Le banche continuano a lucrare sul commercio di armi con un fatturato da 2,7 miliardi di euro nel 2013

L’Italia è tra i primi otto paesi esportatori di armi al mondo ed è il primo esportatore di armi leggere

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Le banche continuano a lucrare sul commercio di armi con un fatturato da 2,7 miliardi di euro nel 2013

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In un editoriale del 2 gennaio scorso, la rivista Nigrizia ha denunciato come le banche, in palese violazione della legge 185 del 1990 che è molto chiara al riguardo, continuano a lucrare sull’import-export di armi. I dati del 2013 lo confermano: è stato di quasi 2,7 miliardi di euro il totale delle transazioni bancarie effettuate da paesi committenti all’industria armiera; erano poco più di 2,7 miliardi nel 2012 e 2,3 miliardi nel 2011. Sui conti di istituti di credito italiani e stranieri con presenza sul nostro territorio transitano soldi per il trasferimento di armi a paesi dove sono in corso conflitti, come Egitto, Turchia e Israele. E a nazioni che violano i diritti umani, vedi Arabia Saudita, Algeria ed Emirati arabi. 

Dall'editoriale di Nigrizia:

L’Italia è tra i primi otto paesi esportatori di armi al mondo ed è il primo esportatore di armi leggere (pistole e fucili), non soggette ai controlli della legge, vendute anche a regimi autoritari e forze dell’ordine che violano i diritti umani. I maggiori acquirenti di queste armi sono Usa e Ue. Inoltre la legge 185, conquistata grazie all’impegno della società civile negli anni ’80, è stata indebolita da un decreto legislativo del 2012, che non obbliga più le banche a richiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze per trasferimenti collegati a operazioni di armamenti: basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Si è così allentato il sistema dei controlli, con l’effetto di minore trasparenza nelle relazioni assai delicate tra banche e industria armiera.

[...]

Concretamente, chiunque abbia un conto presso istituti di credito che effettuano transazioni illegali è connivente, si rende cioè complice di un’azione disonesta, pur non avendo parte attiva. Dovrebbe troncare ogni rapporto. Ma anche chi ha rapporti con una banca che sostiene legalmente l’industria delle armi, deve chiedere trasparenza (perché le banche non scrivono in bella vista: “qui si fanno affari con i missili”?), esercitare le dovute pressioni (anche contemplando la chiusura del conto), operare perché l’istituto assuma criteri di responsabilità sociale.

Per approfondire: la campagna Banche armate 

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