La resa incondizionata di Berlusconi e un unico freno alla deriva plebiscitaria di Renzi

Il M5S oggi unica speranza non solo di cambiamento, ma di difesa delle istituzioni democratiche

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La resa incondizionata di Berlusconi e un unico freno alla deriva plebiscitaria di Renzi

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27 Maggio 1998. Silvio Berlusconi, allora sessantenne, rompe l’asse con D’Alema e fa fallire la Bicamerale: «Abbiamo deciso di bloccare la deriva verso le sabbie mobili di un compromesso di basso livello che rinunci a quel disegno organico e unitario, forte di una propria coerenza interna indispensabile per una riforma costituzionale». Le spaccature sono nette, radicali, ma Berlusconi sente di potersele permettere: ha dalla sua “televisioni e mafia”, lo accusano i suoi avversari (e la stessa Lega, che nel Luglio di quell’anno pubblicherà su La Padania le sue dieci domande al Berlusconi mafioso?), ma soprattutto, un partito che ha appena celebrato il suo primo congresso e che, da lì a poco, alle europee del 1999 si attesterà al 25%, primo partito italiano. Ha contrattato, lottato, negoziato, è stato conciliante, arrogante, scaltro e debole, accomodante e risoluto, ha battuto i pugni e stretto le mani. E tutto finché ha voluto, finché non ha deciso lui – sbagliando o meno, non ha importanza – di abbandonare il tavolo delle trattative.
 
2 Luglio 2014. Dopo il “patto del nazareno”, Berlusconi, 78 anni, ritorna a colloquio con Renzi, per rinsaldare quelle “larghe intese” tra il Pd e Forza Italia che dovrebbero portare ad una nuova riforma costituzionale. Questa volta, però, non tratta, ma cede. Nessun negoziato, nessun compromesso, ma solo una resa incondizionata: sì alla riforma del Senato, sì alla legge elettorale, sì al calendario imposto dal Capo del Governo, sì a evitare di affrontare argomenti non graditi al Premier, come la riforma della giustizia. Più che un’alleanza, è una successione al trono: io tifo per Renzi, ha dichiarato il figlio di Berlusconi. Ed il padre sottoscrive. Non serve più negoziare, ma arrendersi, e a supplicare le garanzie personali, e non politiche, per una vecchiaia tranquilla: mano libera sulle riforme, in cambio di garanzie per i processi e le televisioni. «Ci ha venduto a Renzi per tutelare se stesso e le aziende», dicono a telecamere spente i “falchi” di Forza Italia, di quel partito che, oggi, crollato al 16,8%, con le casse vuote (Berlusconi pare abbia chiesto ai deputati 44.000 euro a testa per il risanamento del partito), viene ceduto a Renzi.
 
A Renzi va il merito di avere, in meno di un anno, fatto tabula rasa di tutte le opposizioni interne, degli alleati più o meno scomodi, dei clienti e degli amici: prima SEL, poi Scelta Civica, poi Alfano, ed infine Berlusconi e Forza Italia. Non c’è che il partito di Renzi, e dei renziani. Resta ormai una sola forza d’opposizione: il M5S, unica forza frenante, katechon, unica forza in grado di “trattenere” la deriva plebiscitaria che Renzi sta imponendo, giorno dopo giorno, alla nostra democrazia, a forza di slides, slogan, giornalisti entusiasti, imprenditori innamorati, deputati convertiti. Non è un Dio che ci può salvare, né tantomeno colui che «siederà egli stesso nel tempio di Dio, spacciandosi per Dio». E’, invece, la forza che riesce ancora a trattenere la fine. È questo il compito che, oggi, spetta al M5S, unica reale speranza non solo di cambiamento, ma di difesa delle istituzioni democratiche. 

di Paolo Becchi

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