La notte in cui la terra ha tremato: il Venezuela bolivariano tra la solidarietà di classe e l'imperialismo del disastro
di Geraldina Colotti
La notizia arriva sul telefono che è già notte in Europa, con quel suono intermittente che nel nostro mestiere annuncia sempre la tragedia. Dall'altro lato della linea, da Caracas e da La Guaira, le voci dei compagni e dei colleghi dei media comunitari non tremano, ma sono cariche della gravità delle ore che definiscono l'urgenza di un popolo. Viene diffusa in tempo reale la mappa dell'epicentro del sisma – lo stato di Yaracuy – e quella delle zone più colpite, e le prime immagini dei crolli. Crolla anche parte dell'edificio della tv di Stato – VTV -, ma i colleghi rimarranno sul posto per tutta la notte, continuando a trasmettere le notizie. Non c'è spazio per le agenzie di stampa occidentali quando la cronaca si fa carne e macerie in presa diretta.
Ti dicono che la terra ha ruggito dal profondo, un boato sordo poco dopo le sei del pomeriggio, in un giorno festivo, quando le famiglie della classe operaia erano raccolte nelle case o per strada in compagnia di un bicchiere.
Due scosse consecutive, a un minuto di distanza, la più forte di magnitudo 7.5 secondo i rilievi geologici. Il più grande terremoto che ha colpito il paese in oltre un secolo. Il bilancio provvisorio che i compagni sul campo aggiornano di minuto in minuto, commentando i momenti in cui il governo incaricato parla in diretta al paese, è drammatico: si parla già di 174 morti e 971 feriti, con oltre trenta repliche sismiche che continuano a far sussultare il fango e il cemento, e il timore dell'arrivo di uno tsunami.
La Guaira, lo storico stato costiero – uno di quelli più colpiti dai droni Usa il 3 gennaio -, è stata dichiarata zona di disastro dalla presidenta incaricata Delcy Rodríguez. Le immagini che arrivano dai collettivi di Catia La Mar mostrano grattacieli sventrati, mentre a Macuto un intero hotel sul lungomare è stato ridotto in polvere. Perfino l'aeroporto internazionale Simón Bolívar è sigillato, con i soffitti crollati e i corridoi coperti di detriti. Nella capitale, i crolli hanno colpito i quartieri popolari e i municipi storici: da San Bernardino a Pinto Salinas, da El Paraíso fino alle zone agiate di Chacao e Baruta, dove si scava a mani nude per estrarre i sopravvissuti.
Per capire la portata del trauma che ha colpito il paese – un cataclisma seguito all'inedito sequestro del presidente Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, compiuto dagli Usa il 3 gennaio -, occorre spiegare cosa significasse per il popolo venezuelano quel mercoledì 24 giugno. Non si trattava di un giorno di riposo qualsiasi, ma della celebrazione nazionale della Battaglia di Carabobo del 1821, il momento culmine in cui l'esercito patriota guidato da Simón Bolívar sconfisse definitivamente le truppe coloniali spagnole, sancendo l'indipendenza della nazione. Nel codice genetico della Rivoluzione Bolivariana, Carabobo non è una ricorrenza museale, ma il simbolo vivente della rottura delle catene coloniali e della nascita della patria sovrana.
È proprio in questo giorno di festa nazionale, mentre le famiglie dei lavoratori erano radunate nelle case o nei bar, e i quadri popolari celebravano la memoria storica della resistenza antigolpista, che si è abbattuto il cataclisma. La coincidenza temporale aggiunge un carico emotivo immenso, ma svela anche la prontezza della risposta organizzata: lo spirito di Carabobo, per nulla spento nel corso di questa fase di ritirata strategica sotto ricatto, si è tradotto immediatamente, nell'arco di pochi minuti, dal piano della memoria storica a quello della mobilitazione di protezione civile e solidarietà di classe nelle strade sventrate di La Guaira e Caracas.
Intanto, dall'estero, l'estrema destra dell'ex candidato Edmundo Gonzalez, emetteva comunicati di sciacallaggio per denunciare le “colpe” del governo nel disastro, come se anni di “sanzioni” richieste a gran voce agli Usa non avessero significato nulla. E come se l'analisi di una catastrofe naturale potesse essere disgiunta dalle condizioni materiali e strutturali in cui essa si consuma.
