L'eredità di Mao in Cina a 50 anni dalla sua scomparsa: intervista con il dirigente argentino Sergio Ortiz

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L'eredità di Mao in Cina a 50 anni dalla sua scomparsa: intervista con il dirigente argentino Sergio Ortiz

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di Carlos Aznárez e Geraldina Colotti

 

Per i cinquant'anni dalla morte di Mao Zedong, in questo nuovo appuntamento di Abrebrecha Venezuela, presentiamo una versione ampliata e arricchita dell'intervista realizzata a Sergio Ortiz, illustre dirigente e ideologo del Partido de la Liberación (PL) d'Argentina, di orientamento marxista-leninista e maoista.

Militante dalla profonda traiettoria nel movimento popolare latinoamericano, Ortiz ha dedicato decenni alla formazione politica, alla stampa militante e alla costruzione dell'avanguardia rivoluzionaria nella regione. La sua prospettiva unisce un rigoroso equilibrio storico della Rivoluzione Cinese a uno sguardo critico sulla geopolitica attuale, sull'avanzata delle estreme destre e sulle sfide contemporanee della Patria Grande. In questa conversazione, il dirigente condivide le sue riflessioni dopo i suoi viaggi a Pechino — il più recente in occasione del Foro del Socialismo Mondiale —, affrontando temi chiave come la validità del pensiero di Mao Zedong, la strategia di fronte all'imperialismo, la solidarietà storica con la Rivoluzione Cubana e la rilevanza strategica del progetto comunale venezuelano di fronte all'assedio internazionale.

 

Come analista conoscitore della storia della Rivoluzione Cinese, come valuti, dalla prospettiva della patria grande latinoamericana di oggi, l'eredità e le sfide che provengono dalla Repubblica Rivoluzionaria di Mao e, soprattutto, la sua impronta a 50 anni dalla morte?

 

Ebbene, innanzitutto buongiorno e molte grazie per l'invito. Sono molto contento di condividere con voi questa attività. Non so se sono un grande conoscitore, ma qualcosa della Cina conosco perché ho iniziato a militare quando avevo 18 anni all'Università di Buenos Aires, in un'organizzazione studentesca maoista: il Movimiento Antiimperialista Estudiantil, organizzazione d'avanguardia comunista che attualmente è il PL. Ho letto parecchio e ho viaggiato in quattro occasioni in Cina, motivo per cui ho potuto vedere con i miei occhi l'evoluzione di questo grande Paese socialista. La prima volta è stata nel 1983 e l'ultima al Foro del Socialismo Mondiale nel 2023. Sono stato testimone della sua grande evoluzione dal punto di vista economico-sociale, ma anche politico.

Quella rivoluzione ha avuto un'importanza enorme. Nel 1949 trionfa la rivoluzione in Cina e ciò genera un impatto a livello mondiale, fondamentalmente sul terreno politico per i popoli di Asia, Africa e America Latina, proseguendo nel solco aperto nel 1917 dalla rivoluzione bolscevica nella vecchia Russia. La rivoluzione non si è verificata come pensavano i fondatori del marxismo — a Londra, Parigi e meno che mai a New York —, bensì è iniziata nell'arretrata Russia zarista, e la Rivoluzione Cinese ha continuato ad aprire quella grande breccia per l'avanzata dei popoli. Se un Paese come la Cina, all'epoca con 500 milioni di abitanti, in maggioranza contadini analfabeti, ha fatto la rivoluzione, evidentemente ciò ha causato un impatto enorme dimostrando che: "Se i cinesi ci sono riusciti, possiamo farlo anche noi".

Questo impatto rimane attuale oggi, non solo sul piano economico e sociale. L'iniziativa della Nuova via della seta (Belt and Road) conta sull'adesione di 150 Paesi per costruire ferrovie, porti e strade che uniscano l'Asia con l'Europa e l'Africa. Senza fare servilismo, i popoli si rendono conto che c'è un Paese con il quale si possono fare affari senza perdere la sovranità; al contrario, traendo beneficio in quella linea di "vittoria reciproca" (win-win), come la chiamano i cinesi.

