Le ricette della Troika sono uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea. Brancaccio

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Le ricette della Troika sono uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea. Brancaccio

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In un'intervista rilasciata a MicroMega, l'economista Emiliano Brancaccio sostiene che "l'abbandono della moneta unica è un’opzione difficile, che al momento Syriza non contempla. Ma la storia europea potrebbe intraprendere sentieri molto diversi a seconda di quali forze politiche, per prime, si assumeranno il compito di trarre le conseguenze del fallimento dell’eurozona: “Oggi l’egemonia politica è contesa tra liberisti e razzisti. Se la sinistra affrontasse per prima i nodi dell’euro, le prospettive europee potrebbero farsi meno cupe”.

Sulla Troika Brancaccio è categorico: "Quelle ricette verranno probabilmente ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea. Teniamo presente che la Grecia le applica già da quattro anni, con enormi sacrifici per la popolazione: rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di otto punti percentuali rispetto al Pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi quattro punti, corrispondente a un crollo di trenta miliardi; i salari monetari sono caduti di dodici punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di quattordici punti, con picchi negativi di oltre trenta punti in alcuni comparti. La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del Pil greco sono state seccamente smentite": 
 

Sulla posizione della sinistra italiana che continua a considerare l’ipotesi di deflagrazione dell’euro come una eventualità improponibile, Brancaccio dice. "La sinistra è priva da tempo di una intelligenza collettiva in grado di esaminare criticamente le dinamiche reali del capitale. Stiamo ancora a evocare i fasti della globalizzazione e della moneta unica mentre il capitale ha già svoltato verso una fase neo-imperialista e protezionista, fatta di rinnovati equilibri geo-strategici tra potenze, anche in seno all’Europa. In questo modo ci si trova sempre in affanno, un passo indietro rispetto allo scorrere degli eventi, e si resta succubi delle interpretazioni del processo capitalistico suggerite dall’ideologia dominante. Un tempo era la banale retorica europeista creata a immagine degli interessi del grande capitale, in futuro potrebbe essere un nazionalismo retrivo espressione delle rivendicazioni dei capitalisti minori. Insomma, gli interessi prevalenti fanno e disfano le istituzioni che governano il processo di accumulazione, magari si liberano senza rimpianti di una moneta per costruirne un’altra, costruiscono ogni volta una nuova narrazione che giustifichi le decisioni, e in questo continuo turbinio i lavoratori non hanno mai una propria bussola, una chiave di lettura che sia espressione delle loro istanze: di conseguenza, come ieri votavano i retori dell’unificazione europea nel segno del liberismo e dell’austerity, domani rischiano di appoggiare Salvini in nome della guerra santa ai lavoratori immigrati. O magari, peggio ancora, in futuro potrebbero affidarsi a un nuovo leader che incarni una combinazione perversa tra le due opzioni. 

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