L’Iran usa Hormuz come arma strategica: gli USA non riescono a piegare Teheran
Le trattative tra Stati Uniti e Iran restano bloccate in un clima di crescente tensione, mentre emergono nuovi dettagli sulle condizioni poste da Washington per riaprire il dialogo con Teheran. Secondo quanto riportato da Fars News Agency, l’amministrazione statunitense avrebbe avanzato richieste considerate irricevibili dalla Repubblica Islamica: nessun risarcimento per i danni causati dagli attacchi USA, trasferimento di 400 chilogrammi di uranio iraniano negli Stati Uniti, limitazione delle attività nucleari a un solo sito operativo e nessuno sblocco significativo dei beni iraniani congelati all’estero. A questo si aggiunge una condizione politicamente esplosiva: la cessazione delle ostilità regionali verrebbe subordinata al proseguimento dei negoziati.
Una linea che Teheran interpreta come il tentativo di ottenere al tavolo diplomatico ciò che Washington e Israele non sono riusciti a imporre sul piano militare. Dal canto suo, l’Iran insiste su cinque punti definiti “non negoziabili”: fine delle operazioni militari nella regione, revoca delle sanzioni, rilascio dei fondi congelati, compensazioni per i danni di guerra e riconoscimento della propria sovranità sullo Stretto di Hormuz. Proprio Hormuz continua a rappresentare il principale strumento strategico iraniano. Teheran starebbe preparando un nuovo meccanismo di controllo del traffico marittimo nello stretto, rafforzando così la propria leva geopolitica sul commercio energetico mondiale. Secondo l’analista brasiliano Lourival Sant’Anna, intervistato dal Tehran Times, il conflitto non è soltanto militare ma anche narrativo.
Washington cerca di convincere l’opinione pubblica che la guerra sia stata necessaria e vantaggiosa, mentre Teheran punta a dimostrare il contrario, aumentando il costo economico e politico dell’offensiva per gli Stati Uniti e Israele. Sant’Anna sottolinea inoltre come l’Iran abbia saputo sfruttare efficacemente la guerra asimmetrica, trasformando Hormuz in uno strumento di deterrenza, pressione economica e negoziazione diplomatica. Nonostante la superiorità militare nordamericana, gli Stati Uniti si troverebbero limitati da fattori politici ed economici: il malcontento interno, l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato e l’aumento dei prezzi energetici stanno riducendo il margine di manovra di Donald Trump. Sul piano internazionale, Cina e Russia osservano con attenzione.
Pechino, grazie ai suoi rapporti con Iran e Pakistan, si ritaglia un ruolo crescente di mediatore e rafforza la propria influenza regionale, mentre Mosca beneficia dell’aumento dei prezzi dell’energia. Nel frattempo Islamabad continua a spingere per una nuova tornata di colloqui, nel tentativo di evitare un’ulteriore escalation che rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente. Il quadro che emerge è quello di uno stallo pericoloso: nessuna delle parti sembra disposta a cedere, mentre il conflitto continua a ridefinire gli equilibri geopolitici globali e ad accelerare il declino della capacità statunitense di imporre unilateralmente le proprie condizioni.
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