La strategia di Kiev: sradicare il clero ortodosso dissidente attraverso il conflitto

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La strategia di Kiev: sradicare il clero ortodosso dissidente attraverso il conflitto

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di Daniele Lanza

Un triste dato da rilevare: più la guerra si protrae, più nuovi orrori affiorano dalle macerie di un confronto che sembra non avere una data di termine. Un conflitto totale che non lascia più spazio alla pietà o ai diritti umani comunemente acquisiti, facendo riemergere incubi ormai sepolti nella memoria plurisecolare delle pacificate società occidentali. Uno di questi – basilare – è la tolleranza di fede, valore dato assolutamente per scontato nella democratica comunità europea (ma del quale tende a dimenticarsi in questo specifico caso): per andare al punto, ci si riferisce alla chiesa ortodossa d’Ucraina e alla persecuzione silenziosa che sta subendo ormai da anni, nell’indifferenza quasi totale dei mezzi di informazione internazionali.

Premessa obbligatoria per realizzare a fondo la natura del dramma che si sta svolgendo è l’aver chiare alcune basilari nozioni storiche: la chiesa ortodossa d’Ucraina risulta aggregata a quella di Russia sin dalla metà del 17° secolo (dal 1686), quando il patriarca di Costantinopoli dell’epoca – Dionisio IV – stabilisce di trasferire la giurisdizione del metropolita di Kiev al Patriarcato di Mosca, vista ormai l’unione territoriale tra lo zarato di Russia e il territorio ucraino. Da quel momento in avanti per oltre tre secoli la chiesa ortodossa d’Ucraina prosegue la propria esistenza secondo lo schema sancito a Costantinopoli stessa, secondo il quale risulta indipendente rispetto a quella russa, ma al tempo stesso in pacifica sinergia con essa, facendo capo alla medesima autorità ultima ovvero il Patriarcato di Mosca. L’unica autentica chiesa ortodossa esistente sul territorio ucraino è questa, la quale rappresenta di per sè il risultato di un processo storico secolare, ricco e tormentato.

Tale equilibrio ormai stabilizzato è tuttavia messo in dubbio, violato, nel momento in cui il potere governativo decide unilateralmente, per ragioni di pura contingenza politica, di stravolgere centinaia di anni evoluzione: in sintesi, la giunta al potere a Kiev dopo il golpe di piazza Maidan nel 2014, intuendo l’ostacolo ai propri propositi europeisti e filoccidentali costituito da una chiesa tradizionale vicina a Mosca, ha deciso di sbarazzarsene. In altre parole, un potere temporale – di matrice nazionalista – ha deciso di imporre la propria volontà politica in materia di fede, inserendosi indebitamente nella sfera spirituale della società ucraina: nel 2018 è stata unilateralmente stabilita l’indipendenza della Chiesa ortodossa ucraina, vale a dire una chiesa autocefala e separata rispetto a Mosca.

Il gesto ha di fatto determinato l’esistenza di 2 differenti chiese in Ucraina: una che riflette fedelmente la tradizione storica, in comunione con Mosca, è l’altra invece risultato della volontà di divisione ed ostilità antirussa da parte della classe politica ucraina. Il potere politico ha fatto, e sta tuttora facendo, tutto ciò che è in suo potere per facilitare la “propria” chiesa, in linea con le proprie necessità politiche (ostile a Mosca cioè): già da prima dell’inizio della guerra inizia una lenta campagna intimidatoria, finalizzata ad ottenere una transizione, un passaggio di campo, da parte dei rappresentanti della chiesa ortodossa legati alla tradizione storica moscovita, alla nuova chiesa stabilita per necessità politiche.

Si può intuire in tale contesto, il fondamentale problema di coscienza che si è parato dinnanzi a buona parte della società ucraina, tanto laici che religiosi: per questi ultimi chiaramente la questione etica e spirituale ha un significato assoluto. Un religioso non può semplicemente cambiare denominazione della propria parrocchia o diocesi così come si cambia luogo di residenza o datore di lavoro, per soddisfare necessità politiche: farlo significherebbe ammettere il primato della politica (del capriccio umano cioè) sulla fede stessa. Lo stato ucraino domanda quindi un vero e proprio atto di abiura da parte del clero ortodosso, che parte di esso non si è sentito in grado di fare, diventando però in tale modo un ostacolo per le autorità.