D'altra parte, dal punto di vista di una società più giusta, la Cina ha sottratto alla povertà 780 milioni di abitanti negli ultimi 25 o 28 anni. Questo non lo riconosce unicamente il giornale del Partido de la Liberación, bensì la Banca Mondiale e organismi economici internazionali che non sono per nulla rivoluzionari. È passata dall'essere una Cina arretrata, feudale e semicolomiale, a diventare un Paese all'avanguardia sotto molti aspetti: la crescita della sua economia (con una media dell'8% annuo del PIL negli ultimi 20 anni) e il progresso tecnologico, essendo il Paese che registra più nuovi brevetti in scienza e tecnologia a livello mondiale.

Per la militanza politica rivoluzionaria in cui ci includiamo, questo lascia segni profondi. Nell'ultima visita che ho fatto con la mia compagna Irina Santesteban, segretaria generale del PL, per partecipare al Foro del Socialismo Mondiale, ci hanno portato al Museo del Partito Comunista a Pechino. Vedere lì i quadri e le fotografie dei 13 delegati al primo Congresso del Partito Comunista Cinese nel luglio del 1921 — che rappresentavano tra i 45 e i 50 militanti in tutto il Paese — e sapere che oggi quel Partito Comunista ha più di 101 milioni di iscritti, colpisce profondamente.

Uscendo per strada vedi cose che catturano l'attenzione di un visitatore occidentale: non c'è una propaganda soffocante del consumismo capitalistico come si vede a Buenos Aires o Córdoba; la gente lascia le proprie moto per strada senza lucchetto né catena. Gli anticomunisti diranno che è perché se rubi ti fucilano, ma non è per quello. È una società con 4.000 o 5.000 anni di civiltà e un Paese socialista che dal 1949 ha educato e fornito cultura alla sua gente, affrancandola dalla povertà. La gente non ha bisogno né vuole rubare a un altro cittadino. Nessuno viene fucilato per aver rubato una moto; fucilano per tradimento della patria o per corruzione. E in ogni caso, lo Stato ha le sue norme: se commetti un reato minore, invece di andare in prigione, perdi priorità sociali, come passare dal 50° al 50.000° posto in fila per accedere a un alloggio gratuito.

C'è stata una continuità della Rivoluzione che non si è potuta verificare nell'Unione Sovietica. Ci sono progressi economici, sociali, culturali, scientifici ed ecologici. Il tema del cambiamento climatico — negato da Trump e da Milei — è fondamentale. In una popolazione di oltre 1,3 miliardi di abitanti, non avere un criterio ecologico rovinerebbe la vita della gente. Nel 1983, le nubi d'inquinamento a Pechino erano impressionanti a causa delle fabbriche e dei trasporti. Nelle mie visite successive il cambiamento è stato notevole: l'aria pura e la cura ambientale sono d'impatto. L'ultimo libro pubblicato dal presidente Xi Jinping raccoglie per l'appunto i suoi discorsi sull'ecologia.

 

Sergio, di recente è stato in Cina l'ex ambasciatore argentino Sabino Vaca Narvaja, che è un grande difensore della causa cinese, al contrario di quanto avviene di consueto nel nostro Paese quando l'ultradestra alimenta il discorso dell'antimaoismo e della demonizzazione della crescita della Cina. Egli ha parlato del "momento Shenzhen" di sviluppo condiviso ed è tornato molto entusiasta di questa nuova fase del processo cinese. Che cosa s'intende per questo? Implica davvero un cambio d'epoca?

 

Questo è un argomento molto importante sul quale, come partito e a livello personale, concordo in gran parte, sebbene mantenga anche alcune divergenze con i compagni cinesi, che ho esposto apertamente al Foro del Socialismo Mondiale alla fine del 2023.

La convergenza sta nel fatto che la Cina non pretende di opprimere alcun Paese, rubarne le risorse né minarne la sovranità. È l'opposto dell'agire imperialista che storicamente ha umiliato la stessa Cina, come avvenne con le Guerre dell'Oppio imposte dagli inglesi (una delle quali contemporanea alla Battaglia della Vuelta de Obligado in Argentina, nel 1845). Solo molto tempo dopo la Cina ha potuto recuperare Hong Kong dall'Inghilterra e Macao dal Portogallo. I cinesi hanno chiaro che la loro posizione dev'essere opposta al modello imperialista e colonialista. L'iniziativa della Nuova via della seta mira a costruire infrastrutture in Asia e Africa, promuovendo una "umanità dal futuro condiviso", il che mi sembra un obiettivo lodevole, umanista e internazionalista che sosteniamo.

