La Spada di Damocle geostrategica: il mondo multipolare blocca i nodi geoeconomici del nemico
Il Presidente statunitense Trump dopo aver distrutto il MoU con l’Iran ha portato avanti l’ennesima campagna folle di bombardamenti, senza alcuna prospettiva, per poi trovarsi 15 giorni dopo a doversi fermare per un drastico tracollo dei missili intercettori nei magazzini.
La dura realtà del conflitto ha infatti dimostrato che i tassi con cui i missili iraniani andavano a segno nelle basi americane del Golfo erano sempre maggiori, per cui occorrevano sempre meno missili per colpire gli obiettivi e non vi era più alcun bisogno di saturare le difese avversarie.
La sospensione dei bombardamenti statunitensi è coincisa però con l’attivazione dell’alleato iraniano Ansarallah in Yemen. Infatti, il suddito saudita, da buon cortigiano stolto, ha pensato bene di mettersi in mostra davanti al sovrano, procedendo con un’ondata di bombardamenti in solitaria sul porto di Hodeidah e l’isola di Kamaran. Evidentemente i sauditi non erano contenti di quanto fatto all’aeroporto di Sana’a, determinando la ritorsione che ha portato al primo blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb e hanno voluto rincarare la dose.
Ansarallah nella notte tra il 24 e il 25 Luglio ha così risposto con una serie di attacchi alle strutture petrolifere fondamentali saudite di ARAMCO, determinando il blocco del terminal petrolifero di Jizan, il più grande al mondo.
Parallelamente in Europa, sul fronte orientale, le operazioni di terrorismo ucraine sul territorio russo vengono intensificate a ritmi senza precedenti, sostanzialmente grazie al supporto tecnico-scientifico europeo: nella settimana tra il 18 e il 25 Luglio Kiev ha scagliato 1400 droni contro la regione di Mosca. Un record assoluto che arriva poche settimane dopo le dichiarazioni del portavoce del Cremlino Peskov che ai microfoni di Vesti sanciva il passaggio dall’Operazione Militare Speciale alla “vera guerra”, perché “Kiev è sostenuta da Berlino, Parigi, L’Aia, Oslo e, purtroppo, Washington”. Da allora la Russia ha intensificato notevolmente i bombardamenti, non solo contro Kiev e le infrastrutture logistiche e del complesso militare-industriale, ma soprattutto contro il porto di Odessa.
Facendo una lettura unitaria dei fronti, ci troviamo davanti ad una terribile recrudescenza, in cui i sudditi stolti, come novelli Damocle, si trovano sotto la spada riservata loro da Dionisio, a pregare di sopravvivere a quanto accadrà.
In Medio Oriente infatti lo Stretto di Hormuz lavora unicamente sotto la rotta iraniana e anche quello di Bab el-Mandeb ha iniziato ad essere bloccato alle navi saudite. In generale le compagnie assicurative hanno registrato l’aumento della pressione, facendo diminuire notevolmente i traffici su entrambi gli stretti, come ha registrato il monitoraggio di Marine Traffic, con un record negativo nella giornata del 21 Luglio con soli 9 attraversamenti a Hormuz e 29 a Bab el-Mandeb.
Per intenderci, prima del 28 Febbraio i transiti giornalieri erano nell’ordine rispettivamente delle 100 navi a Hormuz e 70-80 navi a Bab el-Mandeb.
Ora invece le petroliere saudite cariche di greggio invertono la rotta nel Mar Rosso e si dirigono verso il Canale di Suez per circumnavigare l’Africa, con un incremento dei tempi e dei costi vertiginoso: si tratta di 34 giorni in più di navigazione e oltre 5 milioni in più spesi per ogni nave. Un cataclisma per il capitalismo globalizzato che fatichiamo ancora a mettere a fuoco.
I principali nodi geoeconomici vengono fatti saltare dal Sud Globale nella sua controffensiva, secondo il principio caro al capitalismo stesso della “poca spesa, massima resa”, facendo leva proprio sui principi assicurativi che prezzano l’incertezza: pochi attacchi ben mirati e a segno, in una situazione di scarsità di missili intercettori, stanno facendo saltare tutta l’impalcatura del rifornimento del greggio nella principale area di estrazione del pianeta. Il traffico marittimo a costi contenuti che ha alimentato la crescita economica del capitalismo dopo il Secondo conflitto mondiale viene apertamente messo in discussione dal multipolarismo nella sua ritorsione all’assalto imperialista in corso.
Come se non bastasse, il regime di Kiev agisce sempre di più da innesco della Terza Guerra Mondiale, come ha denunciato l’Iran stesso dopo aver subito un attacco alle sue navi mercantili nel Caspio. La saldatura tra il fronte europeo orientale e quello mediorientale determinerebbe infatti l’emersione del conflitto nella sua natura globale, che attenderebbe solo più l’attivazione del fronte sul Pacifico contro la Repubblica Popolare cinese per essere completo. La Russia, anche per scongiurare tutto questo e fermare il terrorismo ucraino, nelle ultime settimane ha accelerato l’offensiva sulla sponda sud dell’Ucraina, determinando lo stallo dell’altro nodo geoeconomico fondamentale: il porto di Odessa. Dopo l’incremento dei bombardamenti russi, il 22 Luglio 2026 è stato il primo giorno di stallo operativo totale del principale porto sul Mar Nero, ultimo sbocco al mare rimasto al regime di Kiev.
Da allora nessuna nave commerciale è più riuscita ad entrare, determinando un ammanco di cassa che peserà miliardi di euro per Kiev, le cui finanze sono già in condizioni da failed State (come li chiamava Madeleine Albright) tenuto in vita unicamente dallo spostamento delle risorse degli Stati dell’Unione Europea, dagli aiuti internazionali e dai finanziamenti del FMI. La capacità di esportazione di grano e olio vegetale ucraina è calata di un terzo a causa dei raid e dei rischi per gli armatori che si sono rifiutati di far attraccare le navi nell’area: 4 dei 13 grandi terminal per l’export di grano hanno fermato gli acquisti e compagnie del calibro di Maersk e Hapag-Lloyd hanno sospeso gli scali. Lo strangolamento del porto di Odessa, dopo 96 ore ininterrotte di bombardamenti, è stato infine riconosciuto dallo stesso Zelensky che il 24 Luglio ha dichiarato: “Nessuna nave può entrare nei porti ucraini a causa dei continui attacchi russi contro le infrastrutture portuali di Odessa e Chornomorsk”.
Il blocco navale stabilito, oltre a determinare fortissime perdite economiche al settore agricolo ucraino, rischia di causare anche una grave situazione interna poiché dallo sbocco al mare di Odessa venivano importati beni essenziali poi smistati nel Paese dai collegamenti ferroviari. Non deve stupire che proprio il giorno dopo l’ammissione del blocco navale di Odessa, l’Ucraina abbia cercato di sbloccare lo stallo attaccando le navi iraniane nel Mar Caspio, tentando di innescare un’escalation in grado di toglierla dall’angolo geoeconomico e geostrategico in cui si trova.
La spada di Damocle pende sui cortigiani della corte imperialista intenti a mettersi in mostra e il banchetto di Dionisio è irto di pericoli: la sorte di chi è al potere non sempre riserva felicità e i sudditi che sgomitano invidiosi pare inizino a comprenderlo.


