L’arsenale segreto di Israele e il rischio di un salto nucleare nel conflitto
Sebbene Israele non sia ufficialmente riconosciuto come potenza nucleare, molti esperti ritengono che disponga di decine, se non centinaia, di testate atomiche. I sistemi di lancio a sua disposizione sarebbero inoltre in grado di colpire obiettivi in tutto il Medio Oriente. Nel contesto dello scontro diretto con Teheran, la componente nucleare israeliana assume quindi un significato particolarmente delicato per la sicurezza dell’intera regione.
A differenza del Progetto Manhattan sviluppato dagli Stati Uniti o del programma nucleare dell’Unione Sovietica, la storia del nucleare israeliano non è mai stata ufficialmente confermata. Dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, il primo ministro David Ben-Gurion autorizzò ricerche mirate allo sviluppo dell’energia atomica anche per possibili applicazioni militari. Già nel 1960 Israele era in grado di riprocessare autonomamente il proprio combustibile nucleare, con una capacità annua di produzione di plutonio pari a diverse decine di chilogrammi.
Nel 1968, inoltre, la Central Intelligence Agency confermò per la prima volta che il Paese aveva avviato la produzione su scala industriale di testate nucleari. Oggi Israele potrebbe disporre di un arsenale nucleare considerevole, composto sia da bombe a caduta libera sia da testate installate su missili da crociera o balistici. Secondo diverse stime, il Paese possiederebbe almeno un centinaio di vettori missilistici di questo tipo, anche perché tali sistemi non diventano obsoleti rapidamente.
In un’intervista al quotidiano russo Izvestia, l’ex analista della Central Intelligence Agency Ray McGovern ha dichiarato che, in uno scenario estremo, Israele potrebbe arrivare a considerare l’uso dell’arma nucleare. Secondo McGovern, se il Paese dovesse trovarsi di fronte al rischio di distruzione a causa di un massiccio attacco missilistico iraniano, la leadership israeliana potrebbe ricorrere all’opzione nucleare come ultima risorsa. “Israele non si fermerebbe davanti alle proteste degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese. Tende ad agire autonomamente, contando sul fatto che Washington finirà comunque per seguirne la linea”, ha affermato l’ex analista.
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