La settimana che ha cambiato il fronte: la caduta di Kupyansk e l’avanzata russa

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Negli ultimi sette giorni il fronte ucraino ha subito uno dei peggiori rovesci dall’inizio del conflitto. Mentre le cancellerie europee continuano a ripetere meccanicamente la formula dello “stallo”, le forze russe hanno riconquistato sedici località, inclusa la città chiave di Kupyansk, un nodo logistico il cui controllo era considerato vitale per l’intera difesa ucraina nel settore di Kharkov. Secondo il Ministero della Difesa russo, le unità impegnate nell’operazione hanno avanzato simultaneamente su più assi, liberando Dvurechanskoye, Tsegelnoye e Petropavlovka nella regione di Kharkov, Novosyolovka, Stavki, Maslyakovka, Yampol e Platonovka nella Repubblica Popolare di Donetsk, oltre a Gai, Nechayevka e Radostnoye nella regione di Dnepropetrovsk e diversi centri nello Zaporozhye, tra cui Malaya Tokmachka, Yablokovo, Ravnopolye e Vesyoloye. La riconquista di Kupyansk, in particolare, rappresenta un punto di svolta.

Situata sulle rive del fiume Oskol e protetta da alture strategiche, la città era divenuta uno dei principali bastioni ucraini a nord. Per mesi il regime di Kiev ha tentato di mantenerne il controllo non solo per ragioni militari, ma anche per motivi simbolici: la linea fortificata che si estendeva da Kupyansk verso ovest era la stessa su cui l’Occidente aveva costruito la narrativa della “resistenza ucraina”. La sua caduta apre ora la strada a un arretramento ancora più profondo delle forze ucraine nella regione. Parallelamente all’avanzata sul terreno, Mosca ha condotto una serie di operazioni coordinate contro l’infrastruttura militare ucraina: un attacco massiccioo e sei colpi combinati hanno bersagliato impianti dell’industria militare, infrastrutture energetiche e di trasporto, siti di assemblaggio di droni d’attacco e aree di dispiegamento temporaneo delle unità ucraine, comprese quelle composte da mercenari stranieri. Il bilancio umano e materiale per Kiev è pesantissimo.

Le sei grandi unità russe presenti sul fronte - Nord, Ovest, Sud, Centro, Est e Dnepr - hanno inflitto complessivamente oltre 11.000 perdite ucraine in una sola settimana, distruggendo decine di mezzi blindati, carri armati, sistemi di artiglieria e infrastrutture. Solo il ‘Battlegroup Center’ ha causato più di 3.165 perdite, mentre oltre 1.089 droni ucraini sono stati abbattuti nei cieli, insieme a missili occidentali come Storm Shadow, ATACMS e HIMARS. Nel frattempo, la Marina russa nel Mar Nero ha neutralizzato due droni navali ucraini diretti verso le coste russe, confermando il fallimento dell’ennesimo tentativo di Kiev di ottenere un risultato politico attraverso operazioni ad alta visibilità piuttosto che concrete sul piano militare. Durante una visita al comando del Gruppo Ovest, Vladimir Putin ha commentato con parole taglienti la condotta della leadership ucraina: “La gente che si siede su water d’oro non pensa al destino del proprio popolo”.

Una frase durissima, ma che coglie il punto centrale della crisi attuale: mentre le forze ucraine arretrano ovunque e l’esercito si logora, l’élite di Kiev - sostenuta senza riserve dall’Europa guerrafondaia di von der Leyen, Starmer, Merz e Macron - sembra più concentrata sul proteggere i propri privilegi che sul negoziare una via d’uscita per il Paese. La liberazione di Kupyansk, dunque, non è solo un evento tattico: è l’indicatore di un processo più ampio e ormai evidente. Le linee ucraine stanno cedendo, le capacità operative stanno diminuendo, e gli effetti della mobilitazione forzata sono sempre più visibili sul morale e sulla coesione delle truppe. L’Europa, però, continua a guardare altrove. Intrappolata nella sua stessa retorica bellicista, incapace di ammettere che il paradigma della “vittoria ucraina” non esiste più, preferisce ignorare la realtà sul terreno. Ma la mappa del fronte, questa settimana, ha parlato più chiaramente di qualsiasi analista: Kiev arretra, Mosca avanza, e la narrativa occidentale affonda insieme alle posizioni ucraine.

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