Dove sta la differenza? I diplomatici di solito non vanno così a fondo nelle loro opinioni per via delle forme della diplomazia, ma noi, come marxisti-leninisti, sanmartiniani e latinoamericani, diciamo le cose con franchezza e rispetto. Ciò che abbiamo espresso ai compagni cinesi è che allo slogan dell' "umanità dal futuro condiviso" manca un passaggio previo fondamentale: la sconfitta dell'imperialismo e del fascismo.

Specialmente oggi, di fronte alla minaccia di Donald Trump, all'avanzata della destra e del nazismo internazionale (che vediamo anche in Argentina e in America Latina con il Foro de Madrid e con il governo argentino che elogia la dittatura di Pinochet), occorre costruire un Fronte Antifascista e Antiimperialista a livello mondiale. La Cina, essendo un Paese socialista di 1,4 miliardi di abitanti e la prima o seconda economia globale, deve dare un contributo decisivo. Non si può chiedere lo stesso apporto al Partido de la Liberación — un piccolo partito decimato dalla dittatura e di fronte a decenni di democrazia borghese — che a una potenza socialista.

Per esempio, crediamo che il sostegno della Cina alla Cuba assediata dal blocco debba essere maggiore. Apprezziamo che la Cina voti a favore di Cuba all'ONU, invii aiuti umanitari o donazioni come 15.000 tonnellate di riso e pannelli solari; ma Cuba oggi soffre per i blackout perché ha bisogno di petrolio ed energia. Sebbene la Cina non sia un grande esportatore di greggio, ha la capacità economica per acquistarlo e farlo arrivare. Non è possibile che in otto mesi Cuba abbia ricevuto una sola nave petroliera dalla Russia. La Rivoluzione Cubana è stata immensamente solidale con il mondo, e oggi ha bisogno di un aiuto finanziario ed energetico di maggiore portata per salvarla dal collasso elettrico. Lo dico con spirito costruttivo, riconoscendo che hanno le loro priorità e che hanno dovuto affrancare dalla povertà il proprio popolo.

Riconosco anche i nostri errori storici. Nel 1983, vedendo che la Cina apriva le porte al capitale straniero, manifestai con insistenza i miei dubbi alla traduttrice cinese sui rischi del capitalismo e della corruzione. A un certo punto, la compagna mi disse: "Sergio, noi abbiamo fatto la rivoluzione nel 1949 in un Paese di 600 milioni di abitanti, con 500 milioni di contadini analfabeti, e con tutti i nostri limiti siamo arrivati fin qui. Voi, che nel 1918 avete avuto la Riforma Universitaria e nel 1945 con Perón l'industria e la classe lavoratrice, perché non avete fatto la rivoluzione?". È stato un colpo diretto al cuore. Le ho fornito le mie spiegazioni sul perché non l'avevamo fatta, ma mi ha insegnato che nel muovere una critica costruttiva bisogna essere modesti, mettersi nei panni dell'altro e ammirare i suoi processi storici.

 

Compagno Sergio, al compiersi dei 50 anni dalla scomparsa del Comandante Mao Tse-Tung, la propaganda borghese insiste nel presentare la sua eredità come un pezzo da museo o un episodio superato. Dalla prospettiva del Partido de la Liberación e del movimento comunista internazionale, quali considera che siano le principali tesi del pensiero di Mao — la sua teoria delle contraddizioni, la linea di massa o la prolungata lotta antiimperialista — che mantengono una validità strategica indispensabile per la sinistra rivoluzionaria nel XXI secolo?

 

Credo che siano moltissimi gli aspetti fondamentali del pensiero di Mao Zedong che mantengono un'attualità enorme, sia sul piano strategico che su quello tattico. Tra questi, le cosiddette "tre bacchette magiche" per fare la rivoluzione: il Partito, l'Esercito Popolare e il Fronte di Liberazione. A seconda della congiuntura di ciascun Paese, questi strumenti cambiano di priorità, mantenendo sempre al vertice il partito dirigente. Oggi in Argentina, di fronte all'assenza di una situazione rivoluzionaria, creare un Esercito Popolare non è un compito immediato, ma potrebbe esserlo più avanti.

In vista dell'avanzata di governi fascisti come quello di Javier Milei in Argentina e di Donald Trump negli Stati Uniti, la linea maoista del Fronte di Liberazione acquisisce la massima urgenza sotto forma di un Fronte Antifascista e Antiimperialista in difesa della pace mondiale, qualcosa su cui purtroppo non si è avanzato a sufficienza.