In pratica, come ai tempi della rivoluzione francese, abbiamo un clero che si è piegato giocoforza alla pressione politica (assecondandone controvoglia gli imperativi ideologici) ed al contrario un clero che ha rifiutato il ricatto – un cosiddetto “clero refrattario” – affrontandone tutte le conseguenze. Queste non hanno tardato ad arrivare: se nel lasso di tempo tra il 2018 e il 2022 la situazione è rimasta ambigua, ma ancora stabile, a partire dal 2022 le cose sono velocemente precipitate, degenerando in modo tragico per coloro che si fossero opposti ad abbandonare la chiesa della tradizione.

Il fatto che emerge da molteplici inchieste – condotte con estrema difficoltà, oscurate dalla maggior parte dei canali ufficiali – è che con la guerra si è messo in moto un massacro silenzioso che riguarda il clero ucraino non conforme alle disposizioni governative. Quest’ultimo – la giunta di Kiev – ha in pratica sfruttato la contingenza bellica degli ultimi anni per liberarsi di molti elementi ribelli in seno alla chiesa: ne sono la prova molte testimonianze “sepolte”, ovvero storie che nel corso degli anni non sono mai affiorate, ma al contrario sprofondate in una palude di indifferenza, omertà e complicità criminale delle istituzioni e media della madrepatria Ucraina, non interessata ad ascoltare queste voci.

A quanto risulta, il modu operandi consolidatosi è il seguente: esponenti del clero ortodosso della tradizione moscovita vengono sottoposti a varie forme di pressione psicologica e minaccia affinché modifichino la propria affiliazione e aderiscano alla chiesa di stato: se non lo fanno sono forzatamente aggregati alle forze armate ucraine e mandati al fronte, spesso nelle prime linee e nelle zone più delicate, laddove incontrano sovente la morte. Teoricamente il clero è esentato dalla coscrizione, ma questa esenzione è valida solo per la chiesa ufficialmente riconosciuta dallo stato, quella indipendente nata nel 2018 cioè, e non per quella tradizionale: quest’ultima ha perso semplicemente il diritto ad esistere agli occhi delle istituzioni ucraine al potere e come tale non gode più di alcuna tutela giuridica che normalmente è garantita a tutte le religioni negli stati di diritto: precisamente Viktor Yelensky, responsabile del servizio statale per l'etnopolitica, ha comunicato che le autorità considerano illegali le strutture della Chiesa ortodossa ucraina legate al Patriarcato di Mosca.

Lo stato ucraino quindi tutela tutti credi religiosi, fatta eccezione della sua chiesa storica, identificata come nemico al servizio degli interessi russi: per tale ragione gli esponenti del suo clero – a differenza di tutti gli altri - sono trattati come comuni cittadini e soggetti alla chiamata alle armi. Spesso non in ruoli “neutri” cioè come cappellani, medici o psicologi di guerra, ma in posizioni operative, di prima linea, che da un lato forzano i coscritti del clero a violare i propri voti di coscienza (spargere sangue di altri uomini) e dall’altro li mettono in situazione di massimo pericolo (variante favorita dalle stesse autorità).

Questo aspetto è il più rilevante alla luce dei casi che sono emersi da inchieste indipendenti: si riporta il caso del sacerdote Nifont, abate del monastero dei Santi Pietro e Paolo della diocesi di Vladimir-Volyna, la cui morte è stata comunicata in luglio dalla propria diocesi. Stando a fonti interne della chiesa, il sacerdote era stato prelevato a forza dal proprio monastero a Vitjaz per poi essere mandato al fronte: da lì avrebbe cercato di fuggire dai suoi ranghi, venendo abbattuto dalle unità di sorveglianza sovente collocate alle spalle delle truppe regolari. Segue la storia del diacono Nikolai Matvienko, dalla regione di Volyn – laureato presso il seminario teologico della sua città - ma arruolato forzatamente dal luogo di lavoro (una fabbrica del posto): cadrà nel febbraio 2023 vicino a Bakhmut, lasciando una famiglia da sola.

