L’Iran vuole riaprirsi al mondo ma l’accordo sul nucleare è pieno di incognite e crea nuove pericolose alleanze

L’analisi di Germano Dottori, docente alla Luiss e membro del Comitato di redazione di Limes, sulla storica intesa tra Usa e Teheran

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L’Iran vuole riaprirsi al mondo ma l’accordo sul nucleare è pieno di incognite e crea nuove pericolose alleanze


di Francesca Morandi


“Ammesso che tengano, quello che mi stupisce degli accordi sul nucleare iraniano di Losanna è il rigore dei vincoli imposti a Teheran, oltre al fatto che non si sa nulla della velocità di rimozione delle sanzioni ai danni della Repubblica iraniana, vera ragione del mandato conferito al presidente Hassan Rouhani dal suo popolo. Abbiamo visto gli iraniani festeggiare nelle strade perché ora sperano in una riabilitazione dell’Iran all’interno della comunità internazionale. In realtà, Teheran ha dovuto inghiottire più bocconi amari di quelli che si attendeva”.  A parlare è Germano Dottori, docente di Studi Strategici presso l’Università Luiss di Roma e membro del Comitato di redazione di Limes-Rivista Italiana di Geopolitica, che commenta così la storica intesa tra Teheran e Washington, applaudita come successo storico ma ancora piena di incognite, anche a fronte del complesso sistema di alleanze e guerre che muovono il Medio Oriente, oggi l’area “più calda” del Pianeta. 
 
A chi va il merito dell’accordo: al presidente americano Obama, al presidente iraniano Rouhani, al sottosegretario Usa Kerry, al ministro degli Esteri iraniano Zarif o a quello dell’UE  Mogherini?
 
“A volere un accordo erano e sono tuttora soprattutto i due presidenti: Barack Obama ed Hassan Rouhani, quest’ultimo con il sostegno “condizionato” dell’ayatollah Ali Khamenei. Obama ne ha fatto uno degli scopi della sua presidenza, un mattone fondamentale della sua visione di disimpegno parziale degli Stati Uniti da alcune regioni calde del mondo, che esigerebbe però la realizzazione di altrettanti di equilibri di potenza. L’intesa è fondamentale anche per Rouhani, che ha vinto con un grande sostegno popolare proprio per ricucire il tessuto delle relazioni tra l’Iran e la comunità internazionale senza rinunciare però definitivamente al nucleare. Gli altri sono comprimari più o meno onesti. Zarif è certamente da annoverarsi tra i più fedeli interpreti del nuovo corso a Teheran. Non altrettanto può dirsi di Kerry, spesso su linee diverse da quelle suggerite dalla Casa Bianca e notoriamente vicino all’asse israelo-saudita, che oggi bombarda lo Yemen, peraltro con il sostegno logistico e d’intelligence americano. L’Europa non esiste. Esistono, invece, ed hanno partecipato a questo tavolo negoziale Francia, Germania e Gran Bretagna. E Parigi in particolare ha notevolmente intralciato il cammino verso l’intesa”.
 
Questa intesa è un successo oppure no?
 
“Siamo ancora in mezzo al guado. Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno trattato da soli. Nel formato del 5+1 ci sono potenze che ritengo si siano generosamente offerte di rappresentare gli interessi dei sauditi, esclusi dal tavolo negoziale. E poi in America si è aperta la campagna per le presidenziali. Non tutti i potenziali candidati democratici paiono disponibili ad assecondare le ambizioni di Obama in questo come in altri terreni”.  
 
Con l’accordo raggiunto sul nucleare iraniano Washington e Teheran sono ora in grado di dialogare dopo decenni di gelo. Si aprirà una nuova fase all’interno della comunità internazionale?
 
