"Lasciate che il dibattito sull'euro cominci anche in Grecia e Spagna come è avvenuto in Italia". W. Munchau
Se vogliono preservarla, gli eurofili non dovrebbero temere un dibatto politico, economico e sociale sulla moneta unica
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Nel suo ultimo articolo sul Financial Times, Wolfgang Munchau affronta la questione dell'euro in Italia, il solo paese della cosiddetta periferia in cui il dibattito si è sviluppato in modo molto concreti. Al contrario di greci, spagnoli, portoghesi, ciprioti e irlandesi, che hanno conosciuto in prima persona la Troika, il 50% degli italiani, sottolinea Munchau, secondo gli ultimi sondaggi, supportano i partiti che si sono impegnati per un'uscita – come il partito separatista della Lega Nord – o per indire un referendum, come il Movimento Cinque Stelle. Anche il partito dell'ex premier Silvio Berlusconi, del resto, ha precisato come l'Italia ha bisogno di un tasso di cambio molto inferiore per restare al suo interno.
Perchè il dibattito si è sviluppato in Italia? Esistono per Munchau due spiegazioni: gli italiani, in primo luogo, hanno sofferto di più degli altri paesi del sud per la loro presenza nell'euro. Da un lato, non ha beneficiato del boom del credito nell'ultimo decennio - nessun aumento dei prezzi immobiliari o negli investimenti nelle infrastrutture, nessun grande afflusso di capitali dal nord Europa – e, dall'altro lato, l'economia ristagnava ben prima dell'inizio della crisi e dal momento che il paese ha adottato l'euro nel 1999. "La Spagna ha avuto momenti di espansione e di bolla. L'Italia di bolla e bolla", sostiene Munchau.


La seconda ragione: l'Italia, a differenza di Grecia, Spagna, ha confidato sull'austerità come unico aggiustamento economico di riferimento. Il suo deficit di bilancio nel 2013 era il 3% del Pil; in Francia il 4,3%, in Spagna il 7,1% in Grecia il 13,15%. I tecnici burocrati di Roma e Bruxelles continuano a ripetere come sia possibile ridurre l'immenso debito anche con una crescita zero se le politiche fiscale sono sufficientemente restrittive. Questi calcoli sono tecnicamente corretti, ma nel lungo periodo e solo con un forte consenso popolare. E, prosegue Munchau, un approccio cauto verso i sondaggi politici presuppone tutto tranne una garanzia in tal senso. In Spagna, al contrario, alcuni degli aggiustamenti economici, sono avvenuti attraverso il mercato del lavoro – con una combinazione di salari in caduta e fallimenti nel settore privato.
Molti italiani, a torto o ragione, ritengono che l'euro non funziona per il loro paese. Anche se Munchau dichiara di non aver ancora ascoltato una tesi convincente su come un'uscita dall'euro potrebbe essere gestita in modo tale da trarne profitto per il paese o senza generare una crisi finanziaria massiccia, coloro che sostengono la continuazione dell'unione monetaria non sono in grado di spiegare, al contrario, come l'Italia possa prosperare all'interno di un'Unione monetaria insieme alla Germania.
L'argomento principale che si sostiene è che i problemi dell'Italia non hanno nulla a che fare con il regime del tasso di cambio. Si tratta delle rigidità strutturali. Quando l'Italia procederà con le riforme, la situazione andrà bene. E' un non-senso, secondo Munchau. La globalizzazione, ad esempio, ha rappresentato uno shock asimmetrico: ha portato nuovi consumatori per le macchine di lusso tedesche, ma per l'Italia ha comportato in particolare nuovi competitori. Non sarebbe irragionevole per un paese rispondere a shock asimmetrici con una svalutazione del tasso di cambio.

Può l'Italia aggiustare all'interno dell'euro?, si domanda Wolfgang Munchau. Per funzionare in pratica per un paese grande, si avrebbe bisogno di convergenza economica, trasferimenti fiscali, mobilità del fattore lavoro e regolamenti ambientali e legali simili. Lo ritengo difficile da immaginare senza un'unione politica. I paesi come Olanda o Austria, che hanno fondamentali simili alla Germania, hanno aggiustato in modo semplice rispetto a questi shock. L'Italia è troppo grande e troppo poco flessibile.
Le riforme strutturali sono necessarie per convergenza, ma non sono sufficienti. Alcuni dei prerequisiti essenziali – come la prontezza della Germania di diminuire i suoi surplus della bilancia dei pagamenti – non sono a disposizione dei politici italiani. L'establishment pro-euro deve ancora spiegare, continua il Columnist del Ft, come assicurare la cooperazione di altri governi europei. I governi Berlusconi e Monti hanno accettato le regole altamente restrittive del Fiscal Compact senza ottenere concessioni in cambio – ad esempio un accordo per l'introduzione di un meccanismo di mutualizzazione dei debiti – che avrebbe aiutato a stabilizzare l'economia del paese. I sostenitori dell'unione valutaria non dovrebbero temere un ampio dibattito politico, economico e sociale incorporati in entrambi i corsi d'azione. Senza un tale dibattito, gli oppositori dell'euro preveleranno per default: gli elettori potrebbero puntare nel rigettare i sistemi che hanno prodotto stagnazione e disoccupazione di massa per un periodo prolungato. Il dibattito non è neanche iniziato in Grecia e Spagna. Lasciate che cominci come è avvenuto in Italia, conclude Munchau.


