobolli o snack. "Questo è un posto duro in cui vivere, devi imparare a essere forte fisicamente e mentalmente, è una battaglia costante".
Secondo Manuel, nessun serial-killer o "mostro" è rinchiuso nel braccio della morte, ma solo neri, ispanici e poveri che non si sono potuti permettere l'avvocato di grido. Questo è in parte vero, quelle prigioni sono piene di ragazzi divenuti uomini lì dentro, non sono più la stessa gente di strada cresciuta in mezzo alla violenza. Dimostrazione che riscattarsi è sempre possibile.
Mi sono subito affezionata a lui, un ragazzo forte, intelligente, curioso e col tempo siamo diventati degli ottimi amici. Per quanto forte in apparenza, ho comunque avvertito la sua sofferenza. "Sogno la mia famiglia, sogno di essere insieme a loro e di abbracciarli, questi sogni sono così reali e forti".
La vera atrocità della condanna a morte sta nell'attesa e nel sapere dove, quando e come si verrà uccisi. Idealizzare quel momento e il dolore è come morire ogni giorno. Tutto questo è davvero terribile e con questa lunga e atroce agonia ogni persona condannata a morte paga ben oltre il male commesso. La pena di morte non uccide il peggiore dei peggiori, ma il più debole fra i deboli.
L'anno scorso, durante il periodo delle feste natalizie a Manuel fu negata l'ultima possibilità d'appello e alla fine dell'estate venne fissata la data d'esecuzione: 15 aprile 2015.
Della data non lo venni a sapere direttamente da lui anche perchè in quest'ultimo anno di amicizia le sue
lettere sono state sempre più rare.
Manuel è stato assassinato dallo stato del Texas mercoledì 15 aprile alle ore 18.00 nella camera della morte di Huntsville. C'erano circa 50 persone fuori dalla camera della morte e moltissima altra gente in tutto il mondo che attendeva che un miracolo potesse accadere e che la situazione potesse concludersi diversamente. La procedura dell'iniezione letale è incominciata alle ore 18.00, ad assistere c'erano la madre di Manuel, Maria, la giovane moglie Larissa e anche la famiglia della vittima compresi tre colleghi in uniforme, mentre fuori insieme agli attivisti, c'erano il fratello Jimmy e le sorelle LorieAnn e Corinna.
Manuel è stato dichiarato morto alle ore 18.40. Sono stati necessari 26 minuti perché il farmaco (pentobarbital) facesse effetto. "Eccola che arriva, addio".
Prima dell'inizio della procedura Manuel aveva chiesto scusa per aver causato questo dolore alla sua famiglia e ai suoi amici e anche ai poliziotti lì presenti dicendo "so che probabilmente voi tutti mi odiate, ma vi auguro pace e amore e spero che voi tutti possiate trovare Dio come ho fatto io, ci rivedremo dall'altra parte. Vi voglio bene".
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Manuel è il 6° uomo giustiziato quest'anno in Texas, su un totale di 13 esseri umani negli Stati Uniti.
Ho letto parecchi articoli che drammatizzano su quello che è stato quel triste momento, si è scritto che abbia urlato e pianto, ma così non è stato, Manuel se ne è andato in pace con se stesso e con gli altri, davanti alle persone che più amava e sentendo nel cuore le persone lontane come me che in quel giorno non sono riuscita a chiudere occhio, pregando e pensando che avesse la forza necessaria per vivere quell'ultima terribile esperienza.


