La morte del falco: Lindsey Graham, l'uomo che sognava una guerra mondiale
Il senatore repubblicano della Carolina del Sud, Lindsey Graham, è morto a 71 anni per un improvviso arresto cardiaco in seguito a una misteriosa e fulminea malattia. Era uno dei più accesi sostenitori della linea dura contro Russia e Iran, consigliere di Trump e amico di Netanyahu.
Aveva passato l'ultimo giorno di vita a Kiev, come faceva spesso. A rassicurare Zelensky, a promettere nuove armi, a immaginare scenari di guerra sempre più estesi contro la Russia. Poi il volo di ritorno, la notte a Washington, e quel fatale arresto cardiaco che nessuno ha saputo spiegare. La sua morte, comunicata con un freddo comunicato che parlava di "breve e improvvisa malattia", ha chiuso una carriera politica dedicata con ossessione a un unico scopo: alimentare il fuoco dei conflitti.
Lindsey Graham era il prototipo del falco statunitense. Quello che nel 2003 sostenne la guerra in Irak basandosi su "informazioni di intelligence difettose" e non ebbe mai il coraggio di ammettere l'errore. Quello che nel 2008 già invocava sanzioni contro Mosca. Quello che dopo il 2014 trasformò la sua russofobia in un'industria legislativa, con almeno otto progetti di sanzioni confezionati in otto anni.
Ma è con l'invasione russa dell'Ucraina che Graham ha trovato la sua dimensione definitiva. Le sue dichiarazioni pubbliche rasentavano il patologico: arrivò a invocare "l'eliminazione del presidente russo", costringendo il portavoce del Cremlino a osservare che "alcuni politici statunitensi perdono il senno". Nel febbraio del 2026, le autorità russe lo hanno inserito nella lista dei terroristi e degli estremisti. Una sorta di riconoscimento postumo alla sua carriera di guerrafondaio.
Aveva un'influenza sproporzionata su Donald Trump. Lo consigliava sui campi da golf, lo ascoltava alla Casa Bianca, gli sussurrava all'orecchio la sua agenda bellicista. Era riuscito a convincerlo a lanciare l'offensiva militare contro l'Iran alla fine di febbraio, e proprio venerdì aveva strappato un accordo per nuove sanzioni contro Mosca. I suoi critici, anche tra i repubblicani, lo accusavano di trascinare gli Stati Uniti in conflitti senza una strategia chiara.
La sua morte ha scatenato un coro di lodi. Trump lo ha definito su Truth Social "uno dei migliori senatori che abbia mai conosciuto, un vero patriota americano". Netanyahu ha parlato di "uno dei più grandi amici di Israele", il presidente israeliano Herzog di "faro di chiarezza morale". Un linguaggio che suona stonato per chi ha osservato la sua parabola politica: quella di un uomo che ha passato la vita a moltiplicare le tensione, a dipingere nemici, a trasformare ogni crisi internazionale in un'opportunità per alzare la posta.
Il suo rapporto con Israele era simbiotico. Volava a Tel Aviv con una regolarità ossessiva, abbracciava la causa senza riserve, teorizzava attacchi aerei congiunti contro Hezbollah. "Vorrei che gli Stati Uniti partecipassero alle operazioni militari contro Hezbollah", dichiarava senza mezzi termini. Definiva i palestinesi "nazisti religiosi" e sosteneva che solo la loro distruzione militare avrebbe potuto portare la pace.
Graham era un prodotto di quella tradizione repubblicana che va da McCarthy a Goldwater, passando per John McCain, di cui si considerava allievo. Ora che se n'è andato, si chiedono gli analisti, chi raccoglierà la sua eredità? Perché di eredi, in un partito che ha fatto della contrapposizione frontale la sua ragione d'essere, ce ne saranno certamente. La sua morte non fermerà la macchina del conflitto che ha contribuito a costruire.