Quando i popoli subiscono sconfitte, acquista valore il motto di Mao: "Lottare, fallire, lottare ancora, fallire ancora, e così fino alla vittoria". È un insegnamento fondamentale per questi tempi di arretramento popolare nella regione (Cile, Perù, Colombia, Argentina, così come le aggressioni e le pressioni subite in Venezuela).

Un'altra lezione chiave è stata la riforma agraria realizzata dal Partito Comunista Cinese, che ha consegnato la terra ai contadini sotto la proprietà dello Stato. Questa è un'indicazione diretta per Paesi come l'Argentina, dove i governi promuovono leggi di svendita della terra agli stranieri, continuano gli sgomberi delle comunità indigene e si concentra la proprietà nelle mani di oligarchi e monopoli esteri, minacciando di consegnare la Patagonia e le sue risorse idriche a magnati come Peter Thiel.

 

Per piccoli partiti come il PL, la "linea di massa" ("dalle masse alle masse", "noi comunisti siamo il seme e il popolo è la terra") è vitale. Bisogna seminare politiche rivoluzionarie nelle basi e contendere la direzione alle burocrazie sindacali traditrici e ai politici borghesi che oggi pensano solo alle candidature del 2027 invece di lottare contro Milei e il FMI.

La lezione principale di Mao è stata legare la teoria alla pratica, unendo il marxismo-leninismo alla realtà concreta della Cina senza dogmatismi né emulazioni. Ha analizzato chi fossero gli amici e i nemici, ha compreso il ruolo del contadiname e ha ideato la strategia di accerchiare le città dalle campagne, guidando la Lunga Marcia (1934-1935), la resistenza contro l'imperialismo giapponese e la vittoria sul Kuomintang di Chiang Kai-shek. È per questa metodologia che ci definiamo marxisti-leninisti sanmartiniani: per applicare la dottrina generale alla nostra realtà storica e nazionale.

 

Il Comandante Hugo Chávez citava con frequenza i testi classici di Mao — da La guerra di guerriglia fino ai suoi saggi sulla contraddizione e sulla pratica — per alimentare la teoria del socialismo del XXI secolo e il potere popolare. Oggi che in Venezuela il progetto della Comuna o Nada (O la Comune o il nulla) è la trincea centrale di fronte all'assedio imperialista, quali elementi di continuità e quali apprendimenti dialettici individua tra l'esperienza delle Comuni Popolari cinesi dell'epoca di Mao e la costruzione dell'economia comunale e dell'autogoverno territoriale nelle comunas venezuelane?

 

Evidentemente c'è una connessione ideologica e teorica tra le due esperienze, così come con la Comune di Parigi del 1871 e i sovchoz e kolchoz sovietici: l'aggregazione dei lavoratori e dei contadini nel lavoro congiunto della terra dopo aver espropriato i latifondisti.

In Cina, i mezzi di produzione e le abitazioni sono diventati di proprietà collettiva e statale. Sebbene quel modello iniziale abbia affrontato rigidità, difficoltà e battute d'arresto economiche durante il "Grande balzo in avanti", il processo ha saputo correggere i propri errori per compiere passi fermi in avanti, riorganizzando le comuni in unità produttive familiari più piccole con incentivi per i produttori. Oggi, sotto la guida di Xi Jinping, lo Stato centrale destina investimenti massicci alle zone rurali per elevare il tenore di vita dei contadini.

Sebbene non conosca il Venezuela personalmente, la segretaria generale del PL, Irina Santesteban, ha visitato diverse comuni l'anno scorso ed è rimasta piacevolmente impressionata dallo sviluppo produttivo, dalle fabbriche e dal ruolo protagonista della donna venezuelana.

Il Comandante Hugo Chávez ha applicato l'idea delle comuni con criteri propri, flessibili e adattati alla realtà venezuelana. Oltre al loro ruolo economico e sociale, le comuni in Venezuela svolgono oggi un ruolo politico determinante: costituiscono la base territoriale che resiste alle pressioni interne ed esterne, affrontando le pretese di settori che cercano di stringere accordi con le amministrazioni di USA e Israele per consegnare le risorse petrolifere che appartengono legittimamente al popolo di Bolívar e Chávez.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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