L'effetto Trump favorisce Pechino: ecco perché la guerra in Iran sta guidando il boom della Cina
di Michele Blanco
La Cina, pur essendo il maggior importatore mondiale di petrolio e, di conseguenza, teoricamente uno dei Paesi più vulnerabili all'instabilità mediorientale causata dalla guerra all'Iran da parte degli Stati Uniti di Trump e dell'Israele di Netanyahu, ha in realtà assorbito lo shock energetico senza grandi problemi. Pechino ha superato la crisi molto meglio del previsto grazie a una combinazione di riserve strategiche, alla continua elettrificazione dell’economia e, soprattutto, a un’espansione senza precedenti delle energie rinnovabili.
I numeri colpiscono per la loro velocità: nel solo 2025 la Cina ha installato 315 gigawatt di nuova capacità solare — oltre la metà di quella realizzata nel mondo intero — dopo averne aggiunti altri 277 l’anno precedente. L’obiettivo è che entro il 2030 circa metà dell’energia utilizzata nella Repubblica Popolare provenga da fonti non fossili. Sebbene oggi il carbone rappresenti ancora oltre il 50% del mix energetico, la crescita delle rinnovabili procede a un ritmo senza paragoni.
Il fattore geopolitico e il ruolo degli USA
La guerra in Iran ha avuto anche un altro effetto: ha costretto Washington a concentrare nel Medio Oriente risorse militari, finanziarie e diplomatiche che avrebbero dovuto essere destinate all’Indo-Pacifico, considerato dagli stessi Stati Uniti il teatro decisivo della competizione geopolitica del XXI secolo.
Nel frattempo, nell'opinione pubblica mondiale, mentre gli Stati Uniti sono stati percepiti come protagonisti — se non come aggressori — del conflitto, la Cina ha continuato a presentarsi come sostenitrice della stabilità, del dialogo e della cooperazione economica, rafforzando la propria influenza soprattutto nel Sud globale.
Il dominio della transizione energetica
Il vero, indiscutibile vantaggio cinese riguarda però la transizione energetica. L’incertezza sui mercati petroliferi ha accelerato gli investimenti mondiali in pannelli solari, batterie e veicoli elettrici: proprio i settori nei quali la Cina domina incontrastata la catena globale del valore. Non sorprende che nel maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici siano cresciute di oltre il 110% rispetto all’anno precedente, e quelle di pannelli solari di circa il 60%.
Paradossalmente, Donald Trump potrebbe aver fatto di più per accelerare la transizione energetica globale di quanto abbiano fatto trenta Conferenze delle Parti (COP), aumentando il valore strategico delle tecnologie in cui la Cina è leader mondiale.
Al contrario, gli alleati degli USA risultano più vulnerabili della stessa Cina. Giappone, Corea del Sud ed Europa dipendono in larga misura dalle importazioni di petrolio che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La guerra non ha dunque rafforzato la posizione americana in Asia, ma ha contribuito ad accrescere il peso economico e geopolitico di Pechino.
La differenza fondamentale: Se per molti Paesi occidentali la transizione energetica è stata concepita principalmente come una politica climatica, per la Cina è diventata una grande strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale.
Una strategia di sicurezza nazionale
Molti tra i maggiori economisti ritengono che la trasformazione ecologica della Cina sia ormai irreversibile e destinata a modificare profondamente gli equilibri mondiali. Chi governa a Pechino ha capito che dominare le tecnologie verdi significa controllare le filiere industriali del futuro, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e aumentare il proprio peso geopolitico. La leadership in batterie, pannelli solari e veicoli elettrici non è un semplice successo industriale: è uno strumento di potenza.
Se il XX secolo è stato il secolo del petrolio, il XXI potrebbe essere quello del controllo delle tecnologie necessarie a sostituirlo. La Cina sembra aver compreso questa dinamica prima di tutti gli altri, forte di oltre vent’anni di politica industriale coerente, massicci investimenti pubblici e costante sviluppo tecnologico.
Il bivio dell'Unione Europea e il nuovo ordine multipolare
Secondo Pino Arlacchi e molti altri studiosi, una cooperazione più stretta tra l'Unione Europea e Pechino potrebbe accelerare la transizione energetica globale, con benefici condivisi per l'intera umanità. Prima di tutto, però, l’Europa dovrà decidere quale ruolo intende svolgere: contribuire da protagonista alla costruzione delle tecnologie del futuro o limitarsi ad adottare quelle sviluppate altrove.
Intanto, la Cina si dimostra un sistema economico e sociale che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo statunitense, oggi dominato dalla finanza parassitaria e giunto alla fase terminale della sua egemonia. L’ascesa cinese si configura così come un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, sostenuto da una politica estera coerente con il profilo più equo e pacifico del nuovo ordine multipolare.


