L'ANALISI DEL MESE - Il tramonto di Mahan: l'Heartland torna a sfidare il dominio dei mari
Come la potenza ibrida cinese e il ritorno della Russia all'Heartland stanno mettendo in crisi un secolo di egemonia navale USA
di Fabrizio Verde
Talassocrazia: dominio del mare, potere che si appoggia sulla signoria dei mari, e anche il complesso dei fattori che costituiscono il potere marittimo; il termine è usato soprattutto con riferimento alle grandi potenze che esercitarono tale potere nell’epoca classica.
Questa è la definizione del termine talassocrazia che troviamo sul dizionario Treccani. A primo acchito potrebbe restituire la sensazione di un concetto dal sapore antico. Non è affatto così. Ci rimanda direttamente al concetto di egemonia espresso dagli Stati Uniti attualmente come cosiddetta civiltà del mare.
Il concetto di Stati Uniti come civiltà del mare, con la sua egemonia basata sul controllo delle rotte marittime, è infatti profondamente radicato nelle teorie storiche e strategiche marittime. Questa prospettiva sottolinea il ruolo significativo del potere navale nel plasmare non solo lo sviluppo della nazione nordamericana, ma anche la sua influenza globale.
L'influenza del potere marittimo sulla civiltà è un fenomeno ben documentato. Strateghi e pensatori come l’ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan (1840-1914) hanno sostenuto che le nazioni con forti capacità navali tendono a dominare il commercio e la politica globale. Le teorie di Mahan suggeriscono che il controllo dei mari è essenziale per la prosperità e la sicurezza nazionale, un principio che è stato evidente nel corso della storia. Per esempio, antiche civiltà come i Fenici e poi i Veneziani hanno sfruttato la loro abilità navale per espandere le reti commerciali e gli scambi culturali, contribuendo in modo significativo al progresso della civiltà occidentale. Nell’Italia pre-unitaria abbiamo l’esempio del Regno delle Due Sicilie, dove il vero motore economico e strategico dello Stato erano i commerci marittimi. In virtù della posizione geografica al centro del Mediterraneo e grazie a una potente flotta mercantile, il più grande e popolato Stato della penisola italiana sviluppò un sistema portuale e cantieristico d'avanguardia che rese la sua marina la terza più grande d'Europa. Lo studioso francese Jules Millenet nel 1834 scriveva: “In un’epoca in cui la Francia non possedeva alcun battello a vapore, e dove questo sistema di navigazione non era stato ancora adottato in Inghilterra, se non sui fiumi e sui golfi, si costruiva a Napoli il primo bastimento a vapore che abbia attraversato il Mediterraneo”. Ma se vogliamo pensare al vero egemone che ha costruito la sua potenza grazie al controllo dei mari questi era l’impero britannico, che ha mantenuto questa egemonia fino all’ascesa mondiale degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Gli Stati Uniti sono emersi come potenza marittima tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, in particolare dopo la guerra ispano-americana, che ha segnato una svolta nella loro politica estera e nella loro strategia militare. L'acquisizione di territori d'oltremare e la creazione di una forte marina militare hanno permesso agli Stati Uniti di proiettare il loro potere a livello globale. Questa strategia marittima è stata parte integrante del mantenimento dello status di superpotenza degli Stati Uniti, in quanto consente la protezione delle rotte commerciali e la proiezione della forza militare quando necessario. Il ruolo della Marina statunitense nell’ergersi a garante della ‘libertà di navigazione’ e nel proteggere i propri interessi marittimi è in linea con i principi di Mahan, secondo l'idea che il controllo dei mari è fondamentale per la sicurezza nazionale e la stabilità economica. Gli Stati Uniti si sono storicamente impegnati in diverse operazioni navali per garantire i propri interessi, dalla Seconda guerra mondiale ai conflitti contemporanei in Medio Oriente e nel Mar Cinese Meridionale.
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