La pena di morte è sempre una infamia e Djalali potrebbe essere davvero innocente. Ma...

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La pena di morte è sempre una infamia e Djalali potrebbe essere davvero innocente. Ma...

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di Francesco Santoianni


È talmente una brava persona”. Sembrerebbe questo essere il mantra su tutti i media mainstream (si veda, ad esempio, qui) di fronte alla condanna a morte, decretata da un tribunale di Teheran, nei confronti del medico iraniano Ahmadreza Djalali - già ricercatore presso una università piemontese- accusato di spionaggio. Un coro che pretende di asserire l’assoluta innocenza di Ahmadreza Djalali e che rischia di far precipitare la situazione.  A meno che non sia proprio questo, quello che si vuole.



Intendiamoci. La pena di morte resta sempre e comunque una infamia e Ahmadreza Djalali potrebbe essere davvero estraneo alle accuse mossegli. Ma non è certo inverosimile che qualche stato occidentale cerchi di carpire i segreti di Teheran utilizzando – a differenza di quanto, verosimilmente, è stato fatto con Jason Rezaian o Amir Mirzai Hekmati - cittadini iraniani. Sarebbe, quindi, il caso – se davvero si vuole salvare la vita di di Ahmadreza Djalali – non trasformare questa faccenda in una ennesima campagna mediatica contro l’Iran, come, ad esempio è stato fatto per Reyhane Jabbari e il suo fantomatico “testamento”.

Del resto – senza tirare in ballo l’arcinoto caso dei coniugi Rosenberg – sono innumerevoli le presunte “spie” scomparse nel nulla in Occidente. Una di queste, assolutamente innocente,  Mordechai Vanunu si è fatto diciotto anni di cella di isolamento in Israele. Ovviamente, nel silenzio pressoché totale dei media.

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