La Nigeria ci riprova con il voto: la volta buona per l’ex generale Muhammadu Buhari?

Boko Haram torna al terrore urbano con poche risorse: un segnale di evidente debolezza

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di Augusto Rubei
 
Una folla inferocita ha accolto il comizio elettorale del presidente nigeriano Goodluck Jonathan a Yola (lungo il confine con il Camerun) con un violento lancio di pietre a febbraio.
 
La protesta è giunta nelle stesse ore in cui i miliziani islamici di Boko Haram irrompevano a Maiduguri, capitale dello stato nordorientale di Borno, saccheggiando e devastando la città, proprio mentre a Potiskun un altro kamikaze si faceva saltare in aria davanti all’abitazione di un esponente politico.
 
Con l’avvicinamento delle elezioni presidenziali, previste per il 14 febbraio ma rinviate al 28 marzo a causa di problemi legati alla sicurezza, il rischio che nel paese si verifichi una recrudescenza delle violenze è molto alto. Quanto accaduto a Yola, tuttavia, è il segno di un’instabilità e di un malcontento generale verso l’attuale capo di Stato (che si ricandida) legati non solo al terrorismo.


 
Vero, la nuova scia di sangue lasciata da Boko Haram in un alcuni villaggi rurali ha contribuito a esasperare il clima di paura tra i nigeriani.  Ciononostante, le continue incursioni degli eserciti di Ciad, Niger e Camerun qualche risultato hanno iniziato a produrlo, in primis limitando le capacità transfrontaliere del gruppo, che oggi si trova chiuso in una morsa. A dimostrarlo è proprio la natura degli ultimi attacchi compiuti.
 
Boko Haram intensifica la sua campagna di terrore urbano perché è consapevole di non disporre delle risorse sufficienti per ingaggiare una guerra convenzionale contro le autorità nigeriane. Tornare agli albori della lotta, vale a dire alla preparazione di assalti con un limitato impiego di risorse contro le classi più povere del paese, non può che essere un evidente segno di debolezza, dopo che il gruppo a settembre aveva invece dato l’illusione di voler addirittura costruire un’entità statale vera e propria. La recente adesione allo Stato Islamico, oltre che a costituire la formalizzazione di un’intesa già annunciata in estate, appare il tentativo di fare cartello con i “fratelli” dell’Is in un momento di estrema difficoltà.


 
Il rischio che Jonathan non venga rieletto, quindi, va attribuito a cause diverse. In particolare, al continuo calo del prezzo del petrolio che ha avuto un forte impatto sull’economia nazionale. Più del 90% delle entrate della Nigeria, 1° produttore di oro nero in Africa e 13° al mondo, oggi provengono infatti dall’export di greggio; i relativi deflussi di capitale hanno prodotto una svalutazione della naira (la valuta   locale) di quasi il 10%. La borsa di Lagos, inoltre, non offre alcuna garanzia agli investitori esteri.
 
Per l’ex generale Muhammadu Buhari, leader delle opposizioni e dell’All Progressives Congress (Apc) dopo la vittoria delle primarie del 10 dicembre scorso, potrebbe essere la volta buona. I nigeriani lo conoscono bene:  dopo aver partecipato a un colpo di Stato, divenne presidente tra il 1983 e il 1985; successivamente si è presentato senza successo alle presidenziali del 2003, del 2007 e del 2011.
 
Due fattori chiave potrebbero aprirgli la strada alla presidenza. In primo luogo la religione: Buhari è un musulmano estremamente popolare al nord, dove in passato ha sostenuto l’applicazione della sharia e, malgrado gli sforzi del People’s Democratic Party (Pdp) di dipingerlo come un estremista religioso, sembra raccogliere numerosi consensi anche nel sud a maggioranza cristiana grazie alla sua crociata contro la corruzione. In secondo luogo, l’inadeguatezza di Jonathan, più impegnato a reagire agli eventi che a dirigerli.
 
Con ogni probabilità, nessuno dei due candidati in caso di vittoria sarà in grado di mantenere le grandi promesse fatte in campagna elettorale. Sull’occupazione, per fare un esempio, Jonathan ha garantito due milioni di posti di lavoro ogni anno, Buhari ha parlato di 720 mila  impieghi pubblici e un rilancio del settore agricolo attraverso l’erogazione di prestiti a tasso agevolato per i piccoli imprenditori.

Due programmi molto ambiziosi.  Sconfiggere Boko Haram e tentare almeno di ristabilire la sicurezza interna nelle regioni settentrionali resta oggi la sfida prioritaria, ma è anche la più abbordabile.
 
A tal proposito, sia Jonathan sia Buhari dovrebbero iniziare a riflettere su un dato: la setta è nata e ha ampliato il suo network del terrore in un’area dove il 71,5% dei cittadini vive in condizioni di povertà assoluta e più della metà è malnutrita. Comprendere perché l’originaria ribellione locale guidata da Mohammed Marwa si sia trasformata in meno di un ventennio in una rivolta pan-saheliana cui oggi aderiscono cellule terroristiche pronte a intercettare gli umori di centinaia di giovani nigeriani è, con tutta evidenza, il primo passo da compiere.

Fonte: Limesonline

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