L’epidemia di Ebola e Boko Haram sono la prova che in Africa si applicano regole diverse. P. Vallely

A migliaia stanno morendo a causa del virus e dei fanatici che terrorizzano la Nigeria, ma l’Occidente non è così preoccupato. Perché?

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L’epidemia di Ebola e Boko Haram sono la prova che in Africa si applicano regole diverse. P. Vallely

 
Sono soltanto africani. Possono anche morire di Ebola in numeri da record, ma chi veramente se ne preoccupa? scrive Paul Vallely sull'Independent. Queste sono le politiche dell’epidemia. E poi ci sono le politiche della guerra. In Nigeria, i miliziani fanatici di Boko Haram uccidono gli uomini lapidandoli e le donne bruciandole vive. Allora dove sono i discorsi sugli attacchi aerei in Africa, per non parlare delle truppe di terra? I sanguinari trafficanti di terrore dello Stato Islamico in Iraq si ritiene che costituiscano una minaccia per l’Occidente. Ma Boko Haram, come l’Ebola, è soltanto un altro dei quattro cavalieri dell’Apocalisse che perseguitano per sempre quel continente lontano del quale sappiamo poco e ce ne importa ancora meno.

Naturalmente, nessuno si esprime con termini così espliciti, neanche nella smania del parlare chiaramente che caratterizza la retorica demagogica dei nostri tempi. E’ però difficile evitare il senso che così è la realtà delle nostre priorità politiche.
 
Questa è la peggiore epidemia di Ebola della storia. La malattia spaventosamente contagiosa che uccide fino al 90% di coloro che la contraggono ha ucciso più di tutte le precedenti epidemie messe insieme. Diecine di migliaia di persone sono morte. Progredisce in modo esponenziale; quasi il 40% delle morti si sono verificate soltanto nelle tre settimane scorse.

Come è strano, allora, che l’informazione sia dominata dalle notizie dell’uomo che ha portato la malattia dalla Liberi negli Stati Uniti. La presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf, la cui popolazione sta morendo, viene ampiamente citata per l’azione “imperdonabile” dell’uomo che ha portato la malattia nella nazione più ricca del mondo. Si riferisce di come sarà incriminato per avere dichiarato, mentendo, di non aver avuto alcun contatto con malati di Ebola. Negli Stati Uniti ci sono resoconti dettagliati delle strette misure di controllo messe in atto che assicureranno che l’Ebola sarà rapidamente contenuta.
 
Nel frattempo, in Africa la notizia è che, malgrado le promesse di aiuti dall’Occidente, gli operatori sanitari locali non solo mancano di camici e guanti, ma sono anche a corto di paracetamolo (un antidolorifico) e di materassi dove i malati possano morire. [..]
 
La grottesca metafora finale del divario tra ricchi e poveri è stato il modo in cui sono state messe da parte le preoccupazioni etiche per la natura non dimostrata del siero sperimentale ZMapp, in modo che la medicina potesse essere data alle vittime britanniche e americane della malattia. Ma nessuna è stata resa disponibile per il Dottor Sheik Ulmar Khan, primario in Sierra Leone, che è morto curando i malati colpiti dalla devastante epidemia.
 
Il Dottor Khan è semplicemente un cittadino del sud globale. Questa è l’economia dell’ineguaglianza internazionale. Sembra che il modo migliore di curare gli africani sia la quarantena; i media degli Stati Uniti hanno chiesto un divieto sui viaggi, per tagliar fuori la Liberia la Sierra Leone e la Guinea dal resto del mondo. I viaggiatori eludono sempre queste restrizioni; l’unico modo sicuro di proteggere il mondo è quello di finanziare la lotta contro la malattia alla fonte.
 
Non si tratta soltanto dell’Ebola. In Nigeria, fanatici spietati stanno sferzando, amputando, e lapidando in nome di una distorta visione dell’Islam. Una volta guerriglieri terroristi, stanno ora tenendo la presa sul territorio e proclamando un “califfato” africano. Tre milioni sono fuggiti dalle loro case. La gente sta cercando rifugio in cima alle montagne. Le truppe governative si stanno ritirando, dicendo che non riescono a competere con la potenza di fuoco degli insorti. Un pilota dell’aviazione nigeriana è stato appena decapitato e l’esecuzione è stata filmata in un video. I parallelismi con l’Iraq sono inspiegabili.
 
Ma qui ci sono attacchi aerei americani come in Iraq o in Siria. Il primo ministro australiano Tony Abott – che è diventato il primo leader occidentale a impiegare delle truppe contro quello che chiama il “culto sanguinario della morte” dello Stato Islamico – non sostiene che le strade dell’Australia e quelle del mondo intero hanno bisogno di proteggersi da una “minaccia terrorista senza precedenti” in Nigeria.
 
Perché no? Perché, come nel caso dell’Ebola, le morti degli africani non hanno un significato strategico o neanche simbolico, nella nostra realpolitik globale. Questo non è soltanto profondamente ingiusto. E’ un atteggiamento miope dal punto di vista politico ed epidemiologico.
 
L’Ebola è uno dei virus più letali noti all’umanità. Uccide fino al 90% delle sue vittime. Ci sono circa 500 nuovi casi ogni settimana, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il virus può mutare rapidamente, perché, come l’Aids o l’influenza, il suo codice genetico è un il filamento dell’RNA, il cugino meno stabile del DNA e potrebbe anche diventare trasmissibile per via aerea. L'OMS prevede 20mila infezioni nelle prossime sei settimane. Il Center for Disease Control ha avvertito che per gennaio 1,4 milioni di persone saranno infettate.
 
Ma saranno soltanto africani. E quindi andrà tutto bene, conclude Vallely.

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