La trappola dell'"undertourism": perché l'ultima idea per salvare i borghi italiani rischia di distruggerli
di Angela Fais
In un articolo del Sole24ore di qualche giorno fa Nino Amadore ci racconta con grande entusiasmo che sui monti Nebrodi, in Sicilia, “il mattone diventa rigenerazione urbana”. In molti paesi, infatti, tramite un coinvolgimento del mondo immobiliare vengono individuate, ristrutturate e rivendute case antiche non più abitate. Gli acquirenti naturalmente sono per lo più stranieri.
Nell’articolo si spiega però che il mattone non è ‘l’oggetto finale’ ma solo l’innesco di un’operazione turistica di più ampio raggio al fine di “trasformare -citando testualmente- un pezzo di paese in infrastruttura turistica”. Entusiasmante. O agghiacciante, dipende dai punti di vista.
In realtà quello dei Nebrodi non è un caso isolato ma iniziative analoghe si riscontrano anche in tutto il Centro e il Sud Italia.
Dal Molise alla Basilicata e nelle zone interne di Campania e Calabria si sta puntando sull’undertourism, focalizzandosi sul turismo naturalistico e boschivo, in antitesi all’overtourism che stravolge le grandi città d’arte.
Ci si muove sulla scorta di finanziamenti ministeriali che nel 2023 ammontavano a 34 milioni di euro, mentre a gennaio di quest’anno, quando il Ministro del turismo era ancora Daniela Santanchè, sono stati stanziati ben 60milioni di euro.
Quello dell’undertourism è il nucleo della strategia messa in atto tuttora anche dal ministro Mazzi per destagionalizzare i flussi turistici e promuovere mete meno note ma dal ‘forte potenziale’. ‘Valorizzare’, nel senso di estrarre valore da quel 96% del territorio italiano che attualmente attrae solo una piccola percentuale di turisti, riducendo al contempo la pressione, non più sostenibile, sulle grandi città.
L’undertourism si configura dunque come strategia elettiva per rimediare ai danni cagionati dall’overtourism che, responsabile di aver reso infernale la vita dei residenti, causa l’affievolimento dei tratti culturali e identitari delle nostre comunità che vengono standardizzate sino al punto da somigliarsi tutte. In realtà undertourism e overtourism non sono il contrario l’uno dell’altro ma scaturiscono da un identico nucleo ideologico. Pertanto, in alcun modo può l’uno essere considerato un rimedio ai danni e ai mali dell’altro. Ma sono entrambe facce della stessa medaglia: entrambi puntano tutto sul turismo considerandolo il nostro petrolio, lo interpretano come industria. Nell’era neoliberale il turismo è promosso come unica leva dell’economia. Ma questa è una strategia che sin’ora non sembrerebbe avere dato alle comunità i frutti sperati. Sicuramente il turismo smuove enormi flussi di capitale, ma bisogna vedere per chi. Le conseguenze della monocoltura turistica, lo abbiamo visto, sono devastanti. Oltretutto parlare di turismo come industria è un paragone improprio, giacché “l’industria turistica” non produce nulla, semmai fornisce servizi, anche eccellenti ma resta il fatto che non è produttiva.
Proporre questo modello, già fallimentare nelle città, anche nelle aree decentrate fa si che queste ultime siano a rischio di subire non solo processi di culturalizzazione a seguito dei quali si va incontro alla formazione di stereotipi in cui si dissolve la cultura locale, ma anche gentrificazione, un aumento di prezzi e del costo della vita e una conseguente e inevitabile fuga dei pochi residenti rimasti.
Per i piccoli paesini dei Nebrodi dunque si parla di “prove di rigenerazione urbana”, avendo scelto di adottare la stessa ricetta usata nelle città, ma si potrà mai approdare a esiti differenti? Non si vuole criminalizzare il turismo ma se non si considerano alcune variabili, purtroppo non prevedibili, si rischia che queste influenzino negativamente il progetto. Ad esempio si è considerato che una meta poco conosciuta potrebbe rapidamente diventare improvvisamente molto nota? In tal caso ci si chiede quali conseguenze potrebbero esserci per un piccolo borgo qualora iniziasse a essere visitato da decine di migliaia di persone?
Questi centri hanno una scarsa densità abitativa e spesso sono afflitti da disagi dovuti alla carenza di servizi e infrastrutture. Le conseguenze di un’invasione turistica per i residenti sarebbero devastanti. Senza contare che al pari delle città, se non in maniera più severa, si corre il rischio che i piccoli centri, svuotandosi dei già pochissimi residenti, restino davvero pietre senza popolo. Non più luoghi storici ma spazi ridotti a ospitare solo una scenografia senz’anima. In realtà, non discostandosi per nulla dal modello estrattivo che comanda nell’overtourism, qui non si tiene in alcun conto il fragile equilibrio delle piccole comunità locali. L’obiettivo dunque è la speculazione o la rinascita dei borghi?
A pensar male sembrerebbe che dopo aver sfruttato le aree urbane spremendole come un limone, ci si rivolga altrove ma con la stessa logica, improntata allo sfruttamento e alla speculazione. Purtroppo non si investe nei territori in maniera tale che la rinascita riparta da attività di natura produttiva ma essi vengono considerati solo come mete turistiche da cui estrarre valore a vantaggio di investitori che tra l’altro sono anche stranieri.
*Angela Fais è autrice per LAD Edizioni di "Pietre senza Popolo: pratiche di resistenza attiva alla turistificazione neoliberale" (2026)