 “Il gelo tra Washington e Teheran negli ultimi anni è stato più apparente che reale. Persino Madeleine Albright, Segretario di Stato all’epoca di Bill Clinton, provò ad aprire un canale di comunicazione, allorquando riconobbe che le interferenze americane nella politica iraniana erano state eccessive. Erano i tempi di Mohammad  Khatami, che gradì il segnale. Ma non se ne fece poi nulla. Fu quella la prima occasione perduta. Sotto Bush junior si ebbero altri tentativi: l’Iran garantì un certo livello di cooperazione all’America in lotta contro i Taliban e poi Saddam Hussein. E ad un certo punto, la Casa Bianca inviò a rappresentarla a Baghdad l’afghano Zalmay Khalilzad, un uomo scelto espressamente perché conosceva la lingua farsi. Raggiunsero allora la capitale irachena anche alcuni diplomatici iraniani. Ma dopo poco vennero uccisi in circostanze mai chiarite. E il discorso fu chiuso una seconda volta. Quanto a Obama, ha cercato di trattare con l’Iran fin dagli inizi del suo mandato. Fosse stato per lui, avrebbe chiuso un accordo anche con Mahmoud Ahmadinejad, riconoscendo a Teheran uno status di ambiguità nucleare assai simile a quello goduto da Israele. Ma la possibilità di giungere a risultati concreti si è avuta solo dopo l’imprevista affermazione di Hassan Rouhani alla Presidenza iraniana. Da allora, è iniziato un nuovo corso. Iran ed America si parlano. E discutono di molte cose, non solo di nucleare”. 
 
In un tweet Lei ha affermato: “L’accordo con l’Iran detta anche riavvicinamento tra Zawahiri e al Baghdadi e una cooperazione tra Nusra ed Isis”. Ci spiega?
 
“Mettiamola così: quando in un sistema politico affiora un Paese che si ritiene dotato della capacità di affermare la propria supremazia, di solito gli altri Stati che ne fanno parte si coalizzano per realizzare un equilibrio. Credo che una logica di questo tipo prevarrà anche in quello scacchiere. Il primo a piegarsi è stato il Qatar, da tempo riavvicinatosi a Riad. Ma si osserva adesso anche una certa convergenza tra sauditi e turchi. Vi concorre anche la scelta del nuovo re Salman e del suo clan, di provare a cooptare in qualche modo nel contenimento dell’Iran anche le forze della Fratellanza Musulmana, che in realtà condividono una parte importante della loro ideologia con quella ufficiale della Repubblica Islamica degli ayatollah. Non è casuale che proprio l’attuale Guida Suprema della Rivoluzione, Khamenei, abbia tradotto in gioventù le opere di Qutb. Comunque, i Fratelli Musulmani adesso sono in guerra contro gli sciiti in Yemen. E la corte di Riad, che ancora in ottobre appoggiava gli Houti contro i Fratelli, ha nel frattempo cambiato linea, decidendo di bombardare gli Houti malgrado ciò possa tradursi in un vantaggio per la costola yemenita della Fratellanza. E’ tutto molto fluido, le alleanze si sono rovesciate. Naturalmente, se tutto questo va bene ai turchi, gli egiziani di Sisi sono meno contenti, contestando questa conversione dei sauditi in favore di quelli che i militari del Cairo considerano i loro maggiori nemici. Ne vedremo delle belle, temo, ovvero delle brutte. Tanto più che al ricompattamento del fronte sunnita, prima diviso tra sostenitori ed avversari della Fratellanza Musulmana, ora corrisponde quello che vede protagoniste le maggiori articolazioni del terrorismo jihadista. Non ha forse al Qaeda preceduto l’inizio dell’attacco guidato dai sauditi contro gli Houti yemeniti, scatenando contro le loro moschee i propri kamikaze? Un gruppo fedele a Zawahiri, al Nusra, negli stessi giorni si è anche impadronito della città siriana di Idlib dopo aver perso terreno e miliziani per mesi. Si parla ora apertamente di una collaborazione più stretta, se non addirittura di una fusione tra i qaedisti e gli adepti dello Stato Islamico: ne leggiamo soprattutto sulla stampa saudita, particolare non indifferente, oltre che sui nostri giornali, unici in Occidente a rimbalzarne con enfasi lo scoop. Parrebbe quasi un’indicazione, quella messa sulle labbra di al Zawahiri. Tutto questo avviene con buona pace di chi crede sul serio che le grandi costellazioni del jihadismo possano davvero muoversi indipendentemente dalle maggiori potenze regionali dell’area che le hanno foraggiate”.
 
