L'inganno del Riarmo: perché 800 miliardi in armi non porteranno né lavoro né pace

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L'inganno del Riarmo: perché 800 miliardi in armi non porteranno né lavoro né pace

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di F.Giusti, E. Gentili – Centro studi politico-sindacale

Molto probabilmente il Riarmo non moltiplicherà i posti di lavoro, arrivando a coprire solo una minima e irrisoria parte dell’occupazione erosa dalla crisi e dall’avvento della IA. Alcune stime, anzi, parlano soltanto di un lieve aumento per i primi anni, seguito da risultati praticamente nulli:

«Le stime lineari implicano che un aumento dell'1% del PIL tendenziale nelle spese per la difesa incrementa la produzione aggregata di circa l'1,4% entro un anno, raggiungendo un picco dell'1,6% nel secondo anno e convergendo a zero nel medio termine, un effetto principalmente determinato dagli appalti ad alta intensità di capitale [ossia dagli appalti che fanno largo impiego di tecnologie e macchinari a discapito dell’utilizzo di manodopera]. (…) la spesa per la difesa europea non ha storicamente prodotto impatti economici strutturali o persistenti, un risultato che appare strettamente legato alla sua composizione. Inoltre, gli shock di spesa per la difesa esercitano effetti negativi e statisticamente significativi sui tassi di disoccupazione, rispecchiando quindi gli effetti sulla produzione».[1]

Dovremmo poi aggiungere delle considerazioni sugli investimenti pubblici, sulle risorse sottratte al welfare e altro ancora, prima di poter anche solo pensare a degli improbabili effetti benefici del Riarmo per la popolazione – specie se la spesa pubblica militare europea arriverà alla cifra prevista pari a 800 miliardi di Euro nei prossimi cinque anni.

La nostra impressione è che gli investimenti in tecnologie avanzate e in armamenti abbiano invece margini di profitto considerevoli per le speculazioni finanziarie, come attestato dall’aumento delle quotazioni in Borsa dei titoli legati ai principali produttori di armi. Del resto gli acquisti ad alta intensità di capitale «generano i moltiplicatori per la difesa più elevati e persistenti, mentre le voci relative a stipendi e costi intermedi producono effetti modesti o transitori».[2]

Per ottenere i massimi vantaggi possibili dai nuovi stanziamenti per la difesa saranno dunque centrali gli appalti ad alta intensità di capitale, oltre al rafforzamento delle catene di approvvigionamento, alla revisione delle regole in materia di appalti, a produzioni e acquisti commerciali collaborativi fra Paesi membri dell’UE e via dicendo, se si vuole mostrare che la spesa per la difesa alla fine sia conveniente. Ma sapendo di non stare raccontando tutta la verità si cercano appigli nella presunta necessità di una maggiore sicurezza, militare e informatica, a cui però sono proprio le politiche belliciste di aziende e istituzioni a condurci.

A tal proposito, le ultime notizie provenienti da Bruxelles dovrebbero indurci a qualche ulteriore riflessione:

«In una prima risoluzione, non vincolante, approvata con 393 voti a favore, 169 contrari e 67 astensioni, gli eurodeputati delineano la loro visione per un mercato unico della difesa più forte e integrato, volto a rafforzare la deterrenza e la base industriale e tecnologica della difesa europea (EDTIB). Chiedono un aumento dei finanziamenti dell’UE e un sostegno a lungo termine, appalti comuni e gestione dell’intero ciclo di vita dei prodotti, norme semplificate e incentivi all’integrazione transfrontaliera per ridurre la dipendenza da fornitori extra-UE. I deputati sostengono che tali misure porterebbero a un uso più efficiente della spesa per la difesa, a una maggiore competitività e a un rafforzamento della sovranità strategica e della resilienza europea».[3]

Gli indirizzi dati ai singoli paesi sono in sostanza i seguenti:

  • aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S);
  • ampliare la produzione bellica;
  • riformare le norme sugli appalti nel settore della difesa, in deroga anche alle normative vigenti, per accelerare l’iter e intervenire risolutamente sulle regole che disciplinano i brevetti e i trasferimenti di tecnologia interni alla UE;
  • far dipendere direttamente dalla UE l’erogazione dei finanziamenti statali, evitando politiche nazionali favorevoli ad alcune aziende di interesse specifico del singolo Paese e a mero discapito di altre;
  • attuare un corposo piano di investimenti nei settori strategici (comprese le infrastrutture critiche), nella mobilità militare, nel cyberspazio, nell’Intelligenza Artificiale, nella guerra elettronica e via dicendo, da qui al 2030.

Non proprio un programma di pace e prosperità.

[1] D. Sarasa-Flores, A. García Serrador, C. Ulloa Ariza, Buy Guns or Buy Roses: EU Defence Spending Fiscal Multipliers, SUERF Policy Brief | No. 1209, 10 July 2025.

[2] Ibidem.

[3] Parlamento Europeo, Comunicato stampa: Difesa UE: abbattere le barriere al mercato unico e avanzare sui progetti faro, 11 Marzo 2026, https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20260306IPR37534/difesa-ue-abbattere-le-barriere-al-mercato-unico-e-avanzare-sui-progetti-faro

 

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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