Le bombe di Bruxelles e la generazione Erasmus, viste da un giovane emigrato italiano.

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Le bombe di Bruxelles e la generazione Erasmus, viste da un giovane emigrato italiano.


di Davide Angelilli

22 febbraio 2016,
Bilbao,
 
Da oramai un anno e mezzo vivo, studio e lavoricchio (un neologismo neoliberista) a Bilbao, nei Paesi Baschi. Ieri sarei dovuto tornare a casa a Roma, per passare le vacanze di pasqua in compagnia della famiglia e degli amici. Non avevo fatto i conti con lo sciopero dei controllori di volo francesi, che ha provocato la cancellazione di numerosi voli internazionali europei, tra cui il mio. La compagnia aerea Ryanair mi ha quindi proposto il rimborso del biglietto, o come alternativa la possibilità di cambiare volo e trovare una combinazione di tratte che mi portassero a casa il prima possibile.

Tra le opzioni c’era anche quella dello scalo a Bruxelles: da Santander alla cittadina belga, e poi diretti a Roma. Tuttavia, non sono riuscito a trovare la combinazione giusta, ho quindi scelto il rimborso del viaggio e proprio oggi devo prendere un aereo per tornare a casa: un diretto Roma-Bilbao con un’altra compagnia, che non mi è venuto a costare molto più di Ryanair. 

Nonostante lo scombussolamento dovuto al cambio di tratta, ieri ridevo e scherzavo con amici di Bilbao sul fatto che lo sciopero dei lavoratori francesi aveva creato così tanti problemi alle compagnie aeree. Per me ne è valsa la pena posticipare di un giorno il ritorno a casa. 

Stamattina, invece, le notizie da Bruxelles mi hanno risvegliato con tutt’altro sapore in bocca. Mi è salita a rabbia e l’impotenza di chi si trova di fronte un mostro gigante che provoca dolore e morte tra persone innocenti. Mi piacerebbe prendermela con qualche "fanatico islamico", ma purtroppo il problema è un altro. 

Chi semina vento raccoglie tempesta; i ricchi trafficanti di morte si fanno la guerra, e a rimetterci siamo come sempre noi, lavoratori, studenti, gente comune. O fermiamo la guerra, o la guerra non si fermerà lontano dalle nostre case, ma provocherà sempre più morti e dolore. Tutta la distruzione che stanno provocando ritornerà indietro, sotto forma di bombe, razzismo, odio, morte e caos.

Nei deliri d’onnipotenza delle potenze imperialiste occidentali, la guerra sarebbe rimasta sempre lontana dalle comode case dei bianchi europei, dai viali illuminati dalle vetrine di sfarzosi negozi nelle capitali dei paesi “sviluppati”. Al contrario, in un mondo sempre più globalizzato e interdipendente per la mondializzazione del capitalismo, dobbiamo imparare a considerare ogni bomba come un boomerang. Ogni “guerra umanitaria”, ogni “bomba intelligente” è oramai destinata a dimostrare la sua logica di morte e devastazione anche nei paesi d’esportazione, anche tra chi quelle bombe le produce, tra le genti che votano quei governi che quelle maledette guerre le architettano a tavolino. 

Che per lo meno queste morti ci servano a sentirci parte di quei paesi che quotidianamente soffrono morte e distruzione per appetiti e interessi economici di oligarchi, banchieri e industriali di tutte le razze ed etnie. Che servano a farci sentire un tutt’uno con l’umanità e a smontare definitivamente la pazzia di costruire un paradiso europeo di opulenza in mezzo a un mondo che va in fiamme, martoriato da tragedie di dimensioni dantesche e matrice imperialista. 

Mentre scrivo, chiudo le valigie. E sale l’ansia di prendere un volo mentre il mondo va in fiamme, l’ansia di tornare in Italia dove tra meno di un mese si svolgerà un referendum sotto banco che potrebbe distruggere le nostre coste, sempre per i profitti di pochi e loschi individui in giacca e cravatta. L’ansia delle immagini di bambini e bambine che scappano dalla guerra e rimangono intrappolati tra la vita e la morte per le politiche dell’Unione Europea (dei ricchi e dei banchieri). 

L’ansia che il latifondo mediatico trasformi tutto ciò in xenofobia e razzismo. L’ansia per quei xenofobi e razzismi, tifosi dello Sparta Praga, che la scorsa settimana pisciavano in testa a una mendicante a Roma tra l’indifferenza dei passanti. L’ansia per vivere in un’Europa che non mi rappresenta e che ci sta portando ad essere allo stesso tempo vittime e carnefici di una guerra globale che non sembra voler fermarsi. L’ansia per la crudeltà dello Stato Islamico.

Ma di certo da quell’ansia non cerco riparo nella Fortezza Europa. Mi fa ribrezzo vedermi rappresentato da un immaginario europeo che appoggia borse di studio per la mobilità dei “nostri” e costruisce muri e campi di concentramento per famiglie che scappano dalle guerre. Io che l’Erasmus l’ho fatto, mi vergogno della costruzione immaginaria di una “generazione Erasmus” che dovrebbe (COM`È GIUSTO E DOVEROSO) stringersi a cordoglio per la tragica morte di alcune giovani italiane in gita e invece farsi INSENSIBILMENTE scivolare addosso il dramma di migliaia di rifugiati a cui neghiamo un rifugio.

Come studente, ricercatore e quindi giovane lavoratore italiano, voglio gridare forte ai razzisti del ventunesimo secolo, a quelli che - “da destra e da sinistra” - si nascondono dietro il buonismo dei diritti umani, il mio rifiuto a sentirmi parte di una “generazione Erasmus”. Non partecipo a una fortezza costruita sulla pelle di terre lontane ma sorelle. Se il mio diritto alla mobilità, alla cultura e allo studio è frutto del saccheggio al diritto alla mobilità di altri, allora mi ribello. E ai canti di cigno dei pseudodemocratici che scrivono sulle colonne dei giornali “perbene” di questo paese, preferisco la fermezza del Che Guevara verso i giovani di tutto il mondo: “siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”. 
 
Allora mi auguro che noi giovani possiamo essere sempre capaci di sentire il dolore che provoca qualsiasi bomba, contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. Mi auguro che la gioventù italiana, mediterranea e europea, possa scrollarsi di dosso l’ipocrisia di una fantasiosa “generazione Erasmus” e sentirsi finalmente parte della gioventù di tutto il mondo. Perché, come disse in un’altra occasione Che Guevara, “se solo fossimo capaci di unirci, che bello e che vicino sarebbe il futuro”. 

Se solo fossimo capace di sentire gli uomini e donne del Sud del mondo come nostri fratelli e nostre sorelle, quanto rapidamente cadrebbe la “dolce maschera” dell’Unione Europea. Quanto rapidamente morirebbe il più ipocrita e subdolo dei fascismi e si aprirebbe veramente la strada per una dignità dei popoli europei. 

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