Israele e l’Arabia Saudita hanno osteggiato l’accordo.  Dopo l’intesa il premier israeliano Netanyahu ha detto chiaramente che “non consentirà che l’Iran diventi una forza nucleare”. Intanto Riad affronta Teheran in diversi teatri di guerra dallo Yemen, alla Siria, al Libano, all’Iraq. Si prospetta una corsa al riarmo nucleare?
 
“La circostanza che Netanyahu tuoni contro l’ipotesi dell’accordo non vuol dire che l’intesa alle porte sia un gran danno per Israele, che teme solo di divenire meno importante agli occhi di Washington. Il fatto è che lo è già. E non da ieri, ma dalla fine della Guerra Fredda. A parte questo fattore, Gerusalemme non è così danneggiata come pretenderebbe il suo attuale leader. Non a caso, ci sono ampi settori dell’élite del Paese che non condividono la linea prescelta dal premier e pensano invece che Obama abbia ragione. Guardiamo ai fatti: Israele è una delle maggiori potenze nucleari del pianeta, anche se non lo ammette ufficialmente. E l’Iran ha una dirigenza che ha dimostrato in tutti questi anni di possedere un grandissimo realismo strategico. Anche nell’ipotesi in cui Teheran dovesse giungere alla bomba - e certo l’accordo in via di definizione non ne accelera il cammino di un giorno, anzi lo rallenta di anni - Gerusalemme attuerebbe senza problemi nei confronti della Repubblica Islamica la stessa strategia dissuasiva adottata dalla Nato durante la Guerra Fredda contro l’Urss. A un attacco nucleare iraniano allo Stato ebraico seguirebbe la vetrificazione immediata della Repubblica Islamica. E gli iraniani lo sanno. A rischiare sarebbero piuttosto l’Arabia Saudita ed i suoi alleati, privi di bombe, che infatti si stanno guardando intorno. Potrebbero essere nuclearmente garantiti dal Pakistan, che però ha altri guai e soprattutto è condizionato dal proprio terrore nei confronti del grande vicino indiano, con cui confina. Alla fine, così, potrebbe paradossalmente essere proprio Israele a fornire a Riad la sicurezza nucleare di cui avrebbe bisogno. E Gerusalemme ne trarrebbe grande vantaggio. Quanto ai turchi, si varrebbero dello scudo atlantico”.   
 
Lei ha sostenuto che “nello scontro tra Iran e Arabia Saudita, la Turchia rimane ambigua”. Ci spiega? 
 
“Sì, è vero. La logica strategica della geopolitica dovrebbe spingere la Turchia ad allearsi con l’Arabia Saudita per contenere e bilanciare l’Iran. Però, la riconciliazione tra Teheran e la comunità internazionale rende possibile anche uno scenario in cui il gas persiano raggiunge il territorio turco e confluisce nelle pipeline immaginate a suo tempo dagli Stati Uniti per sottrarre l’Europa alla sudditanza energetica dalla Russia. Ankara ne trarrebbe denaro e fortissima influenza strategica su di noi. Io credo che in modo molto pragmatico, Erdogan spingerà il pedale in tutte le direzioni, approfittando del disgelo con i sauditi e del dialogo tra questi e la Fratellanza per meglio promuovere la sua agenda neo-ottomana tra gli arabi, ma cogliendo anche le opportunità che la reintegrazione dell’Iran nell’economia globale dischiuderà al business. Il regime turco dovrà però destreggiarsi tra le pressioni concorrenti che eserciteranno nei suoi confronti la Russia e gli Stati Uniti. Per Mosca, il gas iraniano nel Nabucco, o ciò che lo sta rimpiazzando, sarebbe infatti uno smacco strategico ed economico di prima grandezza. Per Washington, invece, si tratterebbe di poco meno di un nuovo scacco matto al Cremlino in poco più di una generazione. La partita è già cominciata”.

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