Legge 119/2026 e Funzioni Locali: la manovra sulla performance che minaccia l'autonomia della PA
La Legge 119/2026 e il contratto Funzioni Locali del 23 febbraio 2026 tornano sul tema della performance: l'obiettivo del Ministero e del Governo sembra essere quello di costruire un sistema sempre più iniquo e divisivo.
Abbiamo senza dubbio sottovalutato l'impatto del DDL Merito sulla Pubblica Amministrazione e solo ora, a legge approvata, percepiamo la pericolosità di determinate norme.
I fatti confermeranno o smentiranno la nostra critica, ma l'idea che si voglia rimettere in discussione l'autonomia della PA, giudicandola inadeguata al raggiungimento dei cosiddetti obiettivi, appare un'ipotesi piuttosto concreta. Una prospettiva che lascia fin troppo spazio — e libero arbitrio — a logiche politiche e discrezionali; del resto, la valutazione ha sempre avuto ben poco di "obiettivo".
Esistono inoltre enormi differenze organizzative e operative tra il sistema dei Comuni e quello dello Stato, di cui non si sembra tener conto. Nella Sanità e negli Enti Locali il rischio di ingerenze politiche sui processi decisionali è reale. Senza dimenticare che, a forza di singoli provvedimenti (contratti nazionali in parte riscritti e interventi continui su performance e valutazione), si sta delineando una nuova Pubblica Amministrazione senza nemmeno esplicitarne fin dall'inizio le reali finalità.
È assai pericoloso subordinare i dirigenti alla politica attraverso la minaccia di decurtazioni economiche, con i primi anni di carriera vincolati alla prova e con il ridimensionamento degli stessi Organismi Indipendenti di Valutazione (OIV). La nostra impressione è che si voglia creare una nuova forma di precariato: quello dirigenziale. Un precariato che non si traduce in stipendi da fame, ma nell'instabilità del posto di lavoro per consentire alla politica di esercitare il proprio potere. Se il problema fossero state davvero le materie concorsuali, sarebbe bastato rivederle.
Concordiamo, una volta tanto, su alcune proposte avanzate dalla stessa CGIL, ad esempio:
- La cessazione automatica degli incarichi dirigenziali ex art. 110 TUEL alla scadenza del mandato del Sindaco;
- La deroga che consente il transito nella prima fascia ai dirigenti di seconda con almeno 24 mesi di incarico.
Ha poco senso quantificare la maggiorazione per le valutazioni più elevate o individuare la quota dei beneficiari: non è possibile rifiutare solo in parte questa "norma capestro" che, all'interno dello stesso ufficio, separa a livello retributivo due dipendenti a parità di prestazioni. Siamo passati, senza accorgercene, dalla retorica della valutazione all'ideologia delle presunte "eccellenze".
Qualunque sindacato voglia oggi operare con equità dovrebbe porsi un solo obiettivo: porre fine al sistema di valutazione e all'insieme di regole che hanno diviso la forza lavoro, sprecando troppe energie sulla performance a tutto discapito dell'erogazione dei servizi. Il contratto integrativo diventerà, a sua volta, l'ambito in cui cristallizzare queste disparità di trattamento, inficiando perfino il ruolo e la funzione della contrattazione sindacale.
La legge impone dunque il vincolo di coerenza, ma a chi potrà mai sembrare coerente ed efficace questo sistema di performance nella PA? In questi anni la valutazione non ha favorito i servizi pubblici: li ha solo mortificati, costringendo il sindacato e le RSU ad adeguarsi ai dettami ministeriali e le amministrazioni a rincorrere continuamente nuovi criteri.
A qualcuno interessa davvero parlare dei cittadini e dei lavoratori? O ogni pretesto è buono per magnificare presunte eccellenze e alimentare la lobby della formazione, consolidando un sistema fondato sulla divisione dei lavoratori e sulla disuguaglianza salariale?