Se gli ingegneri borghesi interpellati dai media transnazionali si affrettano a spiegare che i crolli sono dovuti alla vulnerabilità degli edifici costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta, l'analisi concreta impone di svelare la verità sottostante. Quei quartieri, quella stessa Caracas espansa sui fianchi delle montagne, porta i segni urbanistici della vecchia speculazione edilizia della IV Repubblica, quando il profitto privato determinava dove e come dovesse stiparsi il proletariato urbano. A ciò si aggiunge l'impatto criminale di anni di sanzioni e blocco economico unilaterale orchestrato da Washington.
Le misure coercitive che hanno colpito la compagnia di stato PDVSA e l'industria petrolifera non sono astrazioni diplomatiche: significano l'impossibilità sistematica di importare pezzi di ricambio per i macchinari pesanti, limitazioni nel rinnovamento tecnologico delle infrastrutture e un assedio finanziario volto a strangolare la pianificazione urbana dello Stato.
Eppure, proprio nel momento del massimo dolore, si attiva l'immensa macchina della solidarietà di classe e del potere popolare organizzato. Nelle strade di San Bernardino e Altamira, mentre il ministro dell'Interno Giustizia e Pace, Diosdado Cabello coordina le ispezioni dei rischi e l'interruzione delle linee del gas per evitare esplosioni, sono i cittadini stessi, i membri dei consigli comunali, i sanitari cubani – immediato il pronunciamento del presidente cubano Miguel Diaz Canel – e gli oltre 500 soccorritori della Protezione Civile a formare catene umane.
Niente descrive meglio la progettualità del chavismo che non si rassegna a disperdersi nell'individualismo atomizzato, ma si organizza collettivamente per distribuire corde, rimuovere calcinacci e difendere la vita. La stessa presidenza incaricata ha risposto non con le ricette dell'austerità, ma con la protezione sociale immediata: sospensione delle lezioni per una settimana, blocco delle attività non essenziali, fondi per la ricostruzione delle case e degli ospedali, rifugi negli hotel, linee di credito speciali attraverso la banca pubblica e privata per chi ha perso l'attività e un'assegnazione speciale tramite la piattaforma Patria per i lavoratori rimasti senza impiego. L'Fmi ha annunciato lo sblocco di un fondo d'emergenza da 200 milioni di dollari.
La dialettica geopolitica di questa emergenza svela inoltre la profonda ipocrisia delle potenze imperialiste. Mentre Donald Trump e il suo segretario di Stato Marco Rubio si affrettano a dichiarare sui social network che gli Stati Uniti “sono pronti e attrezzati” a inviare aiuti, i compagni da Caracas ricordano la ferocia del tempismo politico: questa improvvisa filantropia giunge da parte di chi, solo pochi mesi fa, rivendicava con orgoglio “la cattura” del presidente Nicolás Maduro, violando la sovranità nazionale e tentando di imporre un cambio di regime in tre fasi in questo momento complicato e scivoloso. È la dottrina dello shock applicata alla sventura: l'imperialismo offre squadre di soccorso con una mano mentre mantiene il cappio al collo dell'economia venezuelana con l'altra.
Di tutt'altro segno è la solidarietà internazionalista dei paesi alleati che riconoscono la dignità sovrana della Repubblica Bolivariana. La Cina, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, ha confermato la solidità dell'associazione strategica globale, dichiarandosi pronta a fornire assistenza d'emergenza appropriata in base alle reali necessità indicate da Caracas, senza condizioni o ingerenze, forte di un legame politico e di investimenti infrastrutturali che resiste ai tentativi di isolamento. Lo stesso ringraziamento dello Stato venezuelano si estende alla Russia, alla Serbia e a quei paesi che mantengono relazioni ferme, rifiutando la logica del ricatto occidentale.
Alle sette di sera del Venezuela, mentre nelle piazze d'America Latina si diffonde l'appello alla preghiera collettiva e alla mobilitazione, le parole d'ordine lanciate attraverso l'applicazione VenApp e i media pubblici definiscono la linea di resistenza: usare esclusivamente le fonti ufficiali per combattere la guerra psicologica della destra, mantenere la calma e restare nelle proprie abitazioni se non compromesse, per facilitare il lavoro logistico di chi sta ancora cercando i dispersi sotto le macerie. In queste ore drammatiche, l'abbraccio fraterno va ai lavoratori dei media comunitari e alternativi, sentinelle di verità contro lo sciacallaggio. Il Venezuela non è una vittima inerme della natura o dell'impero; è una comunità politica che dimostra, ancora una volta, che solo il popolo salva il popolo e che la solidarietà collettiva e internazionalista è l'unica risposta possibile alla barbarie del capitale.