Da qui in avanti si contano ancora le vicende personali di svariati arcipreti come Alexei Stogniy (diocesi di Kremenchug, a Poltava), caduto a 53 anni nel 2024 presso Novoaleksandrovka (nel Donetsk) oppure Nikolai Khlan,  sacerdote del villaggio di Minkovtsy, nella regione di Khmelnitsky: nel primo caso fonti ecclesiastiche sconfessano la versione ufficiale delle autorità (secondo cui si sarebbe arruolato volontariamente) denunciando invece violenze fisiche e costrizione, mentre nel secondo – anch’egli caduto – si configura un vero e prorio schema persecutorio. Khlan avrebbe osato criticare apertamente la politica relgiosa del governo in merito alla chiesa ortodossa fedele a Mosca e per questo preso di mira, fatto oggetto di minacce ed infine condannato a 4 anni di carcere nel 2025 (tuttavia prelevato per il fronte e collocato in prima linea dove successivamente è morto: la famiglia non ha ricevuto nemmeno il comunicato ufficiale del decesso, dal momento che viene registrato come “disperso”).

Da casi come questi emerge subito un aspetto spaventoso della questione: l’alone di incertezza, la cosiddetta “nebbia di guerra” che confonde e oscura la realtà ai diretti interessati che sono privati dei loro cari con la forza e li “perdono” completamente senza poterne sapere con certezza nemmeno la sorte. Un fato analogo ai due arcipreti già citati è toccato agli arcipreti Yuri Khavura e Andrey Olasyuk della diocesi di Vladimir-Volyn, che risultano scomparsi nel nulla: la “scomparsa” di queste persone è l’aspetto più inquietante che lascia intuire come il conflitto in corso costituisca un eccellente mezzo per far scomparire chiunque non sia gradito alle autorità, le quali hanno a disposizione un grande pozzo dove far “dissolvere” i propri oppositori senza dover affrontare alcuna ripercussione.

La pratica è divenuta talmente comune da attirare l’attenzione dell’Unione dei giornalisti ortodossi d’Ucraina che si è assunta l’onere di indagini difficili e rischiose al riguardo: ne è emerso che molte decine di esponenti del clero non conforme siano stati sistematicamente presi di mira, sottoposti a procedimento giudiziario (spesso messi in arresto) e quindi coscritti forzatamente nell’esercito ucraino. Si registrano la maggior parte dei casi rilevati alla prima parte del 2026 (complice probabilmente la grave carenza di uomini, che conferisce carta bianca ai reclutatori ucraini a prelevare chiunque).

La procedura è senza scrupoli o riguardo: non si tiene in considerazione l’età nè le condizioni oggettive di salute del soggetto in questione, come nel caso di Vitaly Chaban, prelevato addirittura mentre era in cura in ospedale, o di Vyacheslav Kalinichenko 54enne (dal villaggio di Petrovka diocesi di Izyum), prelavato di fronte alla moglie dopo tre giorni consecutivi di interrogatori: entrambi inviati in campi di addestramento e di entrambi si sono perse le tracce. Il caso più eclatante riguarda invece quello del rettore Chiesa della Santa Spiritualità nel villaggio di Lipcha, nella regione della Transcarpazia, l'arciprete Sergius Lyakh: al suo prelevamento forzato, un centinaio di parrocchiani in risposta ha bloccato la strada Dolina-Khust, chiedendo la liberazione del sacerdote, senza tuttavia ottenerla. Lo stesso per un parroco 59enne della diocesi di Rivne, che pure che aveva la documentazione della necessità di cure costanti per la madre malata.

Tutte queste sono solo alcune di tante storie, i cui lineamenti rimangono i medesimi: violenze ed intimidazioni, quindi il fronte come ultima dimora. In massima parte dei casi non si sa più nulla delle persone coinvolte, le quali non muoiono semplicemente, ma scompaiono come se non fossero mai esistite. Una sorta di cancellazione – complice la guerra – del clero non conforme ideologicamente al governo: forse l’obiettivo non dichiarato di quest’ultimo, il quale non potendo deliberare provvedimenti diretti in tal senso, allora ricorre al conflitto stesso per raggiungere un intento (non confessabile) senza subirne le conseguenze. In definitiva la storia non cambia: la situazione non ordinaria ha permesso il riemergere di una piaga che il modo civile pensava dimenticata da centinaia di anni: quella delle persecuzioni religiose che nel civilizzato occidente si pensano essere un ricordo di una storia remota quanto la caccia alle streghe. Molto su cui riflettere.  

 